Marco Pannella. Un precursore della modernità

Il più importante politico nato in Abruzzo: non senza spigoli e incoerenze, ma ci ha lasciato un vuoto
Da alcuni giorni ricevo messaggi di segno opposto: alcuni (tanti, per fortuna) grati per il lavoro di scavo che stiamo facendo a puntate, su questo giornale, intorno alla figura di Marco Pannella. Altri (pochi, ma li capisco) increduli: «Ma non starete esagerando?». A questi ultimi do appuntamento a Teramo, questa sera, alle 19.30 per il convegno che il Centro organizza alla sala ipogea in occasione del primo decennale della scomparsa. Ma vorrei idealmente congiungere sia i primi che i secondi, tutti, soprattutto i più giovani, per spiegare che ricordiamo Marco Pannella in queste pagine per due motivi: è stato uno dei più importanti politici italiani del Novecento (il più importante tra quelli nati in Abruzzo).
E soprattutto perché la sua eredità, come cerchiamo di dimostrare con le tante testimonianze (e con l'antologia che i più curiosi troveranno in edicola da domani), è più attuale oggi di dieci anni fa. Non perché alla narrazione politica di Pannella non mancassero spigoli, durezze, singolari e acuminati punti di incoerenza. Ma perché adesso ci è chiaro il vuoto enorme che ha lasciato. Il leader radicale è stato tante cose insieme: un idealista borghese, un democratico "integrale", una figura di caratura mondiale, un fermento di rigenerazione del sistema, un collettore di sogni e di passioni collettive, un fustigatore, una sorta di difensore civico degli ultimi, dei dimenticati, dei marginali: carcerati, tossicodipendenti, "anfetaminici" (come diceva lui), obiettori, pacifisti, condannati, antiproibizionisti, cercatori di diritti. Scrivo queste cose senza aver mai votato il suo partito in vita mia, ma convinto che lo stesso sentimento sia condiviso da moltissimi che non hanno mai votato il suo partito radicale.
Serve disperatamente all'Italia immemore di oggi un altro Marco Pannella, serve soprattutto a quelli che senza il suo cono di luce (basta pensare al caso di Giorgiana Masi e di Enzo Tortora) sarebbero rimasti nell'ombra. Il leader radicale fu precursore della modernità di linguaggio, della trasgressione, della protesta e della mobilitazione non-violenta. Andrebbe studiato nelle università e anche nelle scuole. Si raccontò e fu raccontato come un anti-sistema, ma come dice il suo più stretto collaboratore Sergio Rovasio, "aveva un culto quasi sacrale per le istituzioni della Repubblica", soprattutto per quelle parlamentari. Arrivò al confine con la morte per difendere il principio di legalità nella Corte Costituzionale, si fece arrestare (come ci ha raccontato il commissario Ennio Di Francesco) per denunciare la follia della legge sulle tossicodipendenze all'epoca in vigore, che – solo dopo quelle polemiche – fu modificata, distinguendo nella pena i boss del narcotraffico dai tossicodipendenti. Vorrei che tanti giovani che non lo conoscono, perché le sue gesta precedono l'età digitale, lo scoprissero: che tanti politici oggi rassegnati, raccogliessero il suo testimone.
Oggi Pannella non è più (solo) dei suoi eredi radicali, che domani saranno divisi in sette nel suo ricordo, e per questo può essere (anche) di tutti. Ecco un assaggio. Lui, che animò la battaglia laica per la fame nel mondo, scrisse poco prima di morire a Papa Bergoglio: «Caro Papa, ti scrivo dalla mia stanza all'ultimo piano, vicino al cielo, per dirti che in realtà ti stavo vicino a Lesbo quando abbracciavi la carne martoriata di quelle donne, di quei bambini, e di quegli uomini che nessuno vuole accogliere in Europa. Questo – scriveva Pannella – è il Vangelo che io amo e che voglio continuare a vivere accanto agli ultimi, quelli che tutti scartano». Oggi, nel giorno in cui nessuno parla di un povero ragazzo (extracomunitario) pacifico ammazzato a Taranto senza nessun motivo, e in cui si usa un malato psichiatrico (italiano) per chiedere la repressione dei migranti, so che se Pannella fosse vivo, apparirebbe con un cartello appeso al collo, dove meno te lo aspetti.

