La ricetta della “signora del Maalox”

Dirige la fabbrica aquilana che produce ed esporta in 90 paesi il farmaco contro il mal di stomaco
Lo consumano in tanti, anche da queste parti, quando quella fastidiosa acidità ti prende allo stomaco e senti il bisogno di un aiutino medico. Ma forse pochi sanno che quella pastiglia di Maalox che ingurgitiamo è prodotta qui in Abruzzo, per la precisione a Scoppito, dove la multinazionale Sanofi Aventis possiede uno dei suoi migliori stabilimenti. Più che una fabbrica, è un piccolo mondo con 315 dipendenti (ma l’azienda preferisce parlare di “collaboratori”) che hanno parecchio rinsaldato i legami con il datore di lavoro in occasione del terremoto dell’aprile 2009, quando la Sanofi in quattro e quattr’otto costruì un villaggio per le “sue” famiglie rimaste senza casa.
E alla guida non c’è il solito manager straniero, ma una tostissima ingegnera chimica aquilana, che ci tiene molto a precisare che la sua laurea presa nell’ateneo cittadino non ha nulla da invidiare, quanto a preparazione, a quella di tanti colleghi di altri atenei di grandi città europee. Si chiama Annaletizia Baccante, ha 45 anni e alle spalle una lunga gavetta nell’impianto di Scoppito, prima di diventare direttore di produzione e infine, dal 2011, direttore tout court.
Ingegner Baccante, come si guida una fabbrica importante come questa?
«Con senso di responsabilità e disciplina, il gruppo Sanofi da questo punto di vista è un’ottima scuola manageriale. Abbiamo regole aziendali precise e ogni anno riceviamo target e obiettivi: ci impegniamo a raggiungerli, anche a costo di sacrificare un po’ della nostra vita privata. E finora i riconoscimenti non sono mancati: qui si produce il Maalox in compresse per tutto il mondo, 90 mercati, e siamo già riusciti a ridurre del 30% i costi di questa linea che è a Scoppito solo da un anno, dato che prima si produceva a Origgio».
Anche per voi ridurre i costi è un imperativo continuo...
«E’ ovvio che in tempi di continua riduzione della spesa farmaceutica devi essere il più possibile efficiente, ma non è solo un problema d i costi: c’è un tema etico che riguarda la responsabilità nei confronti del paziente e il suo diritto di avere disponibile il farmaco nei tempi giusti».
Che giudizio si può dare delle vostre risorse umane?
«Il clima è buono e per me il rapporto con i nostri collaboratori è facilitato dall’aver lavorato a lungo in produzione. Il mix dell’organico è equilibrato, con un 50% di donne e un 50% di uomini, i laureati sono il 20% e la flessibilità non supera il 15-20%».
Altre multinazionali in altre parti d’Abruzzo lamentano un eccesso di assenteismo.
«No, direi che qui siamo in linea con la media nazionale. Oddio, qualche caso isolato, magari di qualcuno che va a tartufi ci può essere (sorride), ma nulla che ci preoccupi»
Si fa un gran parlare del polo abruzzese del farmaceutico, il Capitank: è realistico pensare che aziende diverse collaborino tra di loro?
«Certo che sì e in tre anni abbiamo già fatto tanta strada, anche se il percorso in questi campi è lento. Oggi nel progetto ci sono 56 aziende, piccole e grandi, pronte a mettere a fattor comune esperienze in settori che non toccano il patrimonio di conoscenze farmaceutiche di ognuna, ma impattano comunque aspetti importanti della vita di ciascuno».
Ci faccia qualche esempio.
«Beh, se ci sono società che effettuano analisi chimiche per il rilascio dei prodotti, possono essere usate da tutti con costi sicuramente minori. Lo stesso vale per il discorso dei trasporti, che incide sia sui costi sia sull’impatto ambientale, tema a cui noi siamo molto sensibili. A proposito: la Sanofi di Scoppito è stata la prima in Italia a certificare il carbon foot print (l’impatto sull’ambiente n.d.r.) della produzione di un farmaco, ovvero del Maalox. Noi qui non facciamo ricerca, altre aziende sono interessate a questo aspetto e ci sono spin-off molto interessanti con le università, anche nei settori più vicini alla produzione che a noi premono».
Capitank è destinato a crescere, dunque...
«Certo, anche perché ormai i finanziamenti, sia dalla Ue sia a livello nazionale e regionale, passano per i Poli e non ci si può improvvisare».
Come vede l’immediato futuro? Si può sperare in aumenti di organico con assunzioni?
«Realisticamente vedo una continuità nei numeri, magari sperando in un aumento della produzione con una maggiore efficienza dei processi. Sarebbe già un ottimo risultato».
Ma a un giovane interessato a lavorare in questo settore che studi consiglierebbe?
«Anzitutto consiglio di seguire bene l’evoluzione del mercato per capire se si ha attitudine alla vita aziendale. Come lauree mi sembra che ingegneria ed economia garantiscano ancora le maggiori opportunità, ovviamente con un occhio attento all’ingegneria biomedica, che ha grandi prospettive».
Lei quando ha capito di avere questa “vocazione”?
«Era il 1997, avevo fatto un master a Pisa in tecnologia dei materiali ed ero in corsa per due dottorati universitari. Mi telefonarono per offrirmi un posto qui e io chiesi quando dovevo cominciare. La risposta fu: “Ieri”. E mollai tutto per questo lavoro che amo».
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