Un acceleratore più potente sotto il Gran Sasso

Via libera alla seconda fase del progetto Luna Mv da 5,3 milioni. A caccia dei segreti della materia
L’AQUILA. Un nuovo acceleratore di particelle, “ingabbiato” all’interno di pareti di cemento spesse ottanta centimetri, un "sarcofago" in grado di assicurare la completa schermatura dell’apparato. E’ quello che sarà installato nei Laboratori di fisica nucleare del Gran Sasso, nell’ambito dell’esperimento “Luna Mv”, finanziato per 5,3 milioni di euro con un progetto del Miur.
L’allestimento dell’apparato sperimentale prenderà il via nell’autunno del 2018. Occuperà una superficie di circa 500 metri quadrati nella sala B dei laboratori, e rappresenta la prosecuzione di “Luna” (Laboratory for Underground Nuclear Astrophysics), il progetto che ha da poco compiuto 25 anni.
Luna, per un quarto di secolo, è stato l’unico acceleratore al mondo in un laboratorio sotterraneo, protetto dalla roccia del Gran Sasso che ha garantito la completa schermatura dai raggi cosmici. Condizione, questa, indispensabile per poter studiare le reazioni termonucleari che avvengono nel cuore delle stelle. L’obiettivo è scoprire i segreti della materia, ricreando in laboratorio quello che avviene al centro dell’universo, riportando “l’orologio” indietro di milioni di anni, in una sorta di viaggio nel tempo, fino a cento milioni di anni dopo il Big Bang. Il momento, dicono gli studiosi, nel quale si sono formate le prime stelle. Misteri che, a oggi, non sono stati completamente svelati, mentre prosegue la ricerca della “scintilla” che ha portato alla nascita dell’universo.
Finora l’esperimento internazionale è stato realizzato con un piccolo acceleratore, che fornisce fasci di idrogeno o elio con corrente molto elevata e li invia su un bersaglio solido o gassoso, per indurre reazioni di fusione nucleare. A “immortalare” i prodotti delle collisioni sono rivelatori al silicio, al germanio, o a cristalli scintillanti, in grado di “decodificare” la reazione ottenuta. Il nuovo acceleratore di “Luna-Mv” sarà in grado di raggiungere energie più elevate, e, assicurano i ricercatori, aprire allo studio di reazioni che avvengono nelle stelle a temperature tra i 500 milioni e il miliardo di gradi.
Responsabile del progetto è il professor Paolo Prati, professore dell’Università di Genova e associato dell’Istituto nazionale di fisica nucleare. Luna è una collaborazione internazionale di circa 40 ricercatori tra italiani, tedeschi, scozzesi e ungheresi. Nel parterre, oltre all’Infn e il Gssi (per l’Italia), l’Helmholtz-Zentrum Dresden-Rossendorf per la Germania, l’Hungarian Academy of Sciences - Institute for Nuclear Research, per l’Ungheria, la School of Physics and Astronomy dell’Università di Edimburgo, per il Regno Unito. In Italia collaborano all’esperimento i Laboratori Nazionali del Gran Sasso, le sezioni Infn e le università di Bari, Genova, Milano, Napoli, Padova, Roma La Sapienza, Torino e l’Osservatorio Inaf di Teramo.
L’idea di ampliare Luna è del 2007, dopo 15 anni di ricerche sotto milioni di metri cubi di roccia. Il risultato è stata l’osservazione di processi estremamente rari, che un giorno chiariranno l’origine delle stelle. Le stesse che i ricercatori osservano dalle profondità della Terra.
Angela Baglioni

