Lo 007 canadese che salva i bambini dalle baby gang
Luciano Bentenuto è figlio di emigranti e direttore dei Servizi di sicurezza «A mia madre avevo promesso che sarei tornato, qui le persone sono “calde”»
PESCARA. «Mio padre, alla fine degli anni '50, partì da Torre de' Passeri per il Canada e disse alla sua fidanzata che l'avrebbe chiamata una volta trovato lavoro, affinché lo raggiungesse. Ricevuta la telefonata, lei, da San Valentino in Abruzzo Citeriore, si fece sette giorni di viaggio in nave e lo raggiunse. Nel 1961 si sposarono e l'anno dopo nacqui io. Purtroppo tre settimane fa lei ci ha lasciato e prima di andar via mi ha chiesto di venire in Abruzzo. Io glielo avevo promesso: ora sono qui e sono sicuro che lei lo sa». Ancora provato per il grave lutto, racconta così la sua storia, Luciano Bentenuto, direttore generale dei Servizi di sicurezza del Canada, di origini abruzzesi.
Cinquantatrè anni, residente ad Ottawa, sposato con una donna canadese da cui ha avuto un figlio, oggi avvocato 23enne, Bentenuto negli ultimi trent'anni ha ricoperto alcuni dei più importanti incarichi dirigenziali dell'intelligence del Canada.
Dopo la promessa fatta alla madre, il capo degli 007 canadesi, fresco di una laurea honoris causa ritirata in Calabria, è tornato in Abruzzo, accolto dall'assessore regionale all'Emigrazione, Donato Di Matteo, dai componenti del Cram Abruzzo e dai rappresentanti dell'Osservatorio regionale dell'emigrazione.
Dopo gli incontri istituzionali, tra scambi di omaggi e di regali, Bentenuto si racconta a 360 gradi, mostrando anche diverse cicatrici, segni della dura lotta alla criminalità, portata avanti con impegno e passione.
Bentenuto, che impressione le hanno fatto l'Abruzzo e gli abruzzesi?
«Gli italiani e, in particolare, gli abruzzesi, sono persone calde, generose e queste caratteristiche sono il vostro tesoro. La vostra forza sono le persone che sono qui».
Qual è l'immagine degli italiani in un Paese come il Canada?
«Ho lavorato molto per cambiare l'immagine degli italiani che c'è in giro per il mondo, il classico luogo comune “spaghetti e mafia”. Questa idea va superata e mi sono dato come missione personale proprio quella di cambiare le cose. Per trent'anni, in polizia locale e federale, ho sempre subito un po' di discriminazioni. Il 99 per cento degli italiani, però, non ha problemi; c'è un uno per cento che delinque, gettando ombre su tutti. Queste ombre vanno rimosse».
A suo parere c'è differenza tra i problemi di sicurezza italiani e canadesi?
«I problemi sono internazionali, non sono mai nazionali. “Pensa globalmente e agisci localmente”, questo è il mio motto e credo molto in questa logica».
La mafia secvondo la sua esperienza è ancora un problema oltreoceano?
«Forse le grandi famiglie stanno sparendo, ma c'è ancora confusione. Molte persone finiscono in carcere e tante altre muoiono. Quando uno entra nel giro della mafia, d'altronde, ci sono due uscite: il carcere e la morte. Non si faccia l'errore di pensare che far parte della criminalità organizzata possa dare dei benefici. Si deve andare a “zappare la terra'” per fare il pane e non rubarlo a chi lo ha fatto, perché non sarà mai il nostro pane. Io cerco di educare e sensibilizzare in questo senso».
Il suo percorso è caratterizzato anche dall'impegno nel Sociale.
«Oltre al mio lavoro faccio attività benefica e di educazione, per salvare i bambini dalle baby gang e dalla criminalità. Collaboro con un'associazione la cui madrina è Celine Dion. Ho scritto anche un libro in materia ed è un ambito sul quale da sempre mi impegno. E ora, sembrerà strano, ma sto aiutando anche i ragazzi provenienti da famiglie mafiose ad uscire dal giro».
(l.d.)
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