Labriola lancia l’allarme: «Musk comanda dal cielo, l’Europa ora deve reagire»

Il ceo di Tim è atteso domani a Pescara per la prima giornata di “Innovazioni”. Al centro i monopoli digitali. E su Trump spiega: «Ci ha costretti a scegliere»
Dottor Labriola, dopo anni di immobilismo ci sono novità nel dibattito pubblico sul tema dei diritti e dei monopoli digitali.
«Per fortuna sì».
A chi si rivolge il discorso che stiamo per fare?
«A chiunque ci legge, ovunque sia nato e ovunque si trovi. A patto che abbia un telefono in tasca!».
Siamo tutti connessi e condividiamo dati, spesso senza essere pienamente consapevoli del rischio.
«Ovvio. Lo abbiamo capito. Ma per anni non abbiamo pensato alle conseguenze di questa condizione».
E perché ora sì?
«La novità più importante per noi, credo, è la svolta comunitaria sul tema della sovranità digitale».
Perché?
«Perché fino a ieri avevamo abdicato, almeno in Europa, alla totale egemonia delle big company americane e straniere».
E questo cosa comportava secondo lei?
«Rischi grandissimi per la nostra libertà e per la nostra economia».
Che cosa è accaduto, cosa ha prodotto il risveglio di cui parla?
(Sorride). «È un discorso complesso, ha tempo?».
Certo. Tutto quello che vuole.
«Allora inizio con una risposta di una sola parola: Trump».
Suggestivo. Basta evocare il presidente degli Stati Uniti per iniziare questo nostro viaggio sulla frontiera dei nuovi rischi e dei nuovi diritti?
«Sì. Perché i problemi esistevano già. Ma Trump ci ha fatto scegliere. Anzi, dico meglio: Donald Trump ci ha costretti a scegliere».
Scegliere cosa?
«O noi rispondiamo adesso, dotandoci dell’autonomia tecnologica che ci serve. Oppure non saremo mai più in grado di farlo».
Pietro Labriola ha 59 anni. È nato in Puglia, ha girato l’Italia, vive a Roma, è l’amministratore delegato della Tim, il colosso della telefonia mobile italiano, ma non ha una immagine da manager tradizionale. Guida l’azienda dal 2022, ha vissuto sei anni in Brasile, ha due figlie («Una di zero anni - ride - perché deve ancora nascere»), da mesi in molti dei suoi ultimi discorsi pubblici ha stupito il suo uditorio denunciando il rischio dei monopoli e del controllo delle big tech sulle nostre vite. Quando lo incontro indossa un maglione leggero, senza giacca. (Quando parla ricorda più Steve Jobs che il suo precedessore Roberto Colaninno). Arriverà domani a Pescara, ospite di Confindustria Abruzzo Medio Adriatico (nel pomeriggio di giovedì) per la prima giornata, nella due giorni di Innovazioni. C’è molta attesa per il suo intervento. Dopo aver discusso con lui per due ore, nella sede della Tim di Roma, sono ancora più curioso di quando sono entrato.
Prima di tutto una curiosità: cosa faceva sua madre?
(Ride). «Non ci crederà: la centralinista della Sip».
Non ci credo infatti.
«Rispondeva al mitico 12».
E suo padre?
«Era ufficiale di aeronautica».
Aveva un sogno da bambino?
(Sospira). «Mi dicevano che ripetevo: voglio fare l’amministratore delegato!».
Non ha sbagliato nulla, dunque.
«Apparentemente. Chissà, se avessi saputo cosa mi aspettava…».
Riprendiamo il filo del nostro discorso. Lei usa toni molto preoccupati.
«Non sono io a fare questa scelta, è il mondo che stiamo vivendo che ha accelerato il passo».
Perché?
«Le guerre che ci sono scoppiate intorno ci hanno fatto vedere meglio i processi che erano già in atto da anni. La nostra sicurezza nazionale, la sicurezza dell’Europa è potenzialmente a rischio. E anche i nostri diritti individuali sono esposti a potenziali attacchi, più o meno ibridi».
Perché ora vediamo meglio questa condizione di pericolo?
«Gliel’ho detto, non era una provocazione».
Cioè?
«Nel momento in cui Trump ha messo in dubbio qualunque relazione politico-commerciale e qualunque trattato militare o civile siglato negli ultimi sessant’anni, abbiamo capito e messo a fuoco un problema di cui ci rifiutavamo di ammettere l’esistenza».
Quale?
«Non siamo più padroni delle nostre banche dati, quindi della nostra sicurezza, e forse anche della nostra storia».
Eppure molte grandi aziende tecnologiche americane sono anche vostre partner. Come si conciliano queste preoccupazioni e questa realtà?
«La collaborazione resta fondamentale. Non è una questione contro gli Usa o contro le grandi aziende tecnologiche americane, con cui continuiamo a lavorare e innovare. È una questione di autonomia strategica, sicurezza e capacità di scelta».
È una scelta di Bruxelles?
«La vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen ha richiamato il rischio che dati conservati in Europa restino esposti all’accesso di autorità di Paesi terzi, per effetto delle leggi cui sono soggetti i fornitori».
Anche Mattarella ha preso posizione.
«Mattarella ha parlato delle corporazioni globali come di «quasi nuove Compagnie delle Indie», chiedendo regole che ne riconducano il potere al bene comune. Il punto è questo: collaborare con i grandi partner tecnologici e, allo stesso tempo, garantire che l’Europa mantenga il controllo sui dati e sui servizi più critici».
Perché non ce ne siamo accorti prima?
«In primo luogo perché non stiamo parlando di un confine geografico».
No?
«Nella dimensione di cui stiamo parlando non c’è una linea netta, un prima o un dopo. Ci sono processi in continua evoluzione. Anche il telefonino che lei ha nella tasca si sta evolvendo alla velocità della luce, e non necessariamente nella sua interfaccia fisica».
Mi faccia un esempio.
«Lei ha sottoscritto decine di volte dei cambi di condizioni contrattuali, ma non ha la più pallida idea di cosa sia cambiato da un sistema operativo all’altro».
Quindi per molti di noi è un cambiamento che avviene in momenti diversi.
«Esatto. C’è un processo che è cominciato quindici anni fa, quando abbiamo iniziato a delocalizzare i nostri dati sensibili sulle “nuvole”. Per alcuni è avvenuto prima, per altri dopo, ma il punto è che prima o poi ci siamo arrivati tutti».
Cosa è cambiato?
«Ancora dieci anni fa avevamo tutto nei computer: documenti, diari, ricette, fotografie, dati personali sensibili».
E ora?
«Adesso tutto è nel cloud. Anche quando molti di noi sono convinti che siano ancora nel nostro device, nel nostro apparato, nel nostro “personal” che non è più tale».
Abbiamo ancora delle memorie, dei dischi più o meno rigidi.
«Ma Microsoft Office, per citare un sistema operativo, è nel cloud. Le regole del gioco sono lì».
Cosa cambia per noi?
«Tutto. Il nostro mondo può essere acceso, o spento, senza che noi neanche lo sappiamo».
Vale anche per i telefonini.
«Soprattutto. Nel cellulare non c’è nulla, solo quello che è nel cloud. Così come nulla c’è nel braccialetto che ho al polso e che misura la mia pressione. È solo una emittente. Gli schermi dei nostri laptop sono solo vetrine per i nostri occhi».
Ci siamo ingolositi.
«L’avvento di Trump ha imposto una domanda ineludibile. Tutti ci siamo resi conto che se metti la tua vita nelle mani di qualcuno non puoi dipendere da un altro Stato».
Ci sono diversi gestori.
«Se metti in fila Amazon, Oracle, Apple e Google, hai già chiaro che si tratta di un oligopolio. Però…»
Però cosa?
«Quando Trump ha firmato il Cloud Act, che consente alle autorità americane, alle condizioni previste dalla legge, di richiedere dati detenuti da fornitori soggetti alla loro giurisdizione, anche se conservati all’estero, è emersa una questione: che alternative ha l’Europa per tutelare i propri dati e garantire la propria autonomia di scelta?».
Facciamo un esempio.
(Sorride). «Noi due abbiamo i nostri telefonini sul tavolo. Il tuo potrebbe essere già spiato senza saperlo».
Beh, io non ho strumenti per saperlo. L’amministratore delegato di Tim sicuramente sì.
«Ecco il punto. Nessuno di noi può venire a conoscenza delle attività che vengono richieste. Neanche io».
Un giudice in Italia non ha giurisdizione su tutto quello che accade sul territorio nazionale?
«Ecco il punto: la risposta è No».
Proviamo a spiegarlo per tutti.
«Noi abbiamo un’app sul telefonino. Ma i dati possono essere soggetti a giurisdizioni straniere, rendendo più complesso l’accesso da parte della giustizia italiana. È come se avessero lo status di una ambasciata straniera».
Nessuno è riuscito a violare questo recinto?
«In Brasile, dove ho lavorato molti anni, il governo sta chiedendo delucidazioni, per capire se Meta abbia interferito con le campagne elettorale».
L’account social di Lula, da candidato è stato bloccato per giorni. Una rappresaglia?
«Non posso dirlo con certezza. Quel che è sicuro è che il Brasile è arrivato a bloccare X, perché il governo da tempo fa una richiesta sensatissima: vuole un amministratore delegato, insediato in loco, che risponde di cosa quel social fa nel suo paese. Alla fine, l’azienda di Musk si è adeguata alla richiesta della Corte suprema brasiliana».
Di nuovo le linee invisibili: puoi cambiare la storia di quello Stato – ad esempio condizionando una elezione – senza esserci.
«Purtroppo si. Siamo abituati, non solo noi, ma ancor di più le nostre macchine amministrative, ad immaginarci dentro un mondo fisico. Alle sue leggi».
Ad esempio?
«Quando attraverso dei confini fisici cambiano le regole. Anche per me».
E invece?
«Il digitale è una dimensione sovrapposta alla nostra. E spesso non coincidente. Viaggia con noi, viaggia dentro di noi, ci invade, cercando di imporci le sue regole».
Facciamo un altro esempio?
«Uno che a Orsini piace molto: chi sa dove finisce e inizia l’Italia?».
Io no.
«Quali sono i confini nazionali di questo territorio fisico? Sei miglia marittime se da terra vai verso il largo. E 15 mila metri di altezza, se dalla terra ti levi in volo. Ha presente L’isola delle rose?».
Si, è il libro scritto da Walter Veltroni su una comunità nata al largo dell’Emilia Romagna su una piattaforma nel clima libertario degli anni Settanta.
«Esatto. La risposta a quella “ribellione” del vecchio Stato novecentesco, quello che eravamo allora, fu molto semplice: un decreto che estendeva in quel punto di mare le acque territoriali, inglobando la piattaforma, per ricondurla alla sovranità statuale».
Non possiamo farlo più?
«No, se parliamo della sovranità della parte di atmosfera che oggi è popolata dai satelliti».
È un nuovo Far West?
«Peggio. Nella nuova frontiera del Far West, almeno teoricamente, potevano arrivare tutti».
E in quella dell’aerospazio?
«Comanda solo chi arriva prima. Anzi: sta comandando chi è arrivato prima».
Di chi parliamo?
«Sempre dei soliti: nella Lea ci sono Amazon e Space X».
La chiamano Low earth orbit, negli nota come “Leo”. È il primo anello di atmosfera, quello che va da 160 a ottomila metri. Perché è il più importante?
«Perché da lì si trasmette meglio».
E adesso è colonizzato da Elon Musk e dai suoi satelliti.
«Dobbiamo dipendere dai capricci di un privato. E così Musk può decidere se accendere o spegnere Internet in Ucraina, se pilotare o no i suoi sistemi di arma».
Può decidere i destini della guerra.
«E non solo. Questi satelliti possono saturare la Leo. Solo che per motivi di manutenzione ogni cinque anni devono essere ritirati e dismessi».
Siamo ancora in tempo, come Europa?
«Si, se ci infiliamo in questo spazio. Nel 2031 io penso che bisogna conquistare uno spazio nella Leo, per l’Europa, l’India, la Cina…».
Perché abbiamo perso tempo. Abbiamo la tecnologia per costruirli e guidare i satelliti. Anche in Italia!
«Costa mandarli in orbita. Pensiamo all’assistita del nostro dibattito: dovremmo occuparci giorno e notte dello sviluppo e del costo dei satelliti».
E invece?
«Mentre noi ci accapigliano se dobbiamo avere cinque o quattro operatori di telefonia mobile in Italia, si sta costruendo Un nuovo monopolio, verticale e integrato, dello spazio».
Abbiamo una nostra politica industriale in Europa?
«No. Ma per fortuna si stanno svegliando. Speriamo che non sia tardi».
L’Italia cosa può fare?
«Muoversi con gli altri. Che politica vogliamo avere nel mondo del digitale?».
Ci sono le risorse per farlo?
«Si, se non si buttano».
Cosa ha fermato voi, gli operatori delle telco?
«Per anni siamo stati condizionati – ed era un bene dalla massimizzazione dell’interesse del consumatore. Parlo di trent’anni fa, quando le liberalizzazioni del mercato delle tlc hanno avuto la funzione storica di abbattere le tariffe».
Erano monopoli. Era giusto smontarli?
«Sì. Ma ora siamo in un’altra fase. In Italia ci sono tre operatori con soli sessanta milioni di abitanti!».
Cosa bisogna fare per ritornare nel mondo contemporaneo?
«Razionalizzare. Scrivere regole che abbiano senso in questi tempi. Oggi lo scenario che ho descritto impone l’aggiornamento rapido di tutti i codici. Purtroppo è come se avessimo un limite rigoroso per i cavalli della carrozza, ma nessuno si preoccupasse se un drone ti sorveglia la casa».
A Milano. Sì sono coordinati via Whatsapp.
«Ohhhh, bravo. Ma se un magistrato vuole sapere dove erano tutti i cellulari agganciati a queste antenne, oggi non può».
Voi questi dati li avete.
«Attenzione: noi spediamo venti milioni di euro l’anno, di cui ce ne rimborsano solo 500 mila, per tenere tutte le tracce digitali dei nostri utenti. Ma Whatsapp, per il teorema delle ambasciate, non è tenuto a dare nulla».
Whatsapp non è un monopolio, risponderebbero loro.
(Ride). «A volte faccio un gioco, lo farò anche a Pescara, e quindi per ora non rivelo».
Quanto tempo abbiamo per cambiare paradigma?
«Poco. L’evoluzione tecnologica è rapidissima. Noi stiamo ancora regolamentando l’autostrada con le norme delle carrozze. Sa che sino a qualche tempo fa dovevamo conservare una copia cartacea del contratto di ogni cliente presso i nostri negozi?».
Come siete riusciti a liberarvi?
«Ho chiesto ai commissari dell’Authority: “Mi fate vedere una copia cartacea del vostro ultimo contratto del telefonino?”. Hanno capito».
Altro esempio?
«Per avere una sim bisognava farsi riconoscere di persona. Folle. Abbiamo quindi portato il riconoscimento a casa loro, con i postini intelligenti. Adesso immaginiamo uno scambio di questo tipo: posso darti la telefonia gratis se mi dai possibilità di profilarti. Giusto, no?».
È quello che già fanno i social.
«Esatto. Le norme devono essere più rapide, e devono essere cambiate quando le aggirano. Non il secolo dopo».
Non è la prima volta che accade?
«Nooo! Tutti ricordano che Mediaset è nata con i “betoni” delle videocassette con i tutti i programmi registrati spediti da Berlusconi in ogni regione. In quella vacatio legis erano nati tre canali!».
Allora intervennero i pretori. E poi il governo con un decreto.
«Bene, ora sono in gioco tutte le nostre vite. Bisogna intervenire subito».

