Quelle fabbriche nate in un campo di paglia Oggi svanite nel nulla

15 Settembre 2019

Gli anni gloriosi della prima grande cartiera abruzzese e della fonderia che fecero grande Chieti e la Valpescara

CHIETI. «Con il caldo torrido di questa estate mi è tornata alla mente l’immagine della paglia, ammucchiata in un’area adiacente alla fabbrica, che durante l’estate bruciava spesso per autocombustione e di noi ragazzini eravamo convinti, invece, che l’incendio fosse doloso. Frutto dell’azione di qualcuno che voleva male alla Cartiera, al suo Villaggio e, in pratica, a tutto il nostro mondo». Il mondo di Ugo Iezzi, giornalista teatino ed ex dirigente sindacale, e di tanti suoi amici che gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza li hanno trascorsi, appunto, nel quartiere sorto nell’immediato dopoguerra in prossimità della Celdit, acronimo di Cellulosa d’Italia, la grande cartiera punto di riferimento dell’intera città, Chieti. E non solo perché a trarne benefici era una fetta d’Abruzzo.
IL MONDO DEL VILLAGGIO. Fu l’autarchia del regime fascista a portare alla nascita della fabbrica che sfruttò il metodo ideato dall’ingegner Ottorino Pomilio per l’estrazione della cellulosa dallo sparto della paglia facendo, di conseguenza, a meno del legno. Metodo rivoluzionario, paglia che arrivava in buona parte dai campi del Tavoliere delle Puglie ad alimentare le linee produttive mentre, nella zona circostante la stessa cartiera, cominciava a prender corpo il Villaggio dei lavoratori con le sue palazzine, i giardinetti e la piazza, epicentro della vita di una grande comunità che viveva gli anni del boom economico all’insegna di uno spiccato senso di appartenenza. Sì, perché, su tutto, c’era la “fabbrica”. Che organizzava spesso gite, feste e appuntamenti sportivi, sempre molto vicina ai dipendenti in un clima, forse un po’ ovunque, ormai irripetibile.
AMARCORD CON BENVENUTO. «Ricordo, nella giornata del Primo Maggio, una grande festa aperta alle famiglie e caratterizzata, tra l’altro, da memorabili gimkane motociclistiche nel cortile» continua Iezzi, autore di un libro “Il Villaggio della fabbrica di papà”, appassionato racconto di tutto ciò che ha rappresentato lo stabilimento della “cellulosa” per migliaia di persone, nonché tra i promotori della realizzazione, in una delle poche palazzine rimaste in piedi nell’area da tempo dismessa, del Museo Celdit, a presidio di una memoria che non può andare dispersa. Ne parleremo sabato 21 settembre, durante una manifestazione organizzata nella parrocchia di San Pio X alla presenza di Giorgio Benvenuto, già parlamentare e storico segretario generale della Uil», il quale conosce bene quella realtà essendo molto legato a Chieti, città d’origine della madre, nella quale ha frequentato le scuole medie e dove viene spesso a trovare i parenti. Aria di amarcord, d’accordo, ma anche un momento di riflessione attraverso la proiezione di “On the road”, film documentario realizzato dagli studenti dell’Itis Savoia che propone un interessante viaggio nella storia del mondo produttivo della città.
LA VALLATA DEL LAVORO. Ed in particolare in quella che lo stesso ingegner Pomilio ebbe a definire la “Vallata del lavoro”, caratterizzata, al tempo, poche centinaia di metri più in là, da un’altra importante realtà, ovvero la storica Fonderia Calvi, prima azienda sorta nella zona dell’intera Valpescara. «Fondata, nel 1880, dal mio bisnonno Ignazio», spiega Maurizio Calvi nel suo studio di commercialista, il quale iniziò l’attività con una officina nella zona di Madonna delle Piane per poi trasferirsi prima in via Tiburtina e, successivamente, in piazzale Marconi. Un uomo di grande inventiva, che tutti conoscevano come il figlio di Carmine, detto “Spacone il magaro”, noto per i suoi interventi spesso risolutivi a favore di persone prive di assistenza e citato anche in una delle “Novelle della Pescara” di D’Annunzio». L’attività intanto si andava allargando e, durante la Grande Guerra, l’azienda venne trasformata per la costruzione di armamenti di artiglieria.
NELLA VECCHIA FONDERIA. «Poi si tornò a fabbricare soprattutto macchine agricole con un brevetto innovativo riguardante un aratro in acciaio che facilitava non poco il lavoro dei contadini. Un grande successo, circa seicento gli operai che lavoravano su tre turni e produzione potenziata fino ad arrivare all’inserimento nell’ambito delle grandi aziende nazionali con l’apertura di una filiale a Parma».
Durante la seconda guerra mondiale ancora una conversione, dettata dal regime fascista, in industria militare per la produzione di proiettili e materiali bellici. «Al momento dell’armistizio del 1943 il comando tedesco si insediò nel nostro palazzo che venne successivamente bombardato e riuscì a riprendere la normale attività solo al termine del conflitto. Per arrivare al 1980 quando mio padre Nicola, dopo aver ridotto nel corso degli anni la produzione ed il numero degli addetti, riuscì a chiudere, senza alcuna pendenza economica, l’attività. Esattamente cento anni dopo l’inizio di una storia comunque sicuramente importante per l’intero territorio». Un legittimo orgoglio nelle parole di Calvi, mentre torna l’immagine di quella vasta area dove si raccoglievano i covoni di paglia e nascevano le fabbriche del lavoro. Solo un ricordo.