I suicidi possono essere evitati L’esperto dice come

4 Agosto 2016

I consigli delle psichiatra, professore e consulente dell’Oms «Il primo passo è far parlare la persona, poi c’è la medicina»

PESCARA. «Una persona si uccide non perché abbia desiderio di morire, ma perché non ce la fa più a sopportare quel dolore che sente, non vede via d'uscita». A parlare è Marco Sarchiapone, medico psichiatra e professore dell'Università del Molise, uno dei massimi esperti nel campo della Suicidologia.

In Abruzzo è fresco il ricordo del sindacalista che si è lasciato travolgere dal treno. A Sarchiapone, che in questo campo è consulente dell'Organizzane mondiale della sanità e dell'Onu, abbiamo chiesto di guidarci nel possibile percorso di prevenzione di un evento così drammatico e definitivo.

«Sebbene il suicidio sia un atto imprevedibile e non si possa presumere quando la persona lo farà, è comunque possibile fare prevenzione», spiega lo psichiatra, «sappiamo infatti che il 95% di coloro che tentano un suicidio ha un disagio mentale, anche se non è ancora stato diagnosticato, e che più del 50% di loro si è recato da un medico durante il mese precedente al gesto auto lesivo, per un aggiustamento o per ripetere la prescrizione della terapia psicofarmacologica in atto. Sensibilizzare quelle persone a rivolgersi ad un operatore della salute mentale, può salvare loro la vita».

E' fondamentale fare in modo che la persona afflitta da problemi o pensieri negativi abbia l'opportunità di esternarli. «Parlarne significa dare a quella persona una via d'uscita, non farla restare sola a crogiolarsi nella propria mente e quindi portare il paziente fuori da quella visione a tunnel che lo angoscia».

In qualche modo allora il suicidio si può prevenire?

«Certo, si può fare prevenzione, cercare di trovare la maniera migliore per convincere la persona a rivolgersi ad un Centro di salute mentale, perché non basta lo psicologo, ci vuole un medico. A quel punto, si mettono in campo programmi di psico-educazione, di terapia con la parola e di cura farmacologica».

Ma quali sono i principali fattori di rischio?

«Ogni comportamento umano, compresi quelli patologici, risente di fattori biologici, psicologici e sociali. Affinché tale comportamento si attui però, c'è bisogno che la complessa combinazione di queste tre componenti raggiunga una certa soglia, oltre la quale la persona si sente totalmente oppressa, ingabbiata, senza via d'uscita. Poi ci sono alcune personalità più a rischio: quelle narcisistiche, ad esempio uomini e donne che sono moltissimo legati al proprio buon nome e all'opinione che gli altri hanno di loro. Se per qualche motivo, come il fallimento di un'azienda, costoro vedono intaccato il loro prestigio, possono arrivare a togliersi la vita, laddove la soglia di cui parlavamo prima è "bassa"».

Importanti sono anche i traumi vissuti in età infantile, di carattere sessuale, fisico o psicologico. «In questi casi», sottolinea lo psichiatra, «ad accendere l'interruttore è un gesto qualunque che a noi può sembrare di poco valore, ma non è così per un bambino. Infine, il fattore di rischio più importante è avere già tentato il suicidio: chi lo ha già fatto ha molte più probabilità di riprovarci e riuscirci. E anche avere in famiglia, o tra gli amici più stretti, qualcuno che si è suicidato. Per questo motivo, esistono tecniche per prendersi cura dei cosiddetti “sopravvissuti”».

Insieme alla prevenzione nelle scuole, ambiente ideale dove svolgere tali campagne, l'individuazione dei "pazienti a rischio" è un punto fondamentale per arginare la piaga del suicidio. In questo, l'apporto dei medici di base sembra essere fondamentale. Per ragioni storiche, complesse, ma anche pratiche, i medici di base rappresentano un "filtro" importante per la prevenzione, ed esistono metodologie standardizzate attraverso le quali individuare le persone a rischio e, in un'ottica multidisciplinare, intervenire. «Si tratta di un'operazione semplice e veloce ma anche molto efficace», conclude l'esperto, «tanto che è comprovato che il solo rimanere a contatto con il paziente riduce dell'80 per cento il rischio suicidario».

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