agitazione popolare

Protesta al Brennero. La rabbia degli agricoltori: difendiamo il Made in Abruzzo

28 Aprile 2026

Anche la Coldiretti abruzzese in strada: «Basta all’affare dei semilavorati, salviamo la qualità»

BOLZANO.

A22. Brennero, il confine con l’Austria a un chilometro e mezzo. Un enorme serpente giallo stritola l’autostrada. La coda è dal lato della carreggiata in direzione Innsbruck, il tronco nascosto dal passaggio sotterraneo, la testa all’altra estremità. Ha tanti occhi quante le regioni (tutte) dalle quali provengono i 10mila agricoltori di Coldiretti che si sono dati appuntamento qui. Dall’Abruzzo la delegazione è consistente: 4 pullman, più di 250 contadini partiti in piena notte per esserci già dalla mattina. In prima linea il presidente regionale della Coldiretti Pietropaolo Martinelli e il direttore regionale Marino Pilati. E c’è anche chi si è imbarcato in un viaggio lungo 24 ore, iniziato in Basilicata, Calabria, Sicilia. La motivazione del sacrificio è di quelle importanti: «Salvare il Made in Italy» da una «magia» che «ci costa 20 miliardi di euro l’anno», tuona dal palco Ettore Prandini, presidente nazionale dell’associazione.

Non si tratta dell’ormai noto “italian sounding” – famoso il caso del “parmesan” – la questione è più sottile. E spiega perché la marea gialla ha deciso di ritrovarsi al valico del Brennero. Questo è il crocevia delle merci straniere che arrivano in Italia. Molte di esse per essere registrate, sulle etichette, come prodotti italiani. Cosce di prosciutto, pasta, pane e carciofi: tutti generi alimentari, nei fatti, provenienti dall’estero, ma che diventano un prodotto del Belpaese grazie al principio di «ultima trasformazione sostanziale», previsto dal Codice doganale. La coscia di prosciutto è tedesca, ma la pepatura e la salatura le fa una macelleria in Lombardia. Risultato: sull’etichetta il prosciutto è Made in Italy.

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Da qui la richiesta di Coldiretti di modificare la norma per porre un freno allo sfruttamento del marchio italiano e «mettere nelle tasche degli agricoltori soldi che oggi sarebbero fondamentali», spiega l’associazione.

Dalle parole ai fatti, le rivendicazioni prendono forma a partire dalle 10, quando gli agricoltori, con l’aiuto della guardia di finanza, intercettano alcuni dei camion stranieri che passano al confine. Dentro c’è di tutto: latte francese che arriva nelle Marche per essere trasformato e diventare italiano, cosce di pollo dirette verso il Vicentino, dove ha sede Aia, una delle più grandi aziende italiane di pollame. E ancora peperoni, pesche e kiwi in arrivo da Rotterdam, la città del “porto degli inferi”, come lo chiamano qui. Il motivo? Ci passa tutta la merce extraeuropea, che entra nel mercato comunitario senza che le aziende produttrici siano state sottoposte «a tutta la serie, giusta, di controlli che invece noi dobbiamo rispettare», chiariscono ancora gli agricoltori che, quindi, chiedono all’Ue di garantire «il principio di reciprocità».

Le immagini dall’interno dei tir vengono trasmesse dai due maxi schermi posizionati ai lati del palco. Lì sopra, i vertici di Coldiretti conducono lo show. «Ci sarebbe da deprimersi a vedere tutto questo, ma non ci dobbiamo scoraggiare. Ora più che mai, dobbiamo andare avanti»: è la carica del segretario generale nazionale Vincenzo Gesmundo, vero mattatore di giornata. Romano, 72 anni e una laurea in filosofia. Per lui, la partita che si gioca qui in Brennero ha a che fare in primis con «la concorrenza sleale» nei confronti dell’Italia, ma l’elenco dei problemi passati in rassegna è ben più lungo. Tra questi c’è la fauna selvatica, per cui Gesmundo chiede di seguire l’esempio della provincia autonoma Bolzano: «Dare agli agricoltori il diritto di abbattere i cinghiali che distruggono i nostri campi, i lupi che uccidono i nostri vitelli».

Quei 20 miliardi di euro sarebbero utili non solo a ristorare i danni causati dalla fauna selvatica, ma anche a compensare gli aumenti dei costi di produzione a cui è stato sottoposto il settore agricolo. Gli effetti della guerra in Medio Oriente, infatti, ricadono direttamente sui campi abruzzesi e di tutto il Paese. Coldiretti fa la conta dei rincari: oggi ogni ettaro costa 200 euro in più, il prezzo dei fertilizzanti è raddoppiato e quello del gasolio agricolo è aumentato del 70%. «In questo momento è complicato anche l’approvvigionamento. Sono a rischio anche le semine e la produzione alimentare, così da aprire le porte a un incremento della presenza di alimenti ultra-trasformati», aggiunge Prandini, «l’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, ed è proprio per difendere questo patrimonio che siamo qui. Non si tratta solo di contributo al Pil, ma di presidio economico, sociale e occupazionale sui territori, che non può più essere esposto agli effetti distorsivi del codice doganale. Oggi assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy».

Anche il Made in Abruzzo non se la passa bene, spiega dal palco il presidente Martinelli, quando ricorda la parabola della filiera ovina abruzzese: «In regione siamo rinomati per l’arrosticino di pecora. Negli anni Ottanta, però, avevamo 2 milioni di pecore. Oggi sono 130mila. Quasi tutti i nostri arrosticini sono fatti con carne straniera: in quarant’anni sono riusciti a distruggere il nostro patrimonio».

Nel pomeriggio il serpentone giallo comincia a scomporsi. È primavera, stagione in cui la cura dei campi richiede la massima attenzione. I 10mila hanno già rinunciato a una giornata piena di lavoro, perderne una seconda sarebbe impossibile. Qualcuno è sollevato. Una piccola soddisfazione: pare che alcuni camionisti abbiano fatto sosta prima di varcare il confine italiano per evitare di essere intercettati. Ma l’inganno commerciale, ormai, è stato svelato: ora la battaglia passa sul piano politico. Al centro, il Codice doganale.