Il gioielliere: «Anticaglie, già fusi anelli e collane»

Francavilla, parla il compro oro che ha acquistato i monili dal sacerdote «Non erano preziosi, anche se gran parte risaliva agli inizi del secolo scorso»
FRANCAVILLA. Di recuperare tutto o parte dell’oro di San Rocco venduto da don Mario Persoglio per riparare il tetto della chiesa, non c’è più alcuna speranza. Parola del gioielliere al quale il sacerdote di Orsogna si rivolse il 12 marzo scorso per cedere 1,520 chili di preziosi in cambio di 18 mila euro per le necessità della parrocchia: 700 grammi di oro valutato a 9 carati e 820 grammi a 12 carati. Il pagamento fu fatto in due rate: la prima, il 31 marzo successivo, con versamento di 6mila euro; il saldo dopo due mesi, il 31 maggio, per 12mila euro, come stabilito dal contratto stipulato tra le parti. Oggi l’oro di 9 carati costa 5-6 euro al grammo; i 14 carati 10 euro, al grammo; i 18 carati, 18 euro.
«Ricordo quei momenti», spiega il gioielliere e compro oro Lauro Di Sciascio, di Pescara, titolare dell’oreficeria “Oro in Euro” a Francavilla al Mare, sulla provinciale Val di Foro, da 25 anni nel settore dei preziosi. «Di quell’oro oggi non resta nulla», riprende, «perché dopo l’acquisto da parte nostra viene inviato ai banco metalli per la fusione: si fonde perché ha un basso rendimento». I banco metalli sono società private autorizzate da Bankitalia a comperare e vendere all’ingrosso i metalli preziosi che vengono raccolti, fusi e rivenduti al dettaglio. Commerciano oro, argento, platino e palladio, ma anche orologi di marca, gioielli, monete e, infine, pietre preziose.
«Il materiale fuso viene poi riutilizzato per creare altri oggetti», prosegue il gioielliere. «Nello specifico si trattava di oro a “titolo basso”, come diciamo noi del settore, perché l’oro di una volta non era puro come quello in vendita oggi. Era l’oro povero che usciva dalla guerra», sottolinea Di Sciascio, «dentro ci mettevano poca “sostanza”. Una volta era così per legge: ad esempio su un chilo di preziosi, l’oro in esso contenuto poteva essere sui 300 grammi legato con rame e bronzo. Comunque, quelli che ho acquistato da don Mario non erano oggetti di valore artistico ma roba vecchia e neanche antica, il cui valore è quello venuto fuori dal contratto. Capisco chi oggi tra i donatori protesta perché in quei beni poteva esserci tanto valore affettivo visto che si trattava di ex voto, ma di valore intrinseco, e adesso sto parlando da tecnico del settore, avevano ben poco».
Tra l’altro la trattativa per la vendita», precisa Di Sciascio, «da quanto mi risulta, è stata anche lenta perché il sacerdote diceva che doveva avere le autorizzazioni dalla Chiesa per fare ciò che poi ha fatto. Mi pare che fosse anche preoccupato perché presagiva che i fedeli, forse, non avrebbero capito il suo gesto, ma sosteneva di avere bisogno con urgenza dei soldi per riparare i danni a una delle chiese di Orsogna. Il resto della vicenda lo conoscete più voi che io che sto qui. Comunque mi dispiace per quanto è accaduto in paese: io non c’entro, sia chiaro, non sono neanche imparentato col parroco. Del resto lo slogan che guida la mia attività è “Semplicemente onesti”. Le cose qui vengono fatte in regola: per ogni trattativa, a chi si presenta vengono chiesti i documenti». (r.o.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

