«La Carichieti? Non ci interessa più»

Il presidente della Bcc di Roma, Liberati: dopo la Banca Padovana sarebbe troppo. Voci di trattative per la Bcc di Teramo
PESCARA. «Quando il passo è troppo impegnativo, bisogna avere l’umiltà di ammetterlo e farsi da parte: già un mese fa abbiamo comunicato alla Banca d’Italia che non siamo più interessati a partecipare al riassetto di Carichieti». Non si nasconde Francesco Liberati. presidente della Bcc di Roma, la maggiore banca di credito cooperativo italiana. Ammette che i contatti c’erano stati e che qualche ipotesi era stata fatta, ma aggiunge anche che l’imminente acquisto di una grande Bcc del nord, la Padovana, non consente nel breve periodo di digerire un boccone grosso come l’ex Cassa di risparmio teatina. Le mire sull’Abruzzo rimangono, eccome, e si sussurra che qualche abboccamento ci sia già stato con la Banca di Teramo, un’altra Bcc che lotta con le unghie e con i denti per guarire le ferite di un passato fatto di prestiti sbagliati e che può presto avere bisogno di un cavaliere bianco. Su questo, però, le bocche sono cucite.
Presidente Liberati, perché avete preferito puntare sulla Padovana?
«E’ una bella realtà, con 28 sportelli e 218 dipendenti, fa parte del nostro movimento e aveva bisogno dell’intervento di un socio solido. Vede, noi delle Bcc siamo abituati a curarci le ferite da soli e a ripagare tutti i debiti fino all’ultimo euro, comprese le famose obbligazioni subordinate di cui tanto si parla in questi giorni e che erano state collocate anche dalla Padovana. Purtroppo ci hanno costretti a contribuire anche per le quattro banche in cui è intervenuto il Fondo di risoluzione, tra cui la Carichieti: non doveva succedere che al credito cooperativo venissero richiesti 225 milioni, ma è successo e non voglio fare altre polemiche».
Perché gli altri sì e voi no?
«Glielo ripeto: perché le nostre crisi sono di competenza solo nostra, nessuno ci aiuta. Per fortuna il movimento è forte, ben patrimonializzato, su 378 Bcc ci sarà al massimo un 10% di istituti con qualche problema, ma con la riforma del nostro settore sarà più semplice mettere mano anche a queste situazioni».
Si sa che c’è una divergenza di vedute tra la sua banca e le Bcc abruzzesi: loro vorrebbero una holding unica nazionale, voi preferireste un’alleanza della sola Italia centrale...
«Non è così, anche noi siamo per un’unica società. La differenza è che noi vorremmo che si creasse un’entità nuova, una newco, che fissi le regole per chi vi aderisce e poi controlli che a queste non si deroghi. Solo se non si andrà su questa strada, esploreremo la via alternativa, ovvero una società tra le 26 Bcc di Lazio, Umbra e Sardegna, che già oggi fanno parte di un’unica federazione di cui sono presidente».
Niente subordinate nella Bcc di Roma?
«No, e per fortuna neppure nelle altre banche della nostra federazione: mi hanno dato retta, grazie al cielo. Diciamo la verità: un risparmiatore non sa che cosa siano, non si fa. E mi permetta di dire una cosa»
Prego.
«Se una banca non ha i coefficienti patrimoniali che glielo permettono, deve rassegnarsi a fare prestiti di minore importo, non forzare la situazione con strumenti come questi. Glielo dice il presidente di una banca che ha 760 milioni di patrimonio».(cr.re.)
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