Il direttore superpagato rivuole la poltrona

Guadagnava 400 mila euro all’anno: fu allontanato con una legge regionale sugli enti in dissesto. Che la Consulta ha dichiarato incostituzionale
PESCARA. La corte costituzionale ha colpito ancora. Ma con esiti alquanto diversi. Se la sentenza con cui la Consulta ha obbligato il governo a rimborsare i pensionati privati degli scatti dalla Fornero-Monti tutela i diritti acquisiti di una fascia di modesti lavoratori; la sentenza depositata il 15 maggio scorso che ha bocciato la legge regionale 25/2014 sulle Ater, le Aziende che gestiscono le case popolari, potrebbe rivelarsi un assist niente male per l’ex direttore generale dell’Ater di Chieti Domenico Recchione, oggi pensionato di lusso, nel contenzioso aperto con l’azienda chietina e con la Regione Abruzzo. La legge bocciata stabilisce che se un’Ater versa in situazione di deficit strutturale, il governatore della Regione nomina un commissiario e risolve anticipatamente il contratto di lavoro dell’amministratore unico e del direttore. All’epoca del varo della norma, direttore dell’Ater di Chieti c’era l’ingegner Recchione, un amministratore di lungo corso, che in forza della legge appena approvata e delle condizioni di dissesto dell’ente venne mandato a casa dall’allora governatore Gianni Chiodi giusto un anno fa, il 22 maggio 2014. Chiodi nominò quindi commissario Antonella Gabini. La quale fece subito due cose: un esposto alla Procura di Chieti contro Recchione e altri funzionati Ater che oggi sono indagati per peculato e abuso, e l’avvio di un l’iter amministrativo per recuperare 1,5 milioni di euro (di cui 800 mila a carico del solo ex direttore generale) per «trattamenti indebitamente percepiti», tra cui l’adeguamento Istat del maxi stipendio di Recchione arrivato a sfiorare la cifra di 400 mila euro lordi l’anno (il doppio quasi dello stipendio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: 230 mila euro). La legge di riordino delle Ater è stata bocciata dalla Consulta perché varata in regime di prorogatio e «senza i requisiti dell’urgenza e della necessità» (come si ricorderà la legislatura finì nel dicembre 2014, ma venne prorogata a maggio 2015). E ieri Recchione ha scritto attraverso il suo avvocato Vincenzo Di Baldassarre una lettera all’Azienda territoriale dicendosi «disponibile» a riprendere le sue mansioni, ricordando di aver subito «evidenziato l’illegittimità del provvedimento, oggi confermato dalla Corte». Ma Recchione vuole anche essere risarcito, perché arriva a contestare anche «la palese illegittimità dei provvedimenti di sospensione degli emolumenti dovuti contrattualmente», e invita l’Ater a corrispondergli «tutti gli importi retributivi, contributivi e qualsivoglia somma maturata in forza del contratto di lavoro intercorso» con l’ente.
L’ex direttore ha dato 10 giorni di tempo all’Ater per adeguarsi, secondo la sua interpretazione, alla sentenza della Consulta, altrimenti farà causa «senz’altro indugio o avviso».
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