Tre abruzzesi, un modo di fare impresa

16 Giugno 2026

Storie di imprenditori diversissimi ma con una qualità in comune: saper superare le difficoltà

PESCARA. Provate a immaginare le tre storie che vi raccontiamo oggi, come se fossero i tre capitoli principali di un romanzo unico. Un avvincente romanzo di stile ottocentesco, avventuroso, pieno colpi di scena imprevedibili, con un retrogusto esotico, una storia a metà tra Alexandre Dumas e Giulio Verne, come se i due campioni della letteratura feueillettonistica francese si fossero esercitati nel racconto dell’epopea abruzzese nel mondo. Immaginate poi che gli eroi di questo romanzo ad incastro si ritrovassero un giorno a discutere nel retrobottega del loro comune armatore. Seduti, avanti a un bicchiere di rum, come se fossero i capitani di tre navi baleniere che si una mattina si danno appuntamento, dopo essere partiti dallo stesso porto, e dopo aver viaggiato per rotte disparate in giro per il mondo, attraverso scenari esotici, guerre e belle avventure.

Bene, immaginate anche che abbiate tra le mani le pagine di questo racconto, e che invece del retrobottega degli armatori della migliore baleniera ci trovassimo ospiti nell’ufficio dei comuni finanziatori della banca Bper. Adesso aggiungete che i tre capitani abruzzesi non sono ufficiali di marina, ma capitani d’industria, e che a servire il rum giamaicano non ci sia un oste un po’ brillo e pelato, ma un curioso direttore di giornale: cioè Io. Adesso avete tutti gli ingredienti per decrittare il romanzo che raccontiamo nelle pagine che seguono, e la sua conclusione. Qui si parla di come imprese abruzzesi, impegnate in alcuni campi diversissimi tra di loro, e molto competitive rispetto allo scenario commerciale del mondo – l’alta progettazione ingegneristica, l’enologia, dispositivi parasanitari, la alta carpenteria, l’industria dell’automotive – scoprissero discutendo insieme, di avere 1000 tratti in comune: sono tutti e tre partiti piccoli, e sono tutti diventati grandi. Nessuno di loro ha pianificato il successo, eppure lo hanno incontrato, oltre le più rosee aspettative d’origine.

Tutti si sono ritrovati a combattere in uno stereotipo da barzelletta, «c’era una volta un italiano, un tedesco un francese...», scoprendo quanto c’è di vero anche negli stereotipi. Gli inglesi volano alto, i francesi sono infusi di filosofia e si muovono come una gendarmeria napoleonica, i tedeschi sono fantastici nell’organizzazione militare e paramilitare, e hanno sempre un’ottima capacità di decriptare il libretto delle istruzioni. Ma alla fine, nel retroscena della baleneria, quando il tasso alcolico del rum inizia ad alzarsi, e il fumo delle pipe ha scaldato l’atmosfera, si scopre che questi tre diversissimi capitani guidano ciurme che funziona molto bene quando le bussole impazziscono, quando apri la scatola e scopri che il libretto delle istruzioni non c’è, quando devi discutere con un capovillaggio, quando devi convincere un finanziatore che un raggio laser costa di più, ma tu hai bisogno di quello.

Adesso immaginate che il romanzo finisce bene per tutti i protagonisti d’impresa, ma che alla fine, l’armatore li inviti a raccontare e raccontarsi, perché è convinto che abbiano un segreto da raccontare al mondo. Ecco, il segreto di chi ha successo, è spesso una perla che rimane chiusa in uno scrigno, nel fondo di un baule. Ma quando invece i tre protagonisti si rivelano generosi, è un bene che viene messo a disposizione di chiunque ne abbia bisogno. Ecco, in questa storia di capitani d’Abruzzo, di viaggi all’estremo del mondo, di fatturati costruiti con fantasia alata e sudore della fronte, c’è l’ultimo segreto: se gli italiani e gli abruzzesi riuscissero anche a fare squadra come loro, smetterebbero di svettare nelle barzellette e nelle imprese pionieristiche, e diventerebbero gli eroi letterari di questo nuovo tempo, feroce e globalizzato, che stiamo attraversando.

@RIPRODUZIONE RISERVATA