Carburanti e Meloni, perché il decreto rischia di essere un flop

22 Marzo 2026

I prezzi continueranno a crescere se la situazione non si sblocca. E con altri rincari nessuno si accorgerà più dei tagli alle accise

ROMA. Il prezzo dei combustibili fossili si forma su un mercato globale, quindi la scarsità del prodotto sul mercato, insieme alla crescita dei prezzi di trasporto e assicurazione, significa di fatto prezzi finali più alti per tutti. Oggi il prezzo all’ingrosso del gas è più del doppio rispetto all’inizio della guerra. È ragionevole pensare che i prezzi continueranno a crescere se la situazione non si sblocca, come di fatto è successo nel 2022. Con il suo decreto legge dagli effetti quasi immediati sulle accise sui carburanti, il governo Meloni ha fatto una scommessa rischiosa. E costosa.

Il primo rischio politico deriva dalla struttura del provvedimento approvato nel Consiglio dei ministri di mercoledì: un taglio delle accise su benzina e diesel misurato in centesimi, non in percentuale. Se il prezzo del petrolio continuerà a salire, come sta facendo, gli automobilisti non si accorgeranno del beneficio. Entro pochi giorni, il prezzo del carburante potrebbe tornare ai livelli pre-decreto. E sappiamo dall’economia comportamentale che il nostro cervello non è predisposto per pensare agli scenari controfattuali.

Chi si trova a sacramentare alla pompa di benzina non penserà «poteva andare peggio, per fortuna il governo è intervenuto», bensì si lamenterà che l’intervento è stato inutile. Anche se, ovviamente, senza il decreto i prezzi sarebbero comunque ancora più alti. Oggi nessuno ricorda più il decreto Bollette che il governo Meloni ha approvato appena il 18 febbraio per ridurre i costi dell’energia per le famiglie a basso reddito e per le imprese: i suoi effetti sono già stati vanificati dalla crisi in Iran.

Il secondo rischio politico deriva dal fatto che il decreto del governo è un provvedimento a tempo: dura soltanto venti giorni, copre il ponte di Pasqua e – dicono i critici – anche il weekend del referendum, perché è meglio non far irritare troppo gli elettori.

E se la guerra dura più a lungo? E se finisce ma il mercato non si normalizza? Uno dei rischi è che, anche nel caso in cui le navi tornino a passare per lo stretto di Hormuz, ci vogliano settimane o mesi per tornare alla normalità, tra impianti di raffinazione danneggiati nei Paesi del Golfo e navi cargo ferme nei porti sbagliati, oltre a volumi di estrazione ridotti per il blocco del traffico marittimo.

Peraltro, nessuno sa bene a cosa la nuova normalità dovrebbe assomigliare, visto che non è chiaro se l’Iran rimarrà quello di oggi o se il regime collasserà lasciando un vuoto istituzionale. Dunque non possiamo sapere ora se alcuni dei costi che pesano sul prezzo dell’energia rimarranno, perché il rischio di una ripresa del conflitto potrebbe rendere più costoso a lungo assicurare le navi che passano per lo stretto di Hormuz, cosa che farebbe salire il prezzo del petrolio.

L’intervento del governo è anche molto costoso: soltanto per questi primi venti giorni e per una riduzione di 25 centesimi al litro per gasolio e benzina e di 12 per gpl servono oltre 500 milioni di euro. Che non sembrano neanche tantissimi, ma va ricordato che la tenuta dei conti pubblici è fragile al centesimo: l’Italia resta sotto procedura di infrazione perché lo scorso anno il deficit è stato al 3,1% del Pil invece che al 3.

E nella legge di Bilancio 2026 era previsto un gettito aggiuntivo proprio dal ridisegno delle accise sui carburanti per circa 550 milioni di euro, che adesso svanisce con questa prima misura tampone. Tra 2021 e ottobre 2022, quindi nella vigilia dell’invasione dell’Ucraina e nei primi otto mesi che l’hanno seguita, il governo Draghi si trovò ad approvare interventi che secondo la stima dell’Ufficio parlamentare di bilancio valevano nel complesso ben 62,8 miliardi di euro.

Quando si è insediato dopo le elezioni 2022, una delle prime decisioni sofferte del governo Meloni è stata proprio quella di non rinnovare il taglio delle accise sui carburanti deciso dal governo Draghi per attutire l’impatto della crisi ucraina. Prima il governo Meloni ha ridotto lo sconto da 30 a 18 centesimi, e poi lo ha cancellato. I giornali, all’epoca, parlavano di “stangata di Capodanno”. Il governo di Giorgia Meloni, però, per giustificare la fine del costosissimo intervento fiscale aveva usato una argomentazione economicamente fondata: il taglio delle accise implica un trasferimento di risorse pubbliche maggiore a chi ha auto che consumano molto, mentre non lascia un euro a chi, per esempio, si sposta con i mezzi pubblici perché non può permettersi un’auto di proprietà. Dunque è molto iniquo.

Per il taglio delle accise il governo Draghi aveva speso circa 7,7 miliardi. Nel medio periodo la questione accise rischia di essere molto problematica per Giorgia Meloni. A meno che il prezzo non crolli nelle prossime settimane, arriverà un momento nel quale lo sconto sulle accise finirà, che sia tra venti giorni o più in là. In quel momento la fine della riduzione della componente fiscale sarà percepita dagli automobilisti come un rincaro che ricorderà sia l’antica promessa del 2019 di Giorgia Meloni di abolire le accise, sia la posizione del governo sulla transizione ecologica e sulle auto elettriche: come dimostra la cronaca di questi giorni, la battaglia contro le auto elettriche e per rinviare lo stop alla vendita di nuovi veicoli endotermici nel 2035 e tutti quegli auspici di una transizione ecologica più lenta ci espongono ai rischi geopolitici che accompagnano i combustibili fossili. È sempre stato vero, ma ora se ne rendono conto anche gli elettori di destra.

@RIPRODUZIONE RISERVATA