Pane, acqua e storia le ricchezze di Arischia

27 Ottobre 2012

Sulle tracce dell’antichità dal borgo al Parco Gran Sasso

L'AQUILA. Il paese dei forni per cuocere il pane e del pecorino dal sapore forte, delle chiese antiche e della tenacia. Quella che per secoli hanno avuto gli abitanti di Arischia, frazione aquilana, che, testardi, come le greggi che accudivano sulle quali si basava l'economia, hanno costruito e ricostruito il paese distrutto dai terremoti, senza mai pensare di abbandonarlo. Il più devastante è stato quello del 1703, che distrusse l'intera città e ad Arischia portò via 600 persone. Ne ha i segni ancora la chiesa abbaziale di San Benedetto (1185).

Poi è arrivato il sisma del 2009. Nessuno morto, ma tanta distruzione nel piccolo borgo, con ferite a decine di case antiche, ricche dei segni del passaggio dei longobardi: al “vignale” (scala in pietra o in legno esterna alle abitazioni, sotto cui si ricavava un pollaio o una rimessa di attrezzi), a "jiu jafu", balcone in legno coperto da una tettoia anch'essa in legno, raro ormai da trovare nei paesi dell'Aquilano.

Arischia è una piccola frazione che ha tanto da raccontare. Immersa nella natura, la sua posizione geografica è strategica per gli amanti delle escursioni fuori porta, e già in epoca romana la sua collocazione era importante rispetto alle vie di comunicazione italiche e romane.

Ai piedi del Gran Sasso, Arischia è uno degli "ingressi" al Parco nazionale omonimo. Si trova a pochi chilometri dall'area archeologica di Amiternum, dove si arriva attraversando la Valle di San Nicola, in cui è immerso il convento dei frati francescani.

Ma i segni della storia romana s'intravedono anche nelle mura italiche, nei resti farfensi delle grancie di San Severo e di San Sisto e, ai margini del territorio di Arischia, nelle catacombe della frazione di San Vittorino.

Natura, storia e gastronomia si fondono e rendono il borgo piacevole da visitare sia in estate che in autunno; si può partire da qui per affrontare interessanti escursioni in un'area contigua al Parco Gran Sasso, tutti tragitti riassunti e curati nei minimi dettagli nel lavoro "Fuori porta la montagna" dell'associazione culturale L'Arca, realizzato ai tempi della presidenza dello storico Abramo Colageo. I tre testi, comprensivi di mappe e foto, si possono acquistare al bar Ciano e sono utili per conoscere la storia del territorio e affrontare le escursioni senza perdersi. Da Arischia si dipanano, infatti, 29 itinerari per tutti i gusti e le capacità, a partire dagli 850 metri di altitudine fino agli oltre duemila sul Massiccio, da affrontare in coppia, da soli, in gruppo o con la famiglia. A piazza D’Eramo si può parcheggiare la macchina (ma anche il camper o la moto) e cominciare un giro nel paese che fino al 1927 è stato Comune: poi ha perso la sua autonomia ed è diventato frazione dell'Aquila, di cui Arischia è stato uno dei borghi fondatori. Prima del tour, la mattina presto, si può assaggiare un gelato prodotto dalla gelateria artigianale a due passi da piazza Don Giovanni D’Eramo. E si è pronti per partire. Un paio d'ore sono sufficienti per percorrere strade e vicoli, affacciarsi nelle piazzette che sorgono ogni 20 metri, scoprire sulle mura delle case del 1600-1700 e non alte più di 4 metri, piccole nicchie che racchiudono ceramiche in bassorilievo o affreschi dedicati ai santi e alla Madonna, croci longobarde, antichi forni.

Erano tre i forni del comune in cui le donne portavano il pane a cuocere. Le aie che scandiscono il paese erano vie di fuga e di raccolta della popolazione in caso di terremoto, utilizzate anche per "battere" (pulire) i legumi. Procedendo verso la parte alta del paese, vale la pena di visitare il complesso del palazzo Alfieri, oggi di proprietà della famiglia Micantonio: anche se inagibile, conserva tutto il suo fascino. Non si può lasciare il paese senza prima aver bevuto l'acqua della sorgente del Chiarino all'antica Fonte degli Archi (XII-XIV secolo), a valle del paese. Da qui si dipanano diversi itinerario escursionistici.

Scarponcini ai piedi e bevande nello zainetto, si può ad esempio partire dalle prime case di Arischia per raggiungere la misteriosa Murata del Diavolo, conosciuta anche come Murata delle Fate, nel cuore di una forra selvaggia invasa da una ricca vegetazione (775 metri di altitudine)al centro ancora oggi degli interessi degli storici che non ne comprendono l'origine: mura di cinta di Amiternum? Acropoli? Confine tra il territorio Sabino e quello Vestino? Castrum?

Cosa fossero in origine le mura megalitiche è ancora sconosciuto. Per arrivarci si deve superare la chiesetta cimiteriale della Madonna della Cona, scendere nel pianoro della Piaggia, immettersi nella valle Rummole - percorsa dall'Antica via di Arischia - e imboccare il sentiero in corrispondenza dell'antica Murata del Diavolo. Questa è la base dei suoi resti archeologici. La si può risalire ancora attraversando il fosso in cui è immersa: attenzione, però, al sentiero non sempre evidente e alla vegetazione intricata che rende a tratti difficile l'escursione. Il percorso completo (andata e ritorno) è di circa 2 ore e mezzo. Tornati in paese, alle 18-19, ci si è meritati una gustosa cena all'Antico Forno: pizza e arrostini a volontà.

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