«Vedo luci e ombre Speravo di farcela con i tagli Irap e Irpef»

16 Febbraio 2017

di Andrea Mori Dopo 12 anni . Roberto Campo passa la guida della Uil regionale. Campo, come lascia il sindacato? «In buona salute. Dal punto di vista politico è rispettato, dal punto di vista...

di Andrea Mori

Dopo 12 anni . Roberto Campo passa la guida della Uil regionale.

Campo, come lascia il sindacato?

«In buona salute. Dal punto di vista politico è rispettato, dal punto di vista organizzativo è cresciuto quanto a iscritti ed i bilanci sono in equilibrio».

Perché non avete fatto come Cisl e Cgil di unirvi al Molise?

«Abbiamo preferito ridisegnare il territorio superando già 4 anni fa il concetto delle province con due aree vaste chiamate camera sindacale territoriale Adriatica-Maiella per Chieti-Pescara e Adriatica-Gran Sasso per L’Aquila e Teramo. L’unione Abruzzo-Molise avrebbe senso se ci fosse un ridisegno delle regioni tutte, non limitato ad Abruzzo e Molise. Poi, se si pensa alla macro regione adriatica con le Marche credo che l’unione con il Molise diventerebbe subito insufficiente».

Lei prenderà un incarico alla Uil nazionale a Roma. Come lascia l'Abruzzo?

«I sindacati hanno fatto di tutto per contribuire alla ripartenza dello sviluppo. Quando i rapporti nazionali erano lacerati, noi in Abruzzo decidemmo di unirci sulle esigenze regionali. E questa cosa ha funzionato. Abbiamo inaugurato una prassi di aperto confronto con sindacati e imprenditori».

Si riferisce al Patto per lo Sviluppo? Che fine ha fatto? «Sì, guardi, siamo freschi della seconda riunione. La cosa apprezzabile è che facciamo la verifica passo passo degli obiettivi. C’è però da dire una cosa».

Prego.

«Tutta la macchina della programmazione sta iniziando a girare solo adesso. E di questo non sono soddisfatto».

Si spieghi meglio.

«Mi riferisco alla programmazione dei bandi 2014-2020 dei fondi strutturali europei: siamo a febbraio 2017 e i bandi stanno ora cominciando ad uscire. E finalmente l’Abruzzo concorre con qualche successo, spingendo le imprese a partecipare».

E come lascia l’Abruzzo dal punto di vista sociale?

«Qui l’Abruzzo ha grandi sofferenze. Cito le maggiori: i posti di lavoro che si sono persi non si stanno occupando e il rischio è che la perdita sia struttturale. Prima della crisi c’era circa mezzo milione di occupati, adesso sono 25mila in meno, 475mila. E i posti persi non si recuperano solo con la congiuntura favorevole, serve qualcosa di più, qualcosa di strutturale. Ma qui c’è la seconda nota dolente che è poi quella che aveva indicato Bankitalia: l'Abruzzo fa economia con le grandi imprese mentre il mondo delle piccole si sta impoverendo. Sono due economie in una e la somma algebrica è comunque negativa. Intorno alla stagnazione».

C’è qualcosa a cui tiene in modo particolare e che invece non ha potuto portare a termine?

«Speravo di riuscire a compiere i primi passi della cancellazione della tassazione aggiuntiva Irap e Irpef, la fiscalità di svantaggio dovuta al commissariamento della Sanità».

Lei crede sempre allo sciopero come strumento della rivendicazione sindacale?

«Bisogna inventare cose nuove. Lo sciopero resta comunque uno strumento valido. Ricordo che nel dicembre 2014 segnò l'inizio di una ripresa nei confronti con il governo Renzi».