Pescara

Generazione Z, spinge il No alle urne: «La nostra voce per decidere»

25 Marzo 2026

Ai seggi il 67% degli elettori tra 18 e 28 anni, quasi il 60% per il No. Parla Gileno (Giovani Dem)

PESCARA.

La politica vietata ai giovani appare un ricordo sbiadito. Perché dal referendum di domenica e lunedì sono arrivati segnali diametralmente opposti rispetto alle passate consultazioni popolari. Stavolta il massimo della partecipazione c’è stato tra gli studenti e in generale tra i più giovani l’astensione ha toccato i livelli più bassi. Lo certifica l’analisi di Nando Pagnoncelli. La generazione Z, dai 18 ai 28 anni, ha il 67% di partecipazione al voto, con il 58,5% per il No.

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Se invece guardiamo a chi sta tra i 29 e i 44 anni, la generazione Y, troviamo il massimo livello di astensionismo (47,5%, sempre con una prevalenza del No, al 54,8%), come evidenziato da Pagnoncelli sul Corriere della Sera. «Un fenomeno indubbiamente preoccupante: i giovani che entrano nel mondo del lavoro, che costituiscono famiglie, sono anche i più disinteressati alla partecipazione politica» sottolinea il sondaggista «infine, dal punto di vista dell’età, una partecipazione un po’ più elevata della media caratterizza boomers e silent, gli elettori che hanno dai 61 anni in su». Ma che cosa è accaduto? Lo spiega Saverio Gileno, 26 anni, dall’estate 2023 segretario regionale dei Giovani Democratici, l’organizzazione giovanile del Pd (da gennaio di quest’anno eletto Coordinatore nazionale della segreteria Giovani Dem).

Gileno sorpreso da questa analisi?

«Macché, non sorprende affatto il risultato emerso dal referendum».

Ma i giovani non erano disinteressati alla politica?

«Falso. Ci aspettavamo questa straordinaria partecipazione delle ragazze e dei ragazzi under 30. Una partecipazione che ha contribuito in maniera decisiva alla vittoria del No. Ed è un dato confermato sia dai principali istituti statistici – secondo Ipsos e Youtrend il No è stato determinato in larga parte dal voto degli under 30 e degli under 40 – sia da quanto abbiamo visto fisicamente nei seggi. Una partecipazione ancora più significativa se si considera la forte limitazione al diritto di voto».

A che cosa si riferisce?

«L’assenza di una normativa sul voto fuori sede: parliamo di circa 5 milioni di persone in Italia, oltre 58mila in Abruzzo, prevalentemente giovani che studiano o lavorano lontano dal proprio Comune di residenza. Eppure, nonostante questo ostacolo, i giovani hanno scelto di partecipare. Lo hanno fatto riempiendo treni e autobus per tornare a votare nelle proprie città, oppure mettendosi a disposizione come rappresentanti di lista. Solo in Abruzzo, noi Giovani Democratici, abbiamo nominato oltre 250 fuorisede permettendo loro di esercitare concretamente il diritto di voto. Non è una sorpresa, quindi, ma la conferma di un fenomeno già evidente».

Spieghi meglio.

«La generazione under 30 è una generazione attiva, che si mobilita. Lo facciamo per il clima, contro il genocidio a Gaza. Ci confrontiamo nelle scuole, nelle università, nei territori. Lo facciamo anche dentro la nostra organizzazione, i Giovani Democratici d’Abruzzo: non solo una semplice giovanile, ma una rete viva e radicata nelle quattro province, dove svolgiamo battaglie per il diritto allo studio, per la sanità pubblica, per i trasporti, per l’educazione di genere e per i diritti di tutte e tutti».

Da qui nasce la grande partecipazione?

«Non è più accettabile continuare a ripetere che i giovani non partecipano. Questo voto dimostra il contrario: le giovani generazioni partecipano, vogliono decidere, credono nella democrazia e nella Costituzione. E se hanno qualcosa da dire la dicono, basta saper ascoltare».

Lei pensa che hanno capito il senso della riforma?

«Ovvio. Questo è il risultato quando si vuole imporre una riforma calata dall’alto, un intervento forzato su uno degli architravi fondamentali della nostra democrazia: l’autonomia della magistratura, che non può e non deve essere sottoposta al controllo della politica».

In Abruzzo questo voto ha un significato preciso?

«Sì. Perché la nostra regione è stata tra quelle del Sud con la più alta affluenza. E il No si è affermato con maggiore forza proprio nelle grandi città, quelle più vissute e frequentate dalle giovani generazioni».

Un segnale politico?

«Rispondo ancora sì. Un segnale rivolto al governo regionale: un segnale contro politiche che non mettono al centro i giovani e contro una maggioranza più concentrata sulla gestione del potere che sulle vere priorità. Per noi le cose importanti sono altre. La destra confonde sempre il comandare con il governare, ma sono due cose distinte. La lotta di potere di Fratelli D’Italia, Lega e Forza Italia, palesata anche dalle dichiarazioni post voto dei rappresentanti della destra abruzzese, non ci interessa. Le nostre priorità sono altre».

Quali?

«Come Giovani Dem le abbiamo già scritte, insieme all’opposizione del Partito democratico e di Luciano D’Amico: la riforma del diritto allo studio, educazione di genere, misure contro le discriminazioni, il trasporto pubblico gratuito. È su questo che si misura il futuro dell’Abruzzo. Il nostro No è la richiesta di un cambiamento».

Sarà così anche in futuro?

«Certo. Con il referendum c’è stata la dimostrazione che una generazione c’è, partecipa e vuole essere protagonista del futuro di questo Paese».