«Il Trebbiano? Due anni in bottiglia e diventa grande»

10 Novembre 2014

Pizzolo (Valle Reale) parla del suo “Vigna di Capestrano” il bianco di montagna incoronato dal Gambero Rosso

CAPESTRANO. Due vigneti, quello di Popoli e il piccolo inedito cru di Capestrano. Per un unico, inaspettato, vitigno in prepotente affermazione sulle tavole enologiche nazionali. Il Trebbiano d'Abruzzo 2012 Vigna di Capestrano - tenuta aquilana dell'azienda Valle Reale (Popoli) - è il “Bianco dell'anno” per la Guida ai Vini d'Italia 2015 del Gambero Rosso che ne conferma l'eccellenza con il massimo punteggio dei Tre Bicchieri. La stessa annata, frutto di quel lembo di vigna di appena 1,2 ettari in discesa dal Castello di Capestrano fino al piccolo lago, porta a casa anche il titolo di vino Slow, vale a dire vino che interpreta la storia del territorio secondo la guida Slow Wine 2015. Il sussidiario del vino quotidiano edito da Slow Food premia inoltre la cantina di Popoli con la Chiocciola dell'eccellenza assoluta tra le nuove 10 assegnate quest'anno. Un'ascesa sorprendente per l'italico Trebbiano d'Abruzzo, storicamente sostenuto dal lavoro artigiano di Valentini -quest'anno incoronato al top della guida dell'Espresso con l'annata 2010 - nel grande vigneto a tendone di Loreto Aprutino, e dal lavoro di altre cantine di eccellenza sul territorio della valle peligna e della piana di Ofena-Capestrano. Vignaioli che hanno mostrato di credere nell'identità del territorio assecondandone la vocazione e rivalutandola, per quanto l'autoctono Trebbiano sia stato a lungo destinato a vino da tavola e da taglio. Forgiato nel suo carattere contadino pieno e nervoso, temprato dalle escursioni giorno-notte del centro Appennino, sfaccettato dai sentori aromatici in continua evoluzione, l'italico Trebulanum rilancia le sue innate qualità di freschezza e longevità. Per l'azienda Valle Reale di Popoli (49 ettari vitati in regime bio certificato di cui 5 in biodinamico, 270mila bottiglie prodotte) è la scommessa, vinta, sulle alte potenzialità di espressione dell'Abruzzo interno e di montagna. E sulla scelta di investirci tempo, passione e capitali. «Con molto coraggio ho iniziato a vinificare il Trebbiano nel 2007 in una piccola vasca d'acciaio, dopo l'annata siccitosa del 2003 e poi la clorosi ferrica. Un'avventura difficile ma la prima annata è stata straordinaria» ha raccontato Leonardo Pizzolo durante una speciale serata di degustazione a Villa Maiella con i piatti studiati ad hoc da Peppino Tinari e famiglia con 4 annate del Trebbiano Vigna di Capestrano 2012- 2010-2009- 2008 messe a confronto con il Trebbiano Vigneto di Popoli 2010 (5 Grappoli su Bibenda). Etichette diverse (2700 bottiglie prodotte per annata) nel rispetto delle identità di quel terroir a 450 metri sul livello del mare ed esposto a sud-est. «Tanti vini per uno stile individuale che non si può copiare» afferma Pizzolo, montanaro di origini contadine nel Veronese, che dal 1999 si è stanziato «come un extracomunitario» sulla «sua» montagna abruzzese ricca di boschi e di acque cristalline. «Ho capito che quel vino era di buona struttura dopo due anni di affinamento in bottiglia, è quello che lo rende grande. Se lavorato artigianalmente senza aggiunta di lieviti il Trebbiano esprime la sua propria individualità, un'eleganza di profumi di erbe e di fiori quante le connotazioni del territorio nelle diverse annate. La fermentazione spontanea restituisce il valore del territorio. E' quello il sistema da perseguire per distinguere il made in Abruzzo. Così ho scelto di fare vini di profumi, anzichè vini di corpo come d'abitudine nella tradizione abruzzese. I profumi sono quelli delle piante, e quindi dei lieviti, che si incontrano lungo la vallata attraversata dal Tirino, pera selvatica, camomilla, pietra focaia, genziana, liquirizia, salvia, rosmarino. Abbiamo rinunciato a fare quello che qui non si può fare, assecondiamo la natura del posto, portiamo il terroir nel bicchiere».

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