Meteo impazzito e parassiti anno nero per l’olio d’oliva

In Abruzzo la produzione dovrebbe scendere tra il 50 e il 70 per cento Il Consorzio Aprutino-pescarese chiede di anticipare la raccolta di un mese
PESCARA. Cercare l'armonia di fruttato- amaro - piccante, l'erbaceo e il pomodoro, i sentori di carciofo e di mandorla combinati con l'alta carica fenolica che rende impareggiabile l'olio extravergine di oliva abruzzese nel pur straordinario patrimonio olivicolo italiano, quest'anno sarà un'impresa per produttori consapevoli e consumatori altrettanto accorti. Fuori gioco gli agricoltori part-time, gli hobbisti del fine settimana che prendono quel che arriva dalla natura. Solo chi ha monitorato la situazione dal primo giorno e ha fatto prevenzione sul campo con trappole e interventi mirati, potrà vantare nonostante tutto qualità eccelsa in un'annata difficile, la seconda nel giro di due anni. CLIMA FUORI CONTROLLO
«Un inedito storico che la dice lunga su come il clima sia fuori controllo e le stagioni mutate, è il prezzo che stiamo pagando alla natura per non averla rispettata» commenta Tommaso Masciantonio, punta di eccellenza della produzione abruzzese con l'esclusivo olio di intosso della Maiella. Per l'oro verde d'Abruzzo l'incubo di un'altra annata nera, tregua appena intervallata dall'andamento favorevole dello scorso anno, più di una minaccia è ormai certezza. Il clima instabile con temperature pressoché miti d'inverno come d'estate, mai decisamente spinte verso l'alto da asciugare l'umidità persistente nelle campagne per via delle piogge diffuse, e poi la stoccata di gelo a fine aprile che ha bloccato la fioritura delle piante e inibito l'allegagione (lo sviluppo dei frutti). Tutto ha favorito l'attacco dei parassiti, peronospora sulla vite, mosca sull'olivo. Le drupe per metà nere e marcescenti ne sono l'amaro risultato, riscontrato a macchia di leopardo sul territorio regionale.
DANNI IMPORTANTI
Si parla di danni importanti, 50% in meno di prodotto, fino al 70% in alcune zone e la gran parte del raccolto non è in condizioni perfette come raccontano, con onestà, i produttori sul campo. Di olive leccino, varietà più diffusa nelle provincie di Chieti, Pescara e Teramo, nemmeno l'ombra. E' quanto riporta Silvano Ferri, guida storica del consorzio di tutela dell'extravergine Aprutino Pescarese (dop che, prima in Italia, festeggia quest'anno i vent'anni in ambito comunitario) che riunisce una grossa fetta di produttori del rinomato triangolo Pianella- Loreto- Moscufo e dell'area pedemontana vestina. «In considerazione dell'annata non favorevole abbiamo fatto richiesta al ministero di poter anticipare di un mese la raccolta delle olive, al 28 settembre, per preservare qualità, profumi e sapori del salvabile destinato a dop» racconta Ferri. «I prezzi? Sicuramente saranno più alti dell'annata scorsa. Se l'offerta scarseggia il prezzo è destinato a salire, come due anni fa».
Come cautelarsi di fronte alla concorrenza (sleale) dell'olio comunitario e, peggio, straniero? In molti pensano di rifornirsi acquistando l'olio dell'anno scorso, finché ce ne sarà in circolazione. Ma sarà il caso di fare molta attenzione. Chi sceglie l'olio vecchio probabilmente comprerà olio spagnolo. Occhio, anzi naso e gola, a riconoscere l'olio nuovo: «Il frantoiano senza scrupoli macina tutto, anche i vermi. E all'assaggio si sente eccome, richiama un che di lardo e viscoso». Gennaro Montecchia, esperto vivaista di Morro D'Oro e rivoluzionario protagonista della rinascita a nuova vita del frantoio storico di Case di Pasquale (25mila piante di olive tra leccino, dritta, frantoio, maurino, moraiolo, pendolino e la pregiata cultivar tortiglione, autoctona ed esclusiva del Teramano), ama dire come stanno le cose. E invita a «diffidare dal frantoiano che non ha le piante di olivo e normalmente acquista altrove, come pure dell'olio nostrano del contadino part time che non ha tempo né mezzi sufficienti per garantire un prodotto corretto e piuttosto che pagare gli operai a raccogliere le olive non ci va proprio. Tutto diverso da chi questo lavoro lo fa per professione».
NÈ BIO NÈ DOP
«Quest'anno», dichiara Gennaro «non ci sarà né olio bio nè dop perché non ci sono le condizioni per farlo, inutile fare finta. Se l'anno scorso il prodotto è stato buono il merito è stato del Padreterno. Se quest'anno stiamo mangiando un'uva da tavola favolosa il merito non è certo mio, gli interventi in campo vanno fatti nei momenti giusti! Per salvare le olive» continua «abbiamo dato 3 volte il rame e 4 trattamenti con l'insetticida. Ora aspettiamo i tempi di carenza, 30 giorni prima della raccolta. Il bio è stato attaccato dai parassiti perciò lo lasceremo sulle piante».
ACQUISTO IN AZIENDA
Quanto ai prezzi dell'olio nuovo si cercherà di contenerli, promette Montecchia che sabato ha invitato amici e clientela affezionata al primo assaggio in diretta dell'olio nuovo per festeggiare “20 anni di olio” nel frantoio che porta il suo nome e che gestisce in società con il fratello Massimiliano e la moglie Amina.
«Meglio un olio fresco di spremitura che un olio dell'anno passato. Se troppo pesante per le tasche allora è meglio un buon olio vecchio, ma fatto bene davvero». Nel quadro preoccupante dell'annata olearia 2016, Tommaso Masciantonio infila un sorriso che incoraggia i produttori bravi e attenti come lui. Tommaso, quinta generazione alla guida del Trappeto di Caprafico (Casoli), 6mila alberi per complessivi 20mila litri all'anno, è custode ufficiale della rustica e pregiata oliva intosso degli altopiani casolani sulla Maiella, prodotto appena presidiato da Slow Food e protagonista a Terra Madre in corso a Torino. Olio nuovo a prezzi concorrenziali? Succederà, ammette Masciantonio. Ma il dubbio è enorme: come potrà essere olio italiano prodotto in Italia? «E' il momento buono per tornare al passato» conclude Ferri, «acquistare in frantoio e stringere alleanza con i produttori che ci mettono la faccia. Preferire l'acquisto diretto in azienda all'anonimato di un'etichetta peraltro di difficile lettura».
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