L’Aquila dichiara guerra alle “cellule dormienti”

Sopravvivono ai farmaci e possono svegliarsi dopo 15 anni formando metastasi Uno studio della professoressa Teti per renderle inoffensive per sempre
L’AQUILA . Si chiamano cellule dormienti. Riescono a sopravvivere ai farmaci e si nascondono in distretti corporei diversi dalla sede del tumore primario, dove restano silenti per molti anni. All’improvviso si risvegliano e danno origine alle metastasi ossee. A studiarle è il team coordinato dalla professoressa Anna Maria Teti, del dipartimento di scienze applicate alle biotecnologie dell’Università dell’Aquila, grazie a un finanziamento dell’Airc (l’Associazione italiana per la ricerca contro il cancro).
Professoressa, esattamente, di cosa si occupa il team che coordina?
«Stiamo svolgendo un progetto finanziato dall’Airc che riguarda il tumore alla mammella con particolare riferimento alle metastasi a livello dello scheletro. Il nostro progetto è incentrato su una caratteristica di questo tumore che riguarda le donne apparentemente guarite, delle quali una piccola percentuale (circa il 15%), presenta una recidiva a distanza di molti anni».
Quanti anni, esattamente?
«Almeno 15. Dopo il primo intervento queste donne stanno benissimo, ma poi la malattia ricompare sotto forma di metastasi ossee».
Una volta, dopo i primi cinque anni liberi dalla malattia i pazienti venivano considerati guariti. È da considerare superato questo concetto?
«Oggi gli oncologi sono consapevoli di questi meccanismi, e controllano con regolarità i pazienti per tantissimi anni, proprio per identificare precocemente un evento di questo genere, fin dalla sua comparsa. Il meccanismo che stiamo studiando si chiama dormancy (dormienza delle cellule). Si presume che dal tumore iniziale alcune cellule sfuggano al controllo e finiscano in organi periferici dove restano per molti anni, perché quell’ambiente non favorisce loro sviluppo. Restano lì, e a un certo punto succede qualcosa che le fa risvegliare. Vogliamo capire i meccanismi che inducono la dormienza e quelli che provocano il risveglio di queste cellule. L’obiettivo è fare in modo che non si risveglino mai, oppure farle risvegliare e aggredirle con i farmaci».
Un problema, questo, soprattutto per le pazienti più giovani…
«Queste recidive riguardano circa il 15% dei casi. Se una paziente arriva alla prima diagnosi di cancro al seno a un’età avanzata, anche in caso di una recidiva di questo tipo, raggiungerà la vecchiaia. Arrestare la crescita di un tumore per molti anni è sempre positivo, ma il discorso cambia se si tratta di una paziente giovane. Per questo motivo bisogna capire il meccanismo della dormienza delle cellule, e far sì che non si risveglino, oppure identificarle e aggredirle».
Come è composto il suo team?
Il gruppo è variabile. In media siamo 7-8 persone. Lavoriamo da molto a questo progetto grazie a un finanziamento dell’Airc. In generale ci occupiamo di malattie dell’apparato scheletrico, dall’osteoporosi alle metastasi ossee, alle malattie rare dello scheletro come l’osteopetrosi”.
Quali difficoltà incontra chi fa ricerca in Italia?
«La ricerca è sempre costosa, e i finanziamenti sono tutti a carico del ricercatore, nel senso che se deve andare a cercare. Le risorse investite dallo Stato non sono elevate, e per avere accesso ai finanziamenti privati bisogna partecipare ai bandi, presentare un progetto che deve abbia già delle basi storiche, che nella maggior parte dei casi sarà valutato da una commissione internazionale. Noi dipendiamo molto dalle onlus, e un po’ meno dai finanziamenti che provengono dal Ministero. Per fortuna c sono i fondi europei, ma il percorso per ottenerli non è semplice».

