I nostri primi quarant’anni: dall’analogico al digitale sempre al servizio dei lettori

foto di Giampiero Lattanzio
La festa in redazione per celebrare il compleanno del quotidiano degli abruzzesi. Una comunità riunita per ricordare il passato e brindare al futuro, tutto da scrivere
PESCARA. «Abbiamo preso il testimone da persone che sono nate negli anni Venti del ’900, come il primo direttore Ugo Zatterin. Oggi lo riceviamo come una fiaccola per trasferirlo a chi verrà dopo di noi, perché il Centro appartiene a tutti». Custodire e tramandare un patrimonio comune: che responsabilità! Lo è per il direttore Luca Telese, che pronuncia commosso il suo discorso di fronte alla folla di lettori riunita nella nostra – vostra – redazione per festeggiare i quarant’anni di vita del Centro; figurarsi per chi, come me, a 27 anni è un novellino della notizia e si è ritrovato qui due anni fa, da Roma, come un alieno atterrato da Marte: senza conoscere quasi nulla di questa Terra e dei suoi abitanti. Ora che abruzzese mi ci sento, lo posso ammettere. E aggiungo: è stato il destino a volere così.
Ma ci arrivo dopo. Da extraterrestre quale ero agli inizi, la mia fortuna è stata che essere parte del Centro significa seguire un corso intensivo di abruzzesità. Quello che so, lo devo al lavoro e ai colleghi, primi custodi di questo tesoro. Ma noi giornalisti rincorriamo il presente; perciò abbiamo bisogno di ricorrenze che, ogni tanto, ci permettano di guardare al passato. La festa dei quarant’anni del Centro è questo: un giorno in cui chi ha scritto la storia di questa regione – ognuno di voi – e chi ha avuto il piacere di raccontarla – noi pochi fortunati – si vedono in faccia, come in una rimpatriata tra vecchi amici. Ma senza nostalgia. Perché, visto da qui, il futuro è ancora davanti a noi ed è tutto da scrivere. Insieme.
È vero, però, che questo compleanno ci aiuta a riannodare i fili del passato con quelli del presente. Nei giorni scorsi si è scritto che il Centro ha vissuto un “mezzo secolo breve”: nato nell’era dell’analogico, si è sviluppato nel digitale e oggi si affaccia sul nuovo mondo dell’intelligenza artificiale. Nel corso del viaggio generazioni di giornalisti e lettori si sono alternati, lasciando il testimone al nuovo che avanza. Non tutti, però. La firma di Paola Calvano era sul giornale il 3 luglio 1986. La trovate anche oggi. È il nome-volto-simbolo di questa storia. «Ho cominciato a lavorare qui quando si usava la macchina da scrivere. Avevo un’Olivetti 33», racconta Paola durante la festa, «i pezzi li dettavo ai dimafonisti, oggi è tutto diverso. E pensare che allora nessuno credeva in questa scommessa, i colleghi ci davano tre mesi di vita. Quarant’anni dopo, il Centro è ancora qui. I loro giornali, no».
La comunità “centrista” si abbraccia a Paola. Che, in una regione come l’Abruzzo, non può che significare alzare un calice, brindare, e mangiare. I più temerari di fronte a questo caldo torrido sollevano un bicchiere della cantina Dalibrà o dei “Vini Sott’a la capanna” di Germano D’Aurelio, il “nostro” ’Nduccio; quanto al cibo, tra pizzette, polpette di carne di pecora e panini alla porchetta preparati dalla Pingue Catering, l’Abruzzo è anche nel piatto. A chi, come me, nel 1986 era stato concepito solo nella mente del Signore, vivere l’atmosfera di questa festa fa un certo effetto. Ricorda il senso della responsabilità in capo a noi, nuove generazioni, nei confronti di questa «lunga storia d’amore» chiamata il Centro.
Non è solo retorica: in mattinata, prima di tutti gli altri – persino di noi giornalisti! – si è presentato per il brindisi un lettore molto speciale. Si chiama Guido Di Toro Mammarella. Pescarese doc, 85 anni, è arrivato in redazione con una copia del quotidiano. Avvolta nel cellofan, come un cimelio. E a ragione, perché è un reperto storico a tutti gli effetti: il primo numero del giornale, in originale, uscito quel famoso 3 luglio. Quanto amore – e fiducia nel futuro – serve per conservare la prima edizione di una «scommessa». Per di più, fatta per scadere il giorno successivo alla pubblicazione! Essere parte di questa storia è motivo d’orgoglio soprattutto per chi, come me, è arrivato molto dopo, sia da un punto di vista anagrafico che come parte di questo percorso.
In qualche modo, però, anche io possiedo un mio filo che – l’ho scoperto dopo la mia assunzione – mi collega alla copia sventolata da Guido come un trofeo. È nel titolone della prima pagina: «Dopo Craxi arriva Craxi». Confesso: sono figlio d’arte, e non lo sapevo. Claudio, mio papà, ha fatto il giornalista per diversi anni. Nel 1986 aveva appena qualche anno in più di quelli che io ho adesso. Lavorava all’Agl, l’Agenzia giornali locali del gruppo Espresso (poi Finegil, poi Gedi) di cui allora il Centro era appena entrato a far parte. Era un’idea, rivoluzionaria per l’epoca, di Carlo Caracciolo: creare una redazione nazionale per i giornali locali del Gruppo. Ad ogni modo, quel «Dopo Craxi arriva Craxi» aveva la firma di papà. Potete immaginare la mia reazione quando, sfogliando i vecchi archivi del giornale – perle che andrebbero conservate come i gioielli della Corona inglese – ho visto la firma di mio padre sulla prima copia del quotidiano in cui oggi lavoro.
E a pagina 3, per giunta! Ho alzato subito la cornetta: «Ma lo sapevi?». Non ne aveva idea, eppure anche lui è parte della storia. Questo è il sottilissimo filo che mi lega a questo anniversario. È solo uno dei centinaia di fili che ieri portavano tutti allo stesso posto: la nostra redazione. La chiesa dei fedeli della notizia, «mai al servizio di nessuno, se non dei cittadini», come ricorda il direttore Telese, divenuto sacerdote nel momento della torta di compleanno offerta da un vecchio amico del giornale, Fabrizio Camplone. Ogni fetta rappresenta l’agape della nostra comunità. Il Centro siamo tutti noi. Da Paola a Guido, fino agli alieni romani e a quelli che verranno, la storia continua.
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