Palazzo Centi, il pm accelera i tempi

In arrivo l’avviso di conclusione delle indagini sull’appalto da 13 milioni. Finora 11 sospettati, ma potrebbero essere di più
L’AQUILA. Il trasferimento del pm Antonietta Picardi dalla procura dell’Aquila alla Procura generale della Cassazione, dopo che il Consiglio superiore della magistratura ha accolto la sua richiesta, non fa altro che accelerare i tempi di definizione delle numerose indagini sulla Regione da lei coordinate e svolte dai carabinieri del Noe e squadra Mobile di Pescara.
I tempi del trasferimento del magistrato non saranno brevi ma è verosimile che entro fine estate si sapranno gli esiti di molti fascicoli.
Tra questi, quello che sembra in dirittura di arrivo, è quello riguardante presunte irregolarità nell’affidamento della gara di appalto per la ristrutturazione di palazzo Centi. O, meglio ancora, i tentativi per modificare gli esiti dell’aggiudicazione che è stata ottenuta lecitamente da una ditta molisana. Si tratta di un appalto molto importante visto che il costo dei lavori è di 13 milioni con i quali dovrà essere restaurata le vecchia sede aquilana della giunta regionale che si trova in centro storico.
I lavori, non solo a causa dell’inchiesta ma anche in seguito a pastoie amministrative, non sono mai partiti e la ditta che ha ottenuto i lavori, la Costruzioni Generali di Isernia, (con un ribasso del 35 per cento), ha chiesto spiegazioni sui tempi di avvio dei lavori. Ora lo sblocco sembra imminente dopo un summit tra Regione e Procura che, finiti gli accertamenti, dovrebbe restituire gli atti esaminati.
In questa vicenda, che risale a un paio di anni fa, sono indagate undici persone ma forse, a fronte di qualche richiesta di archiviazione, nell’atto di conclusione delle indagini ci potrebbero stare anche dei nomi finora sconosciuti. Le accuse sono varie e non per tutti, e vanno dalla turbativa d’asta all’induzione indebita a dare o promettere, fino al falso.
Finora i sospettati sono undici. L’indagine nasce da una serie di intercettazioni di altri procedimenti da cui si desumerebbero delle pressioni per influire sull’aggiudicazione del mega appalto cercando di condizionare o far cambiare la commissione aggiudicatrice per favorire una ditta edile di Castelli (Teramo) che era arrivata terza nella graduatoria stilata.
Gli indagati sono l’ex dirigente del ministero dei Beni culturali, Berardino Di Vincenzo, ora in pensione, il figlio, Giancarlo Di Vincenzo, gli imprenditori Giancarlo Di Persio e Mauro Pellegrini, l’ex consigliere regionale del Pd, Claudio Ruffini, l’amministratore di Iciet Engineering la ditta di Castelli, Eugenio Rosa, due tecnici, Alessandro Pompa, Gianluca Marcantonio, oltre ai componenti della commissione di aggiudicazione della gara: Giancarlo Misantoni, Roberto Guetti, Silverio Salvi.
Molti di loro sono stati già ascoltati dall’autorità giudiziaria e hanno respinto le accuse. Lo stesso Di Vincenzo, dopo avere ritirato gli atti, disse di sapere da tempo di essere tra i sospettati ma di essersi tranquillizzato una volta conosciute le contestazioni.
Ci fu anche un ricorso al tribunale del Riesame che non ebbe esito ma almeno ha permesso agli accusati di conoscere una parte degli atti giudiziari.
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