Sevel, sindacati divisi su sciopero e pause «Fiom era d’accordo...»

Uilm, Fim, Fismic e Ugl replicano alle accuse di servilismo «Fantasiosi i dati sull’adesione, la metrica va corretta»
ATESSA. Era il 26 luglio 2011 e la Fiom, assieme a Fim, Uilm, Fismic e Ugl, aveva firmato un accordo all’epoca “storico”: l’applicazione della metrica Ergo Uas in Sevel. Mentre in tutti gli altri stabilimenti Fiat, il sindacato di Maurizio Landini dava battaglia al nuovo sistema taglia-tempi, alla Sevel, complice il fatto che inizialmente le pause non venivano ridotte e che l’accordo arrivava assieme a 150 assunzioni e alla proroga di 120 contratti interinali, le sigle sindacali firmarono compatte, Fiom compresa.
A ricordarlo oggi sono Uilm, Fim, Fismic e Ugl, a seguito delle polemiche scaturite dallo sciopero indetto dalla Fiom per l’avvio ufficiale, dopo quattro anni, del sistema Ergo Uas. Nel 2011 quella firma, giustificata dall’allora segretario provinciale della Fiom, Marco Di Rocco, come un «buon accordo che supera le divisioni di Pomigliano, Melfi e Mirafiori: non c’è riduzione delle pause e quindi non si peggiorano le condizioni di lavoro», aveva provocato perfino l’arrivo in Abruzzo di Landini, per una verifica con i vertici locali.
«Basta prendere in giro i lavoratori», tuonano oggi i sindacati tacciati dalla Fiom di servilismo nei confronti di Fiat, «i dati sul 90% di adesione allo sciopero, successivamente corretti al 63%, sono fantasiosi e lontani dalla realtà. In fabbrica ci siamo anche noi. Riteniamo prioritario risolvere i problemi per una corretta applicazione della nuova metrica, evitando che i carichi di lavoro sostenuti dai lavoratori in Sevel siano fuori controllo mettendo a rischio la salute e la sicurezza nello stabilimento».
L’Ergo Uas scandisce on schede e metriche il tempo di movimenti, operazioni e sollevamenti. E da lunedì anche la Sevel si è dovuta uniformare alla nuova metrica di Fca (Fiat-Chrysler).
Sul taglio delle pause interviene anche Sel: «Non è accettabile una politica aziendale di questo tipo, che non tiene in minimo conto l’impatto che avrà sulla salute dei lavoratori, che schiaccia i loro diritti, nonostante garantiscano sempre un’alta produzione dei livelli di crescita». (d.d.l.)
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