uva sotto attacco

Riccardo Iacobone: «I vigneti e il troppo caldo, vino a rischio estinzione»

21 Agosto 2026

L’imprenditore con Rosarubra: i piccoli produttori potrebbero lasciare

 CITTÀ SANT’ANGELO

«Se non recuperiamo valore nella filiera, il rischio è il nulla: i piccoli produttori smetteranno di coltivare, non ci sarà più ricambio generazionale, i vigneti diventeranno campi da golf e il vino finirà». Riccardo Iacobone, imprenditore di Pietranico e titolare della Tenuta Rosarubra, non usa mezze parole per raccontare il futuro della viticoltura abruzzese alle prese con il cambiamento climatico. Lo fa dalla Cina, dove si trova per seguire la nuova società fondata a Qingtian, nella provincia dello Zhejiang, attraverso la quale Rosarubra importa direttamente i propri vini e li commercializza sul mercato cinese. Ma è soprattutto guardando ai vigneti di casa che Iacobone vede arrivare la vera emergenza: non soltanto il caldo e la siccità, ma l’estremizzazione delle stagioni e, insieme, una filiera che rischia di non essere più economicamente sostenibile.

Negli ultimi dieci anni qual è stato il cambiamento più evidente nei vostri vigneti? È davvero una crisi climatica o dobbiamo parlare semplicemente di adattamento?

«Negli ultimi dieci anni abbiamo visto un progressivo peggioramento dell’aspetto climatico. Il cambiamento si avverte, si vede, non soltanto in agricoltura ma proprio nei raccolti. E lo vediamo anche attraverso gli incendi, che sono aumentati e sono legati alla siccità e al calore. Non c’è dubbio che il clima stia cambiando e, se prendiamo come riferimento l’Italia, assistiamo lentamente a uno spostamento verso nord della fascia climatica più calda».

Il Ceo di Rosarubra Group Riccardo Iacobone con D’Antuono e Danilo Nigro

Qual è il nemico numero uno per la vite: il caldo, la siccità, le ondate di calore?

«È tutta la gestione climatica. Dal calore delle estati sempre più calde fino alla mancanza d'acqua e alla siccità. E bisogna evitare un errore: pensare che il cambiamento climatico sia qualcosa che arriva improvvisamente. Non è così. È progressivo, lento, inesorabile. Sono piccoli fenomeni che, anno dopo anno, si sommano e stravolgono quello che una volta era il concetto armonico delle stagioni».

Un esempio?

«Tre anni fa abbiamo avuto una stagione caratterizzata dall’eccesso di pioggia, che ha favorito lo sviluppo di malattie nei vigneti, come la peronospora, e ci ha fatto raccogliere forse la metà della produzione. Poi abbiamo avuto un’annata abbastanza normale, l’anno scorso una situazione intermedia e oggi vediamo soprattutto l’eccesso di calore. È proprio questa estremizzazione degli eventi a preoccuparci».

Voi come vi state adattando?

«Questo è il punto. Rosarubra è un’azienda biodinamica da sempre. La biodinamica ci ha insegnato a non trattare il vigneto come qualcosa di standard, sulla base di una tabella con un numero prestabilito di trattamenti, un mese di inizio e uno di fine. Il vigneto non è una fabbrica, non è una catena di montaggio. Bisogna guardare la natura e intervenire sulla base di quello che sta accadendo».

Quindi osservazione quotidiana anziché calendario?

«Esattamente. La viticoltura tradizionale, finché non si manifestavano fenomeni estremi, poteva ragionare molto più facilmente sulla base di un calendario. Noi invece siamo abituati a osservare direttamente i vigneti. Lo stesso vale per il terreno: non potendo utilizzare preparati chimici di ogni tipo, abbiamo sempre dovuto fare i conti con la sua fertilità. E la fertilità non si gestisce soltanto con un calendario: va osservata giorno per giorno».

Rosarubra, inoltre, lavora in aridocoltura.

«Sì. I nostri vigneti non sono mai stati irrigati. Da una parte perché non abbiamo accesso all'acqua delle bonifiche, dall'altra perché abbiamo sempre dovuto adattarci a quella poca acqua che arriva dal cielo o, quando possibile, da un pozzo. Questo ci ha costretto a capire quali tecniche permettono di lavorare senza acqua o con pochissima acqua: la gestione del terreno, l’inerbimento, tutte quelle pratiche che consentono di trattenere il più possibile l’acqua quando piove».

Ma sono tecniche che hanno un costo, perché non possono adottarle tutti?

«Perché non sono gratis. Richiedono molta manodopera e comportano anche una riduzione delle rese. Portano a un modello che non è intensivo. Noi raccogliamo pochissimo, ma puntiamo sulla qualità e questo ci consente di avere un posizionamento di mercato medio-alto. Se invece devi vendere una bottiglia a due euro, come accade per una parte importante della grande produzione e delle cooperative, devi ragionare sulla quantità. E queste tecniche non si adattano facilmente a quel modello».

Quindi qual è la ricetta per i piccoli viticoltori abruzzesi?

«La ricetta devono trovarla per forza, perché il problema non riguarda soltanto le piccole e medie cantine. La viticoltura si regge anche su migliaia di produttori che hanno cinque, dieci, venti ettari e conferiscono le uve alle cooperative o alle cantine che poi vinificano. Se la catena del valore non recupera una dimensione sostenibile, queste realtà prima o poi spariranno. E stanno già sparendo».

Perché?

«Perché non c’è più redditività. Se un viticoltore, a causa degli eventi climatici, si trova una produzione dimezzata o ridotta del 20-30%, non riesce più a sostenere i costi. E così non c'è ricambio generazionale».

Anche vitigni simbolo dell’Abruzzo, come Montepulciano e Pecorino, rischiano?

«Devono dimostrare soprattutto una capacità di adattamento economico. Non possiamo più pensare a una corsa verso il prezzo più basso e a un vino destinato esclusivamente alla fascia economica del mercato. Questo modello poteva funzionare quando le produzioni erano enormi. Oggi, anche per effetto del cambiamento climatico, si va verso una riduzione delle quantità. Bisogna quindi entrare nella logica che, per garantire redditività alla filiera, servono prezzi diversi da quelli a cui il mercato è abituato».

E le tecniche di cui si parla sempre più spesso, dal caolino alla gestione della potatura, servono davvero?

«Servono ad affrontare singoli problemi, a proteggere la pianta, a far durare più a lungo la poca acqua disponibile. Ma non esiste la tecnica risolutiva. Se ci sarà una desertificazione totale, non produrremo né vino né pere né mele. Non c’è una soluzione unica».

Se dovesse indicare tre ingredienti per affrontare la crisi?

«Non sono io a dare ricette, c’è chi è molto più competente di me. Posso parlare della nostra esperienza: piccole quantità, grande qualità, grande osservazione e grande lavoro su ogni singola vite. E un prezzo medio giusto per tutto questo lavoro. Da questa logica non si esce».

Intanto lei parla dalla Cina. che cosa sta facendo Rosarubra dall’altra parte del mondo?

«Non produciamo in Cina. Abbiamo costituito una società a Qingtian, nella provincia dello Zhejiang, con un socio locale. Importiamo direttamente i nostri prodotti e li vendiamo sul mercato cinese».

E il vino abruzzese piace?

«Sì, assolutamente. La Cina sta apprezzando sempre di più l’aspetto qualitativo. Anche lì c'è una leggera crisi dei consumi, come in altre parti del mondo, ma meno accentuata rispetto ad altri mercati».

Che cosa possono fare Regione e Stato per aiutare i viticoltori?

«Non dobbiamo parlare soltanto di aiuti riparatori. Servono politiche agricole, anche attraverso i disciplinari delle Doc, che tengano conto del cambiamento in atto. Bisogna aiutare la filiera a recuperare valore. Perché il vero rischio non è soltanto perdere un raccolto. È perdere un sistema produttivo, un mestiere, un patrimonio di vitigni e di territori. E quando un vigneto viene abbandonato, difficilmente torna indietro».

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