Luciano Montali: «Così io, impresario edile, fui colpito dal “virus” dell’editoria»

3 Luglio 2026

Classe 1942, fu tra i primi amministratori del quotidiano abruzzese. Dalla redazione ricavata nell’officina meccanica alla rotativa “puzzle”

PESCARA. Dei giornali si conoscono le firme dei giornalisti. Spesso anche i loro volti perché sono invitati in televisione o le voci attraverso la radio. Ma dietro queste firme e questi volti e queste voci note c’è dell’altro. C’è ciò che non si vede. È quell’organizzazione che rende possibile che i giornali si possano stampare e che ogni mattina alle 7.30 a pacchi arrivino puntuali nelle edicole. Tutte le edicole. Da Pescara a Castel di Sangro. Da Chieti a San Salvo. Dall’Aquila a Sulmona. Da Teramo a Corropoli. La cosa più complessa dei giornali è quella che i lettori non vedono. La macchina organizzativa. Non dicono nulla ai lettori del Centro nomi come Luigi Alesi, Riziero Luzii, Tiziana Tarragoni e Doriana Andres. Ma loro hanno svolto un ruolo decisivo quanto silenzioso e sconosciuto fuori dall’azienda. Contribuendo quotidianamente a far funzionare la macchina amministrativa. La sua regolarità.

Con loro, Luciano Montali classe 1942, per quindici anni è stato l’uomo che ha avuto il compito di far in modo che la macchina del Centro girasse tutti i giorni. A lui è toccato tenere insieme le richieste della redazione con la tipografia, l’amministrazione con i fornitori. La distribuzione dei giornali con la tipografia che li stampava. Problemi, esigenze e sorprese quotidiane da tenere insieme. Tutte. Restando sempre dietro le quinte. Senza apparire.

Luciano Montali, il Centro l’ha incontrato per caso. Faceva un altro mestiere, l’impresario edile. Poi dall’incontro la folgorazione del fascino dell’editoria. E un incarico nato dall’investimento di fiducia che l’editore Carlo Caracciolo aveva fatto su di lui. Un manager editoriale locale per un giornale del territorio. Sara direttore amministrativo e poi amministratore del Centro e del quotidiano la Nuova Sardegna. Prima di passare al Gruppo Sensi e prendere la guida del Corriere Adriatico.

Dottor Montali, ricostruiamo quei giorni del 1986 prima e dopo la nascita del Centro.

«Beh, per il prima dobbiamo partire dal 1985, quando io sono stato coinvolto, o meglio catapultato in questa incredibile avventura».

In che periodo iniziamo questa ricostruzione?

«Novembre 1985. Io allora facevo un altro lavoro. Costruivo e vendevo case qui a Pescara. In quell’anno avevo appena terminato la costruzione di quattro palazzine nella zona di viale Bovio, proprio di fronte al Conservatorio. Una mattina di novembre, in ufficio una mia collaboratrice mi dice che c’erano tre persone che volevano incontrarmi. Li ricevo. Erano Valter Santangelo, Franco Sensi e Tiziana Tarragoni».

Lei li conosceva?

«Mai visti prima, tanto che mi appuntai senza farmi notare i nomi per ricordarli».

Si presentano da lei per chiedere cosa?

«Cercavano locali commerciali, con metrature da 300 metri quadri in su. Fino a mille. Preferibilmente al pian terreno ma anche al primo piano andava bene. Mi chiedono di scandagliare la situazione nella zona del centro di Pescara. Stretta di mano e scambio di numeri di telefono. Da quel momento Santangelo sarebbe stato il riferimento per i primi contatti. Sarà proprio Valter a cambiare il corso della mia vita professionale e iniettarmi il virus dell’editoria, dal quale fino ad allora ero immune».

Costruiva e vendeva immobili, le era capitato un affare per le mani. Immagino che si sia subito buttato a fare proposte…

«Non esattamente. Proprio perché conoscevo questo mondo, mi mossi prima di tutto per capire con chi avessi a che fare. I tre mi erano assolutamente sconosciuti. Non erano di qui».

Quindi che fece?

«Cercare informazioni rapidamente. Ricordo che eravamo nel 1985. Non esisteva internet, né c’erano l’intelligenza artificiale o i social. Qualche anno prima avevo venduto la casa all’allora capo della procura di Pescara, il dottor Ramundo. Vista la dimensione della richiesta, chiesi a lui se mi potesse aiutare ad individuare chi fossero questi tre. Qualche giorno dopo, al telefono mi disse che quel Santangelo era uno dei massimi dirigenti del gruppo L’Espresso di Roma. E quel Franco Sensi, a Roma lo conoscevano in pochi, ma era uno degli uomini più ricchi della capitale. Aveva fondato la Compagnia Italpetroli, una delle più importanti società indipendenti italiane nel petrolifero e nel petrolchimico, cresciuta negli anni Ottanta in una holding con interessi anche nell’immobiliare, nel turismo e nell’editoria».

Bingo, solidità patrimoniale e competenza.

«Restava solo la richiesta insolita di questa dimensione dei locali, abbinata al fatto che non mi vollero dire cosa ci dovevano fare. Anzi, ci tenevano più di qualsiasi altra cosa che non parlassi a nessuno di questa loro attività. Mi mossi con i miei colleghi costruttori, presentai una serie di proposte a Santangelo. Niente, non andavano bene. Poi un giorno Valter viene a Pescara e girando in auto mi dice: qui, va bene qui. Erano i locali della prima redazione, al piano terra della palazzina di corso Vittorio Emanuele n. 372».

Tutto risolto, trovata la sede?

«Macché, lì dentro, dove poi fu creata la redazione, c’era un negozio di ricambi – funzionante – e dietro, nei locali che si affacciavano in piazza Santa Caterina, dove verrà realizzata la tipografia, c’era un’officina meccanica per revisioni motori. Un agglomerato di torni e macchine elettromeccaniche di precisione, anche questo in funzione».

Eravamo arrivati a che periodo?

«A dicembre. Io contatto i proprietari dei locali. Santangelo fa l’accordo e firma i contratti dal notaio con Sensi. Avevano la firma congiunta. A quel punto io pensavo di aver finito il mio lavoro. Invece stavo per entrare nel mondo affascinante e vorticoso dell’editoria. A guidarmi Santangelo, uno dei maggiori esperti che ho mai incontrato in quindici anni di editoria. Ma soprattutto il manager più coraggioso e determinato mai visto».

Che succede a questo punto?

«Valter mi dice: i lavori falli tu, ma entro aprile devi riconsegnare tutto pronto, uffici e spazi. Non si parlava ancora con me di redazione. E comunque era una missione quasi impossibile. In tre mesi dovevamo far uscire le attività che c’erano, liberare gli spazi e ricostruire il tutto con una quantità industriale di cavi e cablaggi mai visti. Trasformare un’officina meccanica in uffici e locali tipografici. Non uno scherzo».

Perché aprile?

«Scoprirò dopo che avevano bisogno di locali in cui selezionare e addestrare il personale. Fare un giornale da zero cercando di utilizzare le risorse umane del territorio è una cosa complicatissima, per un’attività così complessa come quella dell’editoria. Tanto che per innestare le conoscenze e le abilità professionali a Pescara sarebbero arrivati da tutti gli altri giornali del gruppo i migliori tipografi, direttori tecnici e giornalisti. Ma il grosso della tipografia era personale locale, giovanissimo, che fino ad allora un giornale lo aveva visto solo in edicola».

Carlo Caracciolo in questa prima fase della costruzione fisica lo ricorda?

«Certo che sì. L’editore Principe, lo vedo ancora oggi passeggiare tra due file di calcinacci a fine aprile del 1986. Con il suo abbigliamento che imparerò a riconoscere. Vestito di grisaglia, cravatta sobria, mani nelle tasche della giacca, guarda e si informa con grande cortesia direttamente dagli operai che stanno lavorando. Tornerà più volte. E a redazione ultimata, credo intorno a maggio, verrà con Eugenio Scalfari e Mario Lenzi a vedere che cosa era stato fatto. Poi andammo tutti a pranzo al Sea River: loro, Santangelo e io. Scalfari non credo abbia mai più visitato un giornale locale del Gruppo».

E perché per il Centro Eugenio Scalfari, creatore dell’Espresso e di Repubblica fa un’eccezione?

«Il Centro aveva due cose che lo rendevano unico nel panorama dei giornali locali dell’Espresso: era un giornale pensato e creato da zero da Carlo Caracciolo e Mario Lenzi. Le altre sette testate dei giornali erano state acquistate e poi rilanciate. Poi, questo fu il primo e unico giornale regionale. Tutti gli altri erano e sono rimasti giornali delle province. Singole province. Il Tirreno di Livorno. La Provincia Pavese, La Nuova Venezia, Il Mattino di Padova e così via. Per questo sotto la testata Caracciolo volle che si scrivesse “Quotidiano dell’Abruzzo”. In un giornale che nasce da zero, un editore mette dentro la summa delle cose che ha fatto fino ad allora. E l’uomo che aveva fondato giornali da zero nel gruppo era proprio Scalfari. Il Centro nasce con il suo viatico».

Arriviamo alla fatidica notte del 2 luglio 1986. Redazione. Tensione a mille. Caldo soffocante. Persino Ugo Zatterin rinuncia all’abituale giacca e cravatta di ordinanza. Il condirettore Carlo Pucciarelli, a suo agio in tipografia, cura i dettagli. Con Petrovich a dirigere le operazioni. Sigarette accese a decine. Fumo. Decine di occhi dei massimi dirigenti dell’Espresso che fissano il tavolo luminoso. Ci siamo. Sono le 22,30. La prima pagina è pronta ed è l’ultima delle ventiquattro lastre che serviranno per la stampa della prima edizione a 48 pagine. Che succede?

«Succede che si parte. Direzione Ancona. Un tecnico, Mario Lenzi, Valter Santangelo ed io andiamo ad Ancona. Il primo numero del Centro viene stampato nello stabilimento del Corriere Adriatico, di proprietà di Franco Sensi, che del Centro è socio e anche presidente. La prima tiratura quella notte fu 17 mila e 500 copie. Il giorno dopo le vendemmo tutte. Era nato il Centro. Erano le 4 del mattino. Lenzi prende il treno e torna a Roma. Io e Santangelo riprendiamo la via di Pescara in auto. Arriviamo intorno alle 7 e mezza in città. In tempo per andare all’edicola della Vecchia Stazione per comprare una copia del giornale degli abruzzesi. Un’emozione unica».

Quindi il primo numero del giornale abruzzese nasce nella terra dei rivali marchigiani?

«Non c’era una rotativa in Abruzzo per farlo. Noi l’avremmo solo un mese dopo, il 4 agosto. In maniera avventurosa. E Sensi era nostro socio paritetico. Abbiamo sfruttato la sinergia con il Corriere Adriatico, che ricordo è uno dei più antichi giornali d’Italia. Ho amministrato quel giornale proprio alla fine della mia avventura al Centro. Loro avevano un’esperienza nella stampa dei giornali non di poco conto. Per un mese siamo andati avanti così, fino a quando Valter Santangelo non fece il miracolo di trovare un impianto e far partire la prima rotativa per giornali d’Abruzzo».

In un mese? Ma era programmato tutto prima?

«No, assolutamente. La stampa ad Ancona nello stabilimento di Sensi-Corriere Adriatico sarebbe andata avanti per tanto tempo, se nelle fasi di avvio del giornale i caratteri e le visioni diverse di Sensi e Santangelo non avessero raggiunto i limiti dello scontro. La società proprietaria del giornale (Seci Spa) era al 50% tra Sensi e Caracciolo. Il principe però aveva la totalità della gestione “politica” del giornale. Nomina dei direttori, scelta dei giornalisti e linea editoriale. La parte amministrativa invece era divisa a metà. Praticamente per emettere un assegno occorreva la doppia firma di Sensi e Santangelo. Le cose non funzionarono da subito tra i due. Io facevo la spola con il quartier generale di Sensi a Roma per fargli firmare la sua metà degli assegni e i documenti amministrativi, per poi tornare di gran carriera a Pescara».

Così Santangelo convince il Principe che il giornale aveva bisogno di un centro stampa autonomo?

«Sì, ed è lì che si consuma la rottura con Sensi, che si completerà anni dopo. Però in questi frangenti emerge il coraggio e la capacità di Santangelo. Riesce a ricostruire un autentico puzzle, mettendo insieme gli elementi di una vecchia rotativa rimediati in Spagna, con una torretta di piega trovata in Svezia. Fa arrivare tutto a Pescara e una domenica di luglio mi chiama. Appuntamento a Sambuceto. Lo trovo in maniche di camicia che mi invitava ad aiutarlo a scaricare questi enormi blocchi di ferro e ottone. Lo convinco a desistere. Non so come, trovo uno che la domenica viene lì con un muletto a scaricare il tutto. Un’avventura».

E arriviamo alla notte più lunga. Quella tra il 3 e il 4 agosto. La rotativa c’è. Avete invitato tutti gli edicolanti e il pubblico dei lettori. Tutti assiepati dentro il capannone Montefusco a Sambuceto e…

«L’incubo. La rotativa ondeggia, rumoreggia, ma non parte. Tutto davanti a un pubblico di duecento ospiti».

Che era successo?

«I locali non erano climatizzati. Dentro il termometro era schizzato in alto. Il caldo aveva dilatato gli elementi in ferro, acciaio e ottone della rotativa. Che si bloccava e ondeggiava paurosamente. Il tutto con il pubblico che voleva vedere il primo giornale stampato in Abruzzo».

Panico. Come avete risolto?

«Per fortuna, al nostro vicedirettore di tipografia dell’epoca, Alfonso Arcangeli, viene in mente che in redazione a Pescara avevamo dei grandi ventilatori per tenere a temperatura il Ced (Centro elaborazione dati, ndr). Così con i suoi tecnici, li va a prendere. Partono i ventilatori e un po’ alla volta riusciamo ad abbassare la temperatura nel locale e finalmente la rotativa prende a vivere. A Respirare. Ed ecco le prime copie distribuite al pubblico presente lì quella sera e in particolare agli edicolanti. Era il 4 agosto del 1986, non lo so che ora era. Riuscimmo a stampare, non senza difficoltà, poco più di 12/13 mila copie. Un mese dopo la sua nascita, Il Centro era diventato adulto».

“Notizie primizie”. Il manifesto che annuncia il Centro era una pubblicità e al tempo stesso un contratto siglato con i lettori abruzzesi. Come nacque quella campagna?

«Oltre all’aspetto logistico e costruttivo, con il passare dei mesi lavorando fianco a fianco Valter Santangelo, che era all’epoca anche l’amministratore delegato del giornale La Nuova Sardegna, mi chiedeva anche altre cose. Così un giorno mi chiede di trovare un’agenzia creativa. Io conoscevo bene Gabriele Pomilio: aveva sposato la cugina di mia moglie. Conoscevo il suo estro e sapevo che mi mettevo in buone mani. Pur potendo disporre di società a cui l’Espresso si rivolgeva abitualmente Santangelo voleva un creativo locale. Ma ripeto, tutta la filosofia sua e dell’Editore era incentrata intorno all’obiettivo di creare tutto in Abruzzo. Nasce così, dalla fantasia di Pomilio, la fragola simbolo delle primizie, con quella copia di giornale, il Centro, infilzata dentro. Come a dire: dentro la primizia, ovvero dentro le notizie, ma per primi. Quell’idea di primizia su sei colonne resiste da 40 anni».

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