Le guerre di Donald Trump non sono una cosa seria, anche se hanno conseguenze molto serie. Il presidente degli Stati Uniti non ha mai spiegato perché abbia attaccato l’Iran, assieme a Israele, il 28 febbraio scorso.
Dalle sue parole, in alcune fasi, abbiamo dedotto che volesse un “cambio di regime”, espressione che risale però a un’altra epoca, quando gli Stati Uniti volevano esportare la democrazia invece che smantellarla anche a casa propria.
Trump ha smesso di provare a spiegare quello che sta facendo. In un intervento che ha lasciato perplessi perfino i suoi sostenitori più convinti, il presidente ha detto che gli ayatollah hanno offerto a lui il ruolo di guida suprema, dopo l’uccisione di Ali Khamenei. Una battuta? In un’altra occasione ha spiegato che visto che le armi americane hanno ucciso tutti i leader del regime con cui gli Stati Uniti stavano trattando, prima delle bombe, si può forse dire che c’è stato un cambio di regime, no?
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Sembra una questione di definizioni, ma è molto seria. Perché gli Stati Uniti trumpiani sono impegnati in una serie di operazioni di “cambio di regime” questo genere il cui senso si può soltanto cercare di dedurre dalle azioni concrete, a posteriori.
Il 3 gennaio, l’esercito americano ha rapito il presidente illegittimo del Venezuela Nicolas Maduro e la moglie, sulla base di accuse di narcotraffico poi presto dimenticate. La sua vice, Delcy Rodriguez, guida ora il Paese che Trump considera una specie di protettorato. Il regime è cambiato? Nei giorni scorsi Rodriguez ha cambiato il ministro della Difesa, che è una posizione chiave visto che il potere politico in Venezuela si fonda sul controllo del petrolio e sul rapporto con l’esercito. Il nuovo ministro è Gustavo González López, a lungo capo delle prigioni delle torture e del network di spie del Venezuela. Il titolo del Financial Times dopo la nomina era questo: «Il capo dei torturatori del Venezuela prende il controllo dell’esercito».
González ha represso le proteste del 2014, del 2017 e del 2019 facendo ampio uso del carcere El Helicoide dove si trovava una “camera della tortura”. Il regime è cambiato in Venezuela, ma in peggio. L’operazione a Caracas, però, è stata soltanto la premessa del successivo tentativo di “cambio di regime”, a Cuba.
Nell’indifferenza della comunità internazionale, gli Stati Uniti hanno usato la presa di Caracas per sottoporre l’isola caraibica ancora governata dalle vestigia del regime comunista a un embargo energetico che inizia ad assomigliare a un assedio medievale.
L’amministrazione Trump ha bloccato di fatto le forniture di petrolio dal Venezuela verso Cuba e così ora non c’è più energia: la corrente elettrica non c’è quasi più, i trasporti sono bloccati, l’economia è al collasso.
Si tratta di una forma di guerra economica che ha i civili come bersaglio e del tutto priva di ogni cornice di legittimità giuridica. Una prova di forza voluta soprattutto dal segretario di Stato Marco Rubio, discendente di esuli cubani ostili al regime comunista che fu di Fidel Castro.
Cuba non è la fine dei piani di Trump per i “cambi di regime”. La lista è lunga e capace di destabilizzare l’intero continente americano sul quale gli Stati Uniti rivendicano una maggiore influenza, secondo la National Security Strategy del 2025.
Trump ha evocato cambi di regime in Colombia, ha prospettato l’annessione del canale di Panama, ha un conto aperto con il Perù dai cui porti vuole cacciare la Cina.
E soprattutto c’è il Messico: su Foreign Affairs l’ex ambasciatore messicano negli Stati Uniti, Arturo Sarukhan, ha scritto che «il momento più temuto» da tutti i diplomatici messicani è arrivato. Quello in cui gli Stati Uniti arrivano alla conclusione che il Messico non può o non vuole contrastare i cartelli della droga che inondano il mercato americano di cocaina e non solo.
Finché a Washington pensano che il governo e l’esercito messicano combattano una guerra per conto degli Stati Uniti, magari con scarso successo ma con impegno, i problemi di vicinato sono gestibili. Ma Trump e i suoi sembrano arrivati a concludere che la presidente Claudia Sheinbaum è troppo incline a cercare una convivenza pacifica con i cartelli criminali, invece che con gli Stati Uniti.
E dunque tutto può succedere. Un “cambio di regime” in Messico sembra inconcepibile, ma nel suo primo anno del secondo mandato alla Casa Bianca Trump ci ha abituato a spostare le frontiere dell’immaginabile.