«Qui la scuola mette alla prova se stessa»
TERAMO. Tra cartine sbiadite, rumori di porte metalliche, visi curiosi, frastornati, a volte intimiditi,svariate lingue e culture , mi anima la stessa passione, la stessa dedizione, e provo la...
TERAMO. Tra cartine sbiadite, rumori di porte metalliche, visi curiosi, frastornati, a volte intimiditi,svariate lingue e culture , mi anima la stessa passione, la stessa dedizione, e provo la sensazione di vivere al tempo stesso un privilegio e una situazione limite.
La scuola in carcere è un laboratorio dove si sperimentano i criteri essenziali dell'insegnamento. Sollecitata da tante tensioni, la scuola mette alla prova se stessa, i suoi metodi, i suoi materiali, le sue risorse umane. Pochi compiti... difficile studiare in cella in poco spazio, con tanti rumori; molto lavoro in classe e una programmazione quasi individuale: gli alunni hanno già la loro idea del mondo, della vita, ed anche uno stile di apprendimento a cui bisogna adeguarsi. Spesso hanno un'idea negativa di sé e quindi vanno incoraggiati e sostenuti, affinchè l'esperienza scolastica diventi un percorso significativo e motivante: l'adulto, soprattutto se detenuto, ha difficoltà a mettere a nudo le proprie deficienze culturali. La scuola, quindi, deve diventare un percorso che richiami alla memoria dell'anima un ricordo caldo, non solo una possibilità di uscire dalla cella, ma un luogo di conoscenza, di cultura, di stimolo, in cui si scoprono cose nuove e si trova uno spazio positivo nella propria vita. Per me come docente tutto è amplificato, le frustrazioni come le gratificazioni, ma i risultati gratificano di più, proprio perché avvengono in una situazione difficile. Avverto forte il dovere , soprattutto in carcere, di rendere l' aula un luogo all'interno del quale ciascuno impari ad affrontare la vita, a conoscere se stesso e ad acquisire la capacità di scegliere liberamente, proprio grazie all'unica cosa che non si potrà mai comprare , la cultura.
Giuseppina Pimpini
(docente scuola media Castrogno)

