PALMOLI
«Osservazioni dei testimoni e chiarimenti fattuali». S’intitola così l’appendice – contenuta nella contro-perizia firmata dallo psichiatra Tonino Cantelmi e dalla psicologa Martina Aiello – con cui i genitori del bosco di Palmoli contestano alcune affermazioni di perita, assistente sociale ed educatrici della casa famiglia di Vasto, struttura in cui i loro tre figli sono stati collocati, dallo scorso 20 novembre, su ordine del tribunale per i minorenni dell’Aquila. Catherine Birmingham e Nathan Trevallion si difendono dalle ricostruzioni ritenute «inesatte, incomplete o non pienamente aderenti alla realtà». A scrivere il documento è Rachael Birmingham, la sorella di Catherine, arrivata dall’Australia e rimasta per settimane in Abruzzo.
Tutto parte della famosa intossicazione da funghi, l’episodio che ha portato all’intervento dei carabinieri prima e degli assistenti sociali poi. «La famiglia», si legge nell’atto, «contesta qualsiasi descrizione che suggerisca che tutti i membri abbiano perso conoscenza o che l’intervento dei soccorsi sia stato ritardato a causa di negligenza dei genitori. Nathan ha riferito che i membri della famiglia non si sentivano bene e si è deciso di chiamare il 118 per precauzione. I bambini e gli adulti erano coscienti e in grado di comunicare all’arrivo dei soccorritori. I vicini possono confermare gli aspetti rilevanti della cronologia degli eventi».
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I genitori del bosco fanno riferimento anche alla «registrazione di un incontro in cui, secondo Nathan, l’intenzione dichiarata dall’assistente sociale è stata espressa in termini che la famiglia ha interpretato come indicativi di un piano di allontanamento. Chiediamo che tale questione venga valutata esclusivamente sulla base della registrazione audio e della trascrizione». La coppia anglo-australiana scende nel dettaglio: «Contestiamo l’interpretazione automatica di uno stile di vita eco-rurale, autosufficiente e basato sull’istruzione domiciliare come prova di negligenza, isolamento o danno psicologico». In particolare, Rachael riferisce che, «durante le sue visite e in base alla sua precedente conoscenza dei bambini, li ha osservati come curiosi, partecipi, capaci di spiegare attività pratiche, di interagire tra loro e di relazionarsi con coetanei e adulti quando vengono fornite le condizioni appropriate».
Moglie e marito non chiudono a una collaborazione con le istituzioni: «Accettiamo che i requisiti formali di istruzione e le opportunità sociali possano essere monitorati e migliorati. Tuttavia, contestiamo qualsiasi conclusione secondo cui l’istruzione domiciliare, l’apprendimento basato sulla natura, la dieta vegana, la riduzione dell’uso della plastica o la vita rurale siano di per sé prova di un’educazione genitoriale inadeguata». E vengono respinte quelle immagini di piccoli «Mowgli» spaventati da oggetti di uso comune, come il soffione della doccia. Rachael assicura: «Durante i periodi in cui ho osservato i bambini nell’ambiente familiare, questi avevano normali routine di lavaggio e cambio d’abiti». La famiglia osserva: «I bimbi possono essere cauti nei confronti di docce sconosciute senza che ciò indichi necessariamente negligenza».
Catherine e Nathan censurano «le interpretazioni che minimizzano i risvegli notturni, l’agitazione o il disagio dei piccoli» dopo l’arrivo in casa famiglia. «La difficoltà ad addormentarsi e la ricerca della madre prima di andare al letto sono compatibili con lo stress da separazione e non dovrebbero essere ridotti a curiosità, giocosità o semplice adattamento senza un’adeguata valutazione clinica». L’imbarazzo, la cautela e la diffidenza mostrati inizialmente dai bambini vanno «valutati alla luce dell’improvvisa separazione, delle difficoltà linguistiche e della pressione mediatica».
Uno degli aspetti finiti al centro della bufera è quello sanitario. «I referti indicano che Catherine, all’inizio, preferiva rimedi naturali o esprimeva preoccupazione per i farmaci. Ma non abbiamo mai rifiutato il trattamento prescritto per la gemellina e abbiamo rassicurato nostra figlia a riguardo. Questo deve essere registrato come collaborazione con le cure mediche, non come rifiuto». Le vaccinazioni sono state completate nello scorso gennaio «in presenza di entrambi i genitori. Eventuali preoccupazioni devono essere distinte da un effettivo rifiuto». E c’è sorpresa perché la famosa relazione dei neuropsichiatri infantili della Asl (dunque figure terze), che hanno visitato i tre fratellini alla presenza di Catherine e Nathan, non è stata tenuta in considerazione dalla perita Simona Ceccoli.
I genitori chiedono di riesaminare i video e le registrazioni del 6 marzo, quando la madre – in principio autorizzata a stare in casa famiglia, sia pure in un piano diverso rispetto a quello dei figli – è stata cacciata dalla struttura. «Non accettiamo che il visibile disagio dei bambini o la ridotta capacità comunicativa durante le videochiamate (successive all’espulsione della mamma dalla casa famiglia, ndr) debbano essere interpretati semplicemente come un tentativo della madre di destabilizzarli. La domanda ai figli riguardo il loro stato di salute può essere una normale preoccupazione genitoriale e non dovrebbe essere considerata dannosa». Catherine contesta anche la ricostruzione dell’incontro del 1° aprile scorso, quando lei – autorizzata a vedere i piccoli – avrebbe avuto un durissimo scontro con le educatrici: «Nego di aver insultato o spinto fisicamente il personale». E ancora: «Vogliamo che le decisioni riguardanti i bambini siano basate su fatti verificati, osservazioni dirette, documentazione completa e una valutazione equilibrata sia delle difficoltà che delle risorse familiari».
Catherine e Nathan «hanno intrapreso un percorso di supporto alla genitorialità presso il Dipartimento di Psicologia clinica del Policlinico Gemelli di Roma», specificano Cantelmi e Aiello, «quale ulteriore elemento indicativo della loro disponibilità a un accompagnamento qualificato nell’interesse dei minori».
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