«Quella formula non funziona più E poi fisco e Siae...»

MOSCIANO. Un aperitivo al Meat di Mosciano, aspettando il tramonto, con il tempo scandito dai camion che entrano ed escono dall’A14. Se chiedi a uno come Alessandro Nardi di parlarti della scena...
MOSCIANO. Un aperitivo al Meat di Mosciano, aspettando il tramonto, con il tempo scandito dai camion che entrano ed escono dall’A14. Se chiedi a uno come Alessandro Nardi di parlarti della scena abruzzese degli anni Ottanta e Novanta, potrebbe restare per ore a raccontare storie e aneddoti di realtà urbane ed extraurbane che non esistono più. Gattopardo, Cesar, Tuculca, Garden. Locali storici per gli appassionati della disco sulla costa teramana, al momento ridotti a strutture dismesse e abbandonate, sebbene in qualche caso già si parli di un imminente progetto di recupero, per riaprire appena possibile. Per ciascuno di questi posti, Alessandro avrebbe tante storie da raccontare. «Mi sono avvicinato a questo mondo da quando avevo 12 anni», spiega. «E quella che inizialmente era una passione è diventata pian piano una professione ben consolidata».
Jerry Calà, Christian De Sica, Nina Moric, Belen Rodriguez: la sua bacheca Facebook è piena di foto con personaggi famosi. Di cosa si occupa esattamente?
«Da quasi 28 anni mi occupo di organizzazione di eventi. Ho lavorato molto nella provincia di Teramo, ma non solo. Molte le serate nel Pescarese e sulla costa teatina, così come nell’entroterra aquilano».
Guardando indietro, tante discoteche hanno lasciato il passo.
«Viene nostalgia a pensare al fatto che tanti locali tra quelli che hanno segnato le esperienze e il passaggio all’età adulta di migliaia di giovani non esistono più. All’inizio degli anni Duemila c’è stata una netta inversione di tendenza e tante formule che prima funzionavano si sono rivelate meno adeguate».
Quali locali ricorda con maggiore affetto?
«Posti come il Silver Moon hanno marcato la scena a lungo. Ma potrei citare il Mr Merlino che aveva una vera e propria radio interna, per arrivare al Tuculca. È qui che sono partite le prime sperimentazioni. È qui che ho sentito parlare per la prima volta di “caipirinha” o di mojito. Ma gli esempi che potrei fare sono tanti altri. Penso all’Alta Marea, le cui serate registravano oltre 1.000 paganti».
Un discorso a parte va fatto per gli stabilimenti balneari.
«Penso a locali come il Sayonara che hanno sostenuto e rilanciato l’idea del locale ibrido, grazie alla lungimiranza di imprenditori come Saverio Quarto. Da un certo punto in poi, tanti stabilimenti anche a Pescara e Montesilvano o nel Vastese sono diventati vere e proprie discoteche rivoluzionando il business plan e creando una competizione con le disco».
È stato questo il giro di boa?
«I fattori che hanno segnato l’avanzata dei locali ibridi e il declino delle discoteche tradizionali sono diversi: dai costi esorbitanti di gestione dei grandi locali, a partire dall’affitto, all’incapacità dei singoli imprenditori di rinnovarsi e stare al passo coi tempi. Anche la legge ha fatto la sua parte, tra fisco e normativa Siae che ha incentivato la produzione di musica dal vivo, sia attraverso gruppi, sia con dj. Questo ha spinto in molti a reinventarsi come organizzatori di serate fino a creare delle vere alternative all’offerta di un tempo».
Si può invertire la tendenza?
«Assistiamo a un certo ritorno al passato, tanto è vero che alcuni dj stanno riscoprendo addirittura i dischi in vinile, magari questo darà la spinta a nuove iniziative imprenditoriali per far rinascere vecchie realtà». (fab.i.)
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