Quanto paga essere martelli come Conte?

Manager, presidi e allenatori valutano pro e contro della filosofia del ct azzurro
PESCARA. Mai come questa estate va di moda il termine “martello”. Ma non l’utensile che in genere si usa per battere i chiodi, bensì per indicare un modo di essere che dal martello, appunto, riprende solo il movimento: quello di insistere sempre sullo stesso argomento fino a quando lo stesso movimento non si è completato. A quel punto il più è fatto. E si spera nel miglior modo possibile. Così come il “chiodo è entrato nel muro” senza crepe intorno, piegamenti e storture, si guarda al risultato ottenuto e all’obiettivo raggiunto: era quello prefissato?
Se oggi scopriamo e distinguiamo tanti “martelli” in giro lo dobbiamo al nostro caro ct della Nazionale di calcio, Antonio Conte, diventato il personaggio degli Europei, che conoscevamo già bene per il gran lavoro fatto alla Juventus, e che proprio gli azzurri in Francia ammettono che sia il loro segreto perché... è un martello: «Conte non lascia nulla al caso, ci martella di continuo, è lui il nostro fuoriclasse».
Martellare nel senso di essere scrupolosi, attenti a ogni particolare, previdenti. Con il rischio però di scivolare nell’assillo, creare angoscia e ansia, in una parola “rompere”. Quanto oggi possiamo permetterci di martellare gli altri nel lavoro, nello sport, nella scuola, in famiglia, nel Sociale, nella politica? In questa particolare fase storica che attraversiamo fra i marosi si deve essere dei Conte per ottenere risultati sul campo? E quanto Conte c’è in noi?
Calma, sembra dire Giulianmo Bocchia, preside del liceo scientifico Da Vinci (la scuola più grande di Pescara) e rappresentante dell’associazione dei presidi a livello provinciale. Per lui il metodo del "martello" è preso in prestito più dal rigido corpo dei Marines (esercito Usa) che dall’attuale ct Conte. Ma nella scuola funziona? «Funziona in maniera inversamente proporzionale alla complessità del sistema, e soltanto se portato avanti da una persona forte e carismatica», risponde. Ed entrando nel merito aggiunge: «Si tratta di un metodo che premia se il gruppo da dirigere è piccolo, come una squadra di calcio, ma non rende quando sei al vertice di una scuola con 1.550 studenti, 120 insegnanti e 46 rappresentanti del personale. Con questi numeri si punta ad aprire le intelligenze dei ragazzi alimentando la creatività e la fantasia oltre che lo studio, a costruire il senso di responsabilità nel lavoro a gruppi aperti. E' un incastro di ruoli che si completano tra loro. Chi dirige, come me in questo caso, lavora condividendo».
Dalla scuola allo sport, campo dove il metodo Conte si è rivelato efficace alla Juventus e produttivo agli Europei di Francia. Ma anche qui occorre fare dei distinguo. «Durante gli allenamenti e le partite i calciatori devono dare sempre il massimo, perché la professionalità viene prima di tutto», afferma preliminarmente Massimo Oddo, l’allenatore neopromosso in Serie A del Delfino Pescara: «Ci sono allenatori che pretendono di avere tutto sotto controllo, compresi gli aspetti extracalcistici, ma io non faccio parte di quella cerchia. Ognuno ha il suo modo di agire e non credo che esista un’unica strategia vincente».
Oddo quindi non è un “martello” come Conte. Piuttosto lui si sente più vicino ad Ancelotti: «Non sono un martello, però quando si lavora esigo il massimo impegno. Nella mia carriera ho avuto allenatori che utilizzavano metodi completamente diversi, ma che sono riusciti ugualmente a raggiungere grandi traguardi. Ad esempio, al Milan c’era Fabio Capello che seguiva tutto quello che facevano i calciatori, dentro e fuori dal terreno di gioco, nelle interviste e nei rapporti interpersonali. L’esatto opposto di Carlo Ancelotti, al quale effettivamente mi sento molto vicino nella gestione dello spogliatoio, che lasciava grande libertà ai giocatori. E nonostante abbiano approcci opposti, sia Capello che Ancelotti hanno ottenuto risultati straordinari». Si ispira a termini calcistici anche Manuela Di Pietro che pure con il calcio non ha nulla a che fare. È socia del Conad Amasi di Loreto Aprutino, una delle società che ha aderito alle “Botteghe di mestiere” con trenta tirocini a bando. E per spiegare se nel suo “piccolo” è importante essere “martelli” afferma: «È fondamentale che sia il capo, o un allenatore, a dare la spinta giusta. Occorre infatti che ci sia voglia di crescere sia per affermarsi, sia per imparare un mestiere e il lavoro che svolgiamo noi è quello di fare squadra».
Dal piccolo al grande, restando nel campo dell’economia aziendale. I numeri – come diceva il preside Bocchia – cambiano, e il metodo per centrare gli obiettivi ? Come si fa a pungolare i propri dipendenti, stimolarli, raggiungere i target produttivi senza passare per dei rompiscatole e di conseguenza raccogliere il minimo invece di il massimo?
Gianluca Zelli è direttore generale di Sgb Humangest Holding, realtà pescarese specializzata nella selezione di personale , nella formazione e nella gestione delle Risorse umane. In linea generale a lui il metodo Conte piace: «Nei mercati sempre più competitivi nei quali le nostre imprese si trovano a operare quotidianamente, non è più sufficiente offrire prodotti o servizi all'altezza delle aspettative dei potenziali clienti, ma occorre costruire una proposition perfetta, curando cioè ogni minimo dettaglio e non lasciando nulla al caso. A tal fine tutti i collaboratori che agiscono in nome di un obiettivo aziendale, devono farlo al massimo delle proprie potenzialità, mettendo al servizio dell'organizzazione non solo le proprie competenze tecniche, ma soprattutto le proprie capacità e attitudini. Con energia, passione e spirito di appartenenza. Solo così si potrà fare la differenza rispetto ai competitor e vincere la sfida. In azienda come nello sport, all'interno del proprio team di lavoro così come in una squadra sportiva».
Un’azienda che “tiri” tutta da una parte, compatta tra dirigenti e impiegati, è alla base dell’indicazione che dà anche Nicola Rossi, country manager di Monster.it, specializzata nel mondo del lavoro e nella ricerca di personale: «Ottenere risultati e raggiungere obiettivi sono focus fondamentali per ogni coach, manager e mentor. Come si fa? La competitività oggi non è solo sinonimo di rigore, fondamentale è anche lo spirito collaborativo che si instaura in un gruppo», risponde: «Il ruolo di chi detiene la leadership va a ad intersecarsi con dinamiche di gruppo complesse. Dev’essere prerogativa del leader mantenere l'obiettivo al centro ristabilendo continuamente gli equilibri tra le risorse». Un manager come un buon skipper, equilibrato. Non esagerato. «Non conta tanto lo stare "con il fiato sul collo" per ottenere risultati, ma piuttosto responsabilizzare le persone in base ai ruoli e alle posizioni che ricoprono», è il parere di Fabrizio Famà, responsabile delle Risorse umane di Lfoundry, azienda di Avezzano passata alla multinazionale cinese Smic. E la responsabilità viene sollecitata attraverso la ricerca continua di verifiche e riscontri (“feedback”) da parte dei lavoratori: «Da noi si tengono quasi quotidianamente momenti di confronto sul lavoro, mentre una o due volte l'anno ci sono confronti più importanti per capire come migliorare le prestazioni e anche la qualità della vita in azienda dei dipendenti». Il metodo martellante di Conti in questo caso è sconfitto.
(hanno collaborato
Vito de Luca
e Marianna Gianforte)
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