«Troppo teneri nei confronti di certi imputati»

Il giudice: l’eccesso di comprensione porta alla tentazione di farsi giustizia da sè
TERAMO. Non ci sono verità assolute ma solo verità giudiziarie e spesso, quando i vuoti probatori si colmano con deduzioni, anche quelle mancano. Nelle aule di tribunale, in un groviglio formale di fascicoli e procedure, la giustizia spesso appare il simbolo di uno Stato di diritto capace di smarrire se stesso. Perchè servono sempre tanti tasselli per comporre il puzzle di una condanna o di un'assoluzione e ci vuole un bagaglio probatorio sufficiente per affermare o negare la responsabilità di ciascuno. Giovanni Cirillo, 50 anni, da 21 è in magistratura. Ha conosciuto la trincea del penale a Salerno, poi è stato giudice nell’allora sezione distaccata del tribunale di Giulianova e gip a Teramo. Ha presieduto il collegio penale e la corte di assise. Da un anno è giudice delegato ai fallimenti e ai concordati nel palazzo di giustizia teramano. Dei magistrati ama ripetere: «Devono vivere all’interno della società e non essere tibetani in ritiro e la giustizia deve essere un servizio al cittadino. Ma non sempre accade».
Uno dei suoi ultimi atti da gip è stata l’ordinanza di custodia cautelare per Salvatore Parolisi per l’omicidio della moglie Melania Rea. I giudici della Suprema corte hanno escluso l’aggravante della crudeltà riducendo la pena. E’ stato d’accordo con questo pronunciamento?
«La condanna è stata ribadita e confermata. E’ stata esclusa un’aggravante, ma nell’ultimo grado di giudizio ci sono sensibilità diverse e le esperienze di vita dei magistrati fanno la differenza. Si può discutere se è più crudele vibrare un colpo diretto al cuore o lasciare la vittima agonizzante e farla morire dissanguata. Il fatto va visto nella sua complessità ed è questo che bisogna valutare. Io credo che la Cassazione abbia sezionato il fatto, perdendo di vista quello che è accaduto prima e quanto successo dopo l’omicidio. Ritengo che ci sia una tendenza da parte di alcuni magistrati a garantire l’imputato oltre quanto un ordinamento giuridico sano e legalmente dato possa permettersi. E’ un fatto umano e naturale, poi, che il tempo abbia di per sé una funzione di “attenuazione” della rilevanza sociale della condotta criminosa: ma ciò è fisiologico in generale, patologico nel caso del nostro Paese, dove la lunghezza dei processi conduce alla estinzione dei reati senza che a ciò corrisponda nella collettività il venir meno dello sdegno per quanto accaduto».
In che senso?
«Il rischio è che lo Stato non riesca a giustificare se stesso: esso esiste per scongiurare i conflitti sociali determinati dall’autotutela privata. In altri termini, c’è il rischio che a fronte di uno Stato incapace di gestire in modo convincente le controversie tra i cittadini ovvero a punire i colpevoli dei reati, si faccia strada la voglia di farsi giustizia da sé. Mi sembra che anche le recenti polemiche sulla legittima difesa all’interno di case private vadano lette in questi termini».
Perché oggi, e succede sempre più spesso, le condanne reggono sempre di meno nei successivi gradi di giudizio?
«Una percentuale di difformità è fisiologica, fa parte del sistema. E questo non perché in primo grado ci debbano essere degli errori. Ci sono modi di vedere e valutare le prove non necessariamente ancorati a parametri giuridici ma a valutazioni di fatto che possono variare da magistrato a magistrato. Questo ancora di più se siamo di fronte ad una corte d‘assise con la presenza di giudici popolari. Poi è evidente che i casi mediatici fanno più clamore, ma c’è un numero imponente di processi minori che non arrivano alla ribalta della cronaca e nel corso dei quali la partita si gioca non tanto sulla condanna o sulla assoluzione, quanto piuttosto sull’entità della pena ed ancora su meccanismi estintivi del reato quali la prescrizione».
La durata di un procedimento giudiziario crea scollamento tra cittadini e sistema giustizia. Quali sono le colpe e quali le soluzioni?
«I tempi dei processi sono motivo di grande frizione tra magistratura e avvocatura e tutte le categorie danno la colpa al legislatore. Io credo che le colpe siano equamente distribuibili tra tutti i protagonisti istituzionali e che i magistrati non sempre siano immuni da pecche nella gestione dei processi. E’ un fatto, tuttavia, che appare delicatissimo mediare tra le esigenze di celerità del processo e quelle di garanzia dei diritti della difesa. Bisogna anche considerare che oggi è tutto penalmente rilevante e che la magistratura italiana a livello europeo è la più prolifica, celebrando milioni di processi ogni anno. La sola Corte di cassazione esamina quasi 100.000 casi l’anno. E’ evidente che il sistema ha fallito e che esso va rifondato».
Negli ultimi anni che cosa è cambiato?
« Mi sembra che negli ultimi anni si assista a un diverso fenomeno: l’attenzione dell’avvocatura si è spostata in larga misura sulla fase post condanna, ovvero in quella della concreta esecuzione della pena. La legislazione attuale consente infatti infinite possibilità al condannato di ottenere l’ammissione a benefici un tempo impensabili. I garantisti affermano che si tratti di una normativa ispirata alla funzione rieducativa della pena. A me sembra tuttavia che proprio qui stia la chiave dell’intero sistema: se non vi è certezza della pena, espressione del principio di certezza del diritto, salta il patto di convivenza sociale tra Stato e cittadini. Chi sbaglia deve sapere che verrà irrogata nei suoi confronti una pena certa, senza sconti. A questo punto si impone una modifica costituzionale dell’articolo 27 comma 3: le pene devono tendere non solo alla rieducazione del condannato, ma anche avere una funzione retributiva del male arrecato agli altri. Se non si interviene in questo modo, è a rischio la pace sociale. A monte, poi, si deve procedere a un abbattimento del penalmente rilevante. Meglio una sanzione patrimoniale, magari irrogata da organismi amministrativi indipendenti sul modello delle Autorithies statunitensi, che una sanzione penale che non si sa se e quando verrà irrogata».
Dal caso delle misure di prevenzione del tribunale di Palermo a quello più recente della vicenda De Luca. Oggi la cronaca impone una riflessione: esiste un problema di terzietà dei giudici?
«L’autonomia e l’indipendenza dei magistrati sono imprescindibili e costituiscono una ferrea garanzia per il cittadino, anche se l’avvocatura e la politica tendono a darne una lettura in termini di privilegio di casta. Uno stipendio, un buono stipendio, garantisce la massima distanza del giudice dalle parti. Esiste poi un problema di indipendenza per così dire interna del singolo magistrato, rispetto alla istituzione nella quale opera».
Si spieghi meglio.
«E’ l’aspetto più delicato, perché ci sono meccanismi interni alla magistratura che possono variamente condizionare l’operato del magistrato. Quanto alla cosiddetta indipendenza esterna, a parte i casi di rilevanza penale delle condotte illecite di taluni magistrati, va abolita la normativa che consente ai magistrati ordinari di essere chiamati negli uffici ministeriali o governativi a collaborare con l’esecutivo, ad eccezione del ruolo ispettivo; inoltre, chi decide di entrare in politica deve dimettersi dalla magistratura e non rientrarvi più. Occorre impedire che la funzione del magistrato possa essere utilizzata come trampolino di lancio per la politica».
Lei, nei tempi della crisi globale, si occupa di fallimenti. E’ più difficile emettere una sentenza di condanna o dichiarare il fallimento di un’azienda?
«La realtà dell’ufficio fallimentare è peculiare e per certi versi assimilabile soltanto a quella dell’ufficio che si occupa delle procedure esecutive. Il magistrato è e deve restare terzo e lontano dalle parti: nel penale e nel civile per così dire ordinario questo accade quotidianamente. Il giudice delegato invece è circondato tutti i giorni da centinaia di professionisti - curatori, commissari giudiziali, liquidatori - che collaborano con l’ufficio».
Che cosa ne consegue?
«Un problema di organizzazione dell’ufficio ma prima ancora di disciplina dei rapporti umani: il giudice non può e non deve a mio parere, salvo casi eccezionali, incontrare i professionisti. A questi la legge riconosce ormai da anni piena autonomia di operato ai professionisti: non vi è esercizio di potere che non si accompagni ad una correlativa assunzione di responsabilità. Il giudice delegato deve garantire tutti, com’è nella natura e nelle corde del magistrato: la massa dei creditori, ma pure il fallito, i debitori, gli assuntori di obblighi, i terzi. Ne consegue che i provvedimenti dei professionisti non possono essere co-decisi magari previo colloquio verbale e informale con il giudice. Ne andrebbe della terzietà di quest’ultimo. So che altrove vi sono prassi di segno diverso, ma non le condivido. Nel merito, il tribunale ha scelto di seguire una linea rigorosa e prima di dichiarare fallita un’impresa valuta tutto, non solo i debiti ma anche la capacità di restare sul mercato».
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