l’editoriale

Intelligenza artificiale, Musk contro Altmann I retroscena del processo

21 Maggio 2026

Un gioco di potere e le strategie per tenere in mano le redini dell’innovazione

Doveva essere il processo del secolo, capace di riscrivere la traiettoria di sviluppo dell’intelligenza artificiale, invece è stato il processo del mese. Nel senso che le udienze sono durate poche settimane, venerdì le arringhe finali, lunedì la sentenza: Elon Musk ha perso, Sam Altman di Open AI ha vinto.

Non cambierà nulla, il tentativo di Musk di sabotare la quotazione in Borsa di Open AI è fallito, la sua richiesta di smantellare l’entità for profit che ha di fatto preso il posto del laboratorio non profit originario è stata respinta, così come quella di cacciare Altman, amministratore delegato di Open AI, assieme al presidente Greg Brockman.

La giuria ha stabilito che è passato troppo tempo dai fatti - la rottura tra Musk e Altman risale al 2018 - e dunque le richieste di Musk violano lo “statute of limitations”, sono cadute in prescrizione, diremmo in italiano.

La giuria popolare ci ha messo appena due ore a decidere e la giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha raccolto senza indugio il suggerimento non vincolante della giuria e ha chiuso il caso con la sconfitta di Musk.

Tutto come prima. O forse no.

Perché il processo che si è consumato davanti alla corte di Oakland, in California, è stato comunque un utile momento di riflessione collettiva sull’origine e le prospettive dell’intelligenza artificiale in termini di business, incentivi dei protagonisti, pressioni del mercato.

Intendiamoci: nel merito aveva sicuramente ragione Musk. Nel senso che Open AI, come dice il nome, era nata per essere un laboratorio che sviluppava l’intelligenza artificiale in modo aperto, nell’interesse di tutta l’umanità, libero da ogni esigenza di mercato.

La spinta all’innovazione doveva essere il desiderio di mettere le basi per un nuovo progresso, non remunerare gli azionisti o rendere ricchi i fondatori.

Gli avvocati di Musk hanno dimostrato che gli idealismi delle origini, ammesso che fossero sinceri, sono svaniti da tempo. Già dal 2019 Open AI ha iniziato a trasformarsi in un ente orientato al profitto, prima con una società che garantiva ritorni con un tetto agli investitori, poi in una società per azioni quasi tradizionale, controllata da una fondazione ma pronta a quotarsi in Borsa. Per arricchire i soci, i partner e anche i fondatori, anche se Sam Altman ad oggi non risulta azionista.

Il presidente Greg Brockman, però, annotava sul suo diario di pensieri già nel 2017 che sognava di arrivare a mettere insieme 1 miliardo di dollari. Sulla base della valutazione attuale, la sua quota in Open AI oggi vale 30 miliardi, la società nel complesso 852. Ed è soltanto l’inizio.

Musk ha contribuito nella prima fase con 38 milioni di dollari a fondo perduto. E li ha dati a un ente non profit, non a una startup destinata a quotarsi in Borsa. Dunque ha ragione a sostenere che quel mandato è stato tradito.

E questa è una lezione di interesse generale: se gli utopisti che controllano la tecnologia potenzialmente più pericolosa al mondo possono violare i loro patti con l’uomo più ricco del pianeta, Elon Musk, figurarsi quanto possono rivelarsi difficili da contenere da parte delle autorità di regolazione pubbliche o da politici che a malapena capiscono come usare Chat Gpt.

Agli avvocati di Sam Altman è stato però altrettanto semplice dimostrare che la mossa di Musk era solo strumentale a rallentare un concorrente di maggiore successo: nel 2018 Musk ha lasciato Open AI perché non avrebbe avuto il controllo della nuova entità orientata al profitto e perché gli altri soci non volevano fondere l’azienda di intelligenza artificiale con la sua Tesla.

Subito dopo, Musk ha lanciato la società concorrente xAi che si è subito segnalata per gli scarsi scrupoli etici e per le costanti accuse di consentire abusi e violazioni della privacy. Non proprio il comportamento di chi pensa soltanto al futuro dell’umanità.

Musk ha sì perso il processo, ma per paradosso così ha ottenuto comunque un effetto a lui favorevole: adesso è chiaro che il settore dell’intelligenza artificiale risponde a incentivi di mercato, è una tecnologia come le altre che può consentire arricchimento senza particolari vincoli di sicurezza.

Se l’evoluzione di Open AI è lecita, allora nessuno potrà contestare i tentativi sempre più spregiudicati di Musk di rendere la sua azienda di AI redditizia. E questo è molto prezioso ora che Musk si prepara a quotare in Borsa SpaceX, la sua azienda di razzi e satelliti all’interno della quale ha assorbito sia il social network X un tempo noto come Twitter che xAI.

Musk, così come Altman, ha poi ottenuto una vittoria culturale più rilevante ma meno evidente. L’intero processo, che è stato breve ma ha alle spalle due anni di denunce e approfondimenti, ha avuto al centro una premessa presentata come ovvia, ma che invece dovrebbe essere molto discutibile. Cioè che Open AI, prima di inseguire il profitto, potesse davvero lavorare per il bene dell’umanità.

Basta pensarci un secondo per rendersi conto che si tratta di una promessa velleitaria o in malafede: è quasi impossibile prevedere tutte le ripercussioni sociali e politiche della diffusione dell’intelligenza artificiale. Inoltre, il modo in cui funzionano le reti neurali alla base impedisce anche ai programmatori di sapere in anticipo come l’algoritmo “ragiona”, diciamo così.

L’intelligenza artificiale ha una tale pervasività, tocca così tanti nodi della vita personale e comunitaria, che non è realistico capire in anticipo tutto.

Lavorare per il bene dell’umanità significa rendere disponibili quanto prima tutte le tecnologie possibili? O favorire una diffusione molto graduale per consentire al mercato del lavoro e al welfare di adeguarsi? E davvero il mondo sarà più sicuro se gli Stati Uniti vinceranno la competizione con la Cina per sviluppare un’AI capace di rendere irrilevanti tutte le barriere di cybersicurezza e bucare qualunque sistema che cripta informazioni?

C’è poi il dettaglio che l’umanità della quale si dice di volere il progresso è soltanto quella che ha accesso alla tecnologia o che ne può gestire l’impatto. E gli altri?

Ma, soprattutto, quale legittimità hanno poche decine di persone nella Silicon Valley di stabilire qual è il bene dell’umanità da perseguire?

Il fatto che tutte queste domande non siano state al centro del processo ma, al contrario, si sia dato per scontato che chi gestisce la tecnologia abbia solo due scelte, arricchirsi o salvare il mondo, è la vera vittoria culturale di Musk. Che così può sostenere con ancora maggior forza la sua narrazione di superuomo che deve arricchirsi per portare l’umanità su Marte e salvarla dall’estinzione, tenendo insieme logiche di mercato e promesse escatologiche.

La vera lezione del processo Musk-Altman, quindi, è che il problema non sono le motivazioni degli attori economici, ma la quantità di potere che detengono.

©RIPRODUZIONE RISERVATA