La beffa dei marchi di qualità: l’olio Dop e Igp non si vende

8 Febbraio 2026

Le bottiglie contrassegnate dai simboli della tutela restano sugli scaffali di negozi e supermercati. Amoroso, presidente dei frantoiani: «Un paradosso, bisogna riflettere su questo strumento»

CHIETI. L’olio abruzzese contrassegnato dalle sigle Dop e Igp si vende poco e resta sugli scaffali dei negozi. È la beffa dei marchi di tutela del nostro oro verde. Di fronte all’invasione dell’olio estero a prezzi stracciati, soprattutto dalla Grecia, tutti gli attori della filiera chiedono «maggiore tracciabilità, tutela del prodotto 100% italiano, difesa dall’italian sounding, riconoscibilità sui mercati e una più equa remunerazione». Obiettivi che, spiega Alberto Amoroso, frantoiano frentano e presidente dell’Aifo, l’Associazione italiana frantoiani oleari, «sono già insiti nei marchi Dop e Igp. Eppure, come evidenziato dai dati più recenti, i volumi di olio certificato restano fermi a una quota marginale del mercato. Un paradosso», dice Amoroso, «che impone una riflessione seria sul funzionamento dello strumento».

La domanda è questa: ma i marchi Dop e Igp hanno il potere di valorizzare il lavoro lungo tutta la filiera, a partire dalla trasformazione? La risposta, almeno per adesso, sembra essere un no: «Se dopo decenni», dice Amoroso, «i volumi di olio Dop e Igp restano inchiodati a una percentuale minima, è legittimo chiedersi se il problema sia culturale o normativo. Abbiamo uno strumento potentissimo, ma non lo stiamo utilizzando a pieno regime. Il frantoio è il luogo in cui la qualità prende forma ed è da qui che deve partire una riflessione seria sul futuro delle denominazioni».

L’Abruzzo è la settima regione d’Italia per produzione di olio con 38.597 ettari di terreno coltivati a olive. In provincia di Chieti sono 20.050 gli ettari di terreno in cui si produce olio. E la parola d’ordine è qualità, il mezzo per battere l’olio di importazione a prezzi stracciati. Da Chieti arriva più della metà di tutto l’olio abruzzese: 10.690 ettari coltivati a Pescara, 5.780 a Teramo e 2.077 all’Aquila. In Abruzzo sono attivi 289 frantoi, si contano 9 milioni di alberi di ulivo su una superficie di quasi 40mila ettari pari al 3,7% del totale nazionale.

«Le denominazioni di origine tutelano giustamente il prodotto finale», dichiara Amoroso, «ma è necessario aprire una riflessione seria su chi quel prodotto lo realizza concretamente. Il frantoio è il luogo in cui l’oliva diventa olio e dove si determinano qualità, identità e valore». L’Aifo vuole rimettere al centro il lavoro e le competenze dei frantoiani. «Il settore ha bisogno di confronto, di domande anche scomode e di una visione che», dice Amoroso, «rimetta al centro il frantoio come luogo in cui nasce il valore dell’olio extravergine. La qualità non è uno slogan, ma il risultato di competenze, scelte tecniche e responsabilità». Durante l’ultima edizione della rassegna Evolio Expo 2026, a Bari, sono stati premiati gli olii considerati eccellenti.

Il miglior olio extravergine d’oliva d’Italia 2026 parla marchigiano: il Frantoio Agostini di Petritoli, nelle Marche, si è aggiudicato il primo posto assoluto del Concorso mastro d’Oro 2026 con l’etichetta 100% Italiano Bio Ascolana Tenera, imponendosi all’ottava edizione dell’unico concorso nazionale interamente dedicato ai frantoiani. Al secondo posto si è classificato il frantoio Montanaro di Palazzo San Gervasio, in Basilicata, con l’olio Italiano Coratina, mentre il terzo gradino del podio è stato conquistato dall’azienda agricola Il Mandrione di Vieste, in Puglia, con l’etichetta Minerva Coratina. Accanto al podio assoluto, il concorso ha valorizzato le migliori produzioni regionali, premiando l’azienda agricola Il Mandrione per la Puglia, l’Oleificio Andreassi di Poggiofiorito per l’Abruzzo, Montanaro per la Basilicata, il Frantoio Sant’Agata d’Oneglia per la Liguria, Olearia San Giorgio di Morgeto per la Calabria, il Frantoio di Valnogaredo per il Veneto, il Frantoio De Ruosi per la Campania e nuovamente il Frantoio Agostini per le Marche.

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