L’uomo-carbone ricordato a Bruxelles

Nel Parlamento belga le storie dei minatori abruzzesi: «Ma ora favoriamo un’identità comune»
BRUXELLES. "Italiani maccaronì"; "Qui i cani e italiani non possono entrare". E ancora frasi di disprezzo e discriminazione per chi si sospettava che fosse arrivato in Belgio per rubare il lavoro. E ricordando le tante forme di razzismo subìte in Belgio dai minatori italiani, in Parlamento a Bruxelles è stato commemorato il 70° anniversario del Protocollo del 23 giugno 1946, meglio noto come "accordo uomo-carbone". Firmato congiuntamente dal governo italiano e belga, aprì la strada all'invio di operai italiani e di conseguenza di tanti abruzzesi nelle miniere belghe in cambio di un corrispettivo quantitativo di carbone che il Belgio si impegnava a vendere all'Italia in base alle quantità estratte dai minatori italiani. Dovevano essere 50mila. Ne arrivarono oltre 140mila.
«Abbiamo voluto questo evento perché le Istituzioni europee devono diventare centro aggregato per i tanti cittadini italiani che oggi sono in Belgio, favorendo un'identità comune»: così l'europarlamentare Laura Agea del gruppo Efdd, ha aperto l'incontro, che ha visto la partecipazione di alte autorità europee, esperti e testimoni. «Gli emigati venivano fatti scendere nelle stazioni merci, per evitare che fossero visti dai belgi. Era radicato il pregiudizio che venissero a rubare il lavoro».
La storia della migrazione italiana è intrisa di falsi miti e luoghi comuni. La studiosa esperta Anne Morelli ha cercato di fare chiarezza: «Il processo migratorio era già in atto dall'800. L'accordo ne ha accelerato il processo, che è tuttora in corso ed è sempre mosso dallo stesso sentimento: cercare di migliorare la propria condizione. In Italia si stava troppo male. Ma non si era abbastanza italiani per vivere in Italia, né abbastanza belgi per vivere in Belgio».
Per l'ambasciatore Vincenzo Grassi «il Protocollo ha avuto la responsabilità di cambiare le connotazioni del processo migratorio, per le dimensioni quantitative imponenti e le caratteristiche di problematicità sociale». «E la tragedia di Marcinelle», ha sottolineato, «stimolò la Ceca (comunità europea del carbone e dell'acciaio) ad occuparsi non solo di mercati, ma anche di temi relativi alla sicurezza del lavoro».
«I minatori fanno onore alla loro famiglia, al loro Paese, alla loro umanità, e spero anche all'amicizia tra Italia e Belgio».
L'ambasciatore della Rappresentanza permanente del Belgio Dirk Wouters ha ricordato il Protocollo: «Mi ha colpito il paragrafo dedicato alle indennità date alle famiglie lontane dei minatori in Belgio». Già, perché un ruolo importante è stato ricoperto dalle donne dei minatori. Custodi dei valori, artefici dell'integrazione, garanti di una difficile normalità
Lo ha testimoniato la pescarese Enrica Buccione, curatrice del progetto "Il Bosco dei Ricordi", mostra fotografica ospitata in questi giorni nei corridoi del Parlamento Europeo. «Non rappresento solo la mia voce, ma la voce delle donne della mia famiglia che sono state colpite dalla catastrofe di Marcinelle. Sono nipote di una vittima, Cesare Di Berardino. L'8 agosto perse la vita insieme a 5 familiari ed amici. Oggi sono emigrante di tre generazioni. Ho imparato dalle donne della mia famiglia la forza e il coraggio, la tolleranza e la solidarietà. Attraverso un libro "La nostra Marcinelle: voci al femminile" e la mostra fotografica"Il bosco dei ricordi" voglio farmi testimone della grande umanità e del patrimonio economico, sociale e culturale che noi tutti abbiamo ereditato dai minatori e dalle loro famiglie».
La mostra approderà il 1°agosto all'Aurum di Pescara per l'evento che vedrà la partecipazione straordinaria della Principessa del Belgio Astrid; poi sarà la volta di Marcinelle in occasione dell'anniversario della tragedia dell'8 agosto.
Le donne hanno avuto un ruolo centrale nel processo di integrazione in Belgio. Come ha sottolineato Maria Laura Franciosi, ex corrispondente Ansa da Bruxelles, e autrice del libro "...Per un sacco di carbone", una raccolta di150 interviste di minatori, mogli e figli. Molti di loro non ci sono più perché sterminati dalla silicosi, ma fra questi l’autrice ricorda la testimonianza di un abruzzese: «Si chiamava Silvio Di Luzio, era nato a Torricella Peligna. Era uno degli ultimi due minatori che l'8 agosto del '56 scese nella miniera in fiamme per cercare di salvare i compagni. Morirono 262 minatori,136 dei quali italiani, 60 abruzzesi. Tutti questi minatori che ho intervistato parlavano dell'Europa. Dicevano "Noi siamo europei da 50 anni. Noi siamo l'Europa. Noi che ne abbiamo fatto la ricchezza".
Fra gli italiani cresciuti in Belgio ha preso la parola Bruno Mariani,originario di Atri, figlio di un minatore. Arrivato in Belgio all'età di 2 anni con cittadinanza italiana, non ha mai richiesto la cittadinanza belga: «Chi arrivava con contratto di 5 anni aveva sempre la speranza di tornare in Italia. E invece siamo rimasti. Avrei potuto richiedere la nazionalità belga, ma perché prendere due nazionalità? Io mi considero un europeo con la nazionalità italiana. E mi sento italiano».
Chiara Morelli
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