Immigrati, è qui la regione “amica”

L’Abruzzo ha un indice di integrazione straniera tra i più alti. In evidenza il Teramano e i piccoli paesi dell’Aquilano
PESCARA. L’immigrazione in Abruzzo? Ormai si è consolidata nei piccoli Comuni, oltre che nei centri maggiormente urbanizzati. È il fenomeno che balza maggiormente in evidenza – oltre a quello che ha stabilito che l’Abruzzo è nella “top five” delle regioni con il più alto indice di integrazione straniera – dal rapporto Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali), relativo al dossier statistico sull’immigrazione (realizzato su dati Istat). Lo studio è stato presentato fra gli altri, dal responsabile regionale dell‘Unar e professore associato di Geografia umana all’università dell’Aquila, Luigi Gaffuri, e dal presidente della Cna Abruzzo, Italo Lupo.
Un Abruzzo, dunque, poco «meridionale», e molto «settentrionale», dietro solo a Piemonte, Emilia Romagna, Liguria e Friuli Venezia Giulia, con un tasso di integrazione sociale e lavorativa, il quale misura il grado di accesso alla casa, ai servizi e al lavoro, che si colloca, su una scala da 1 a 100, su 60,2.
Insomma, l’Abruzzo, con la sua popolazione straniera che incide col 6,3% sul totale dei residenti (84.285 su 1.333.939), regione “amica” degli stranieri, con la provincia di Teramo più “amica” delle altre tre, e addirittura settima in Italia con un indice pari a 64,3.
«Un piccolo Veneto», come lo definisce Gaffuri, «poiché di quella regione ha lo stesso background di occupazione industriale, tanti piccoli distretti e piccole imprese», con un tessuto imprenditoriale rivolto prevalentemente alla lavorazione del cuoio, alle calzature e ai trasporti.
E “amici” degli stranieri si stanno rivelando anche i piccoli Comuni della regione. Come quelli della provincia aquilana, che vedono centri come Pizzoli, che ha una popolazione straniera del 18% (quasi tre volte di più della media regionale e più del doppio di quella nazionale, che arriva all’8,5%), oppure Fossa, con il suo 15,8, e San Pio delle Camere che arriva al 32,2% (un residente su tre, nel paese natio dell’ex presidente del Senato, Franco Marini, è straniero). E poi ancora Anversa (18,2), Poggio Picenze (18,1) e Canzano (17,9).
«La causa di questi insediamenti», osserva il docente aquilano, «dev’essere ricercata nel fatto che gli affitti delle abitazioni sono più bassi nei piccoli Comuni, se confrontati con quelli dei grandi centri, e che molte abitazioni sono sfitte, visto anche lo svuotamento dei piccoli Comuni. E anche se i servizi sono minori», riflette ancora Gaffuri, «il problema non sussiste poiché gli stranieri si arrangiano».
Un flash, invece, sulla “geografia lavorativa”, «in un panorama in cui però va rilevato», osserva il responsabile Unar, «che la disoccupazione è in aumento e i permessi di soggiorno scendono e dove i macedoni sono maggiormente impegnati nella pastorizia sul Gran Sasso e i cinesi nella ristorazione, mentre le ucraine hanno preso il posto delle moldave e delle rumene nell’assistenza familiare».
Nel Pescarese, poi, gli stranieri sono maggiormente impiegati nei servizi, mentre nel Teatino e nel Teramano nel campo dell’industria. E su Pescara è emerso un dato da record nazionale: con il suo 57,4%, è la provincia italiana con il più alto numero di donne straniere in proporzione alla popolazione complessiva residente (in Italia la media è del 52,7%).
Un fenomeno dovuto alla nascita di numerose imprese autonome al femminile e all’innalzamento delle richieste di ricongiungimento familiare, richiesto appunto dalle mogli per raggiungere i mariti che già lavorano sul territorio. «E la provincia di Pescara è anche la più dinamica», rimarca infine Gaffuri, «dal 2003 al 2008, nel periodo pre-crisi, ha avuto un incremento di stranieri del 120%, ma anche nel periodo di crisi si è mantenuta sul 54%. Questo vuol dire che il lavoro, quel tipo di lavoro che gli italiani disdegnano, c’è».
Vito de Luca
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