C’è un po' di Bossi da Grillo a FdI, il Senatùr ha cambiato la politica

20 Marzo 2026

La verità è che senza dubbio il bossismo ha cambiato la politica. Ma la politica ha cambiato il bossismo. L'editoriale del direttore 

PESCARA. Era diventato leader di governo, ma era l’unico politico italiano che negli anni Novanta potesse commentare così la cacciata di un compagno di partito, in questo caso il professor Miglio, un costituzionalista che si era innamorato della Lega: «Ah sì? Dice che ci lascia? E chissenefrega. Miglio è una scorreggia nello spazio». Nel capannello di cronisti, a Montecitorio, ci interrogammo a lungo se si poteva scrivere “scorreggia”. Era l’unico che potesse gridare alla ministra socialista Margherita Boniver: «Boniver Bonassa! Ricordati che noi della Lega siamo armati! Armati sì, ma di manico!». E giù il gesto dell’ombrello. Era l’unico che poteva ululare in un comizio: «Berluskaz, Berlusconi! Io ti sgommo sopra! Io ti sego il balconcino!». L’unico davvero che potesse spiegare in campagna elettorale il suo rapporto con Fini così: «Ricordatevi la regola: mai, mai, mai! Mai la Lega insieme alla porcilaia fascista!». Era l’unico che potesse inventare uno slogan come: «La Lega ce l’ha duro».

Non lo dico con tono nostalgico, o apologetico, o schizzinoso: dico che il Senatùr cambió le regole della politica della prima Repubblica e il mondo non fu più come prima. Si dice: ma c’è stato anche Marco Pannella. È vero, un genio. Ma Pannella non prese mai il 10% diventando leader di maggioranza in un governo.

Purtroppo, per noi giornalisti, non si può mai preparare un coccodrillo prima della morte di un politico. È come se, per uno strano mistero, tutto si capisse solo in un determinato momento, solo quando il leader muore. Umberto Bossi, è sopravvissuto ad un colpo mortale, e ha vissuto due vite: una da leader politico ed una da pensionato della politica. Tuttavia, adesso che ci lascia, capisco che molti degli ingredienti che vivono nella politica di oggi saltano fuori dalla sua fantasia e dalla sua follia politica.

C’è un po’ di Umberto Bossi nel grillismo. C’è un po’ di Bossi persino nel più giovane dei vecchi partiti, Fratelli d’Italia: sezioni, quadri, tessere. Altrimenti sei gassoso. C’è Bossi nella comicità di Crozza, e c’è Bossi nei populisti di tutta Europa, che oggi, nel giorno in cui lui abbandona la terra, sono tutti in pista per raggiungere il potere. Bisognerebbe sempre partire da un ricordo, e io ho questa immagine di Umberto Bossi nel 1995 nei giorni del ribaltone con cui il Senatùr aveva ammazzato il governo di Silvio Berlusconi. Bossi trincerato nel suo studio alla Camera dei deputati, circondato dal fido Cesare Rossi (un addetto stampa romano, e per giunta di novant’anni!) e alcuni deputati delle profonde valle del Nord che gli erano rimasti fedeli, a partire dal gigante Erminio “Obelix” Boso. Tutti questi leghisti che sembravano saltati fuori da un manuale di zoologia fantastica, quelli con le corna e l’elmo sul pratone di Pontida, quelli che governavano il Veneto, il sindaco di Milano Gentilini, persino il leader del “governo sole”, l’ex industriale Giancarlo Pagliarini non avrebbero mai potuto esistere senza il Senatùr. Insomma, eravamo attaccati alla porta dell’ufficio di Bossi, lui aveva appena fatto cadere il governo del Cavaliere (estate 1994) sembrava in minoranza abbandonato da tutti. Convocò i deputati della Lega uno per uno, alcuni li prese in giro, alcuni li coprì di insulti sanguinosi. A fine giornata aveva di nuovo la maggioranza dei suoi parlamentari con sé, e con quella maggioranza fece nascere il governo Dini.

Lo ricordo in Aula, con la voce che gridava in faccia ad un Berlusconi furibondo e terreo: «Cavalier Berlusconi! La Lega ti rimanda a casa, hai capito? A casa!». Resta nella mente il Bossi rozzo, ma c’era anche l’abile calcolatore politico.

La sua biografia? Incredibile come la sua storia politica. Ex studente della scuola Radio Elettra. Ex iscritto inquieto al Pci (lo raccontò lui) dopo aver preso la tessera in un banchetto di solidarietà con il Cile, nel 1973, dopo il golpe. Incredibili i racconti della prima moglie: «Credevo fosse medico: usciva con la sua valigetta da dottore e diceva che andava in ospedale». Scoprì tutto insieme che non andava in nessun ospedale, che non era medico, e – soprattutto – che nella valigetta non c’era nulla.

Ritornò nel centrodestra dopo un celebre incontro con Gianfranco Fini a Teano. Fini impeccabile: «Abbiamo avuto i nostri momenti difficili, ora ci siamo capiti». E lui, con un tono aulico: «Caro Gianfranco, pensavo che tu fossi un pirla, invece…». Punto. Giornalisti paralizzati. Fini scandalizzato. E lui si mette a recidere.

Bossi inventò la Padania (che non esisteva) inventò strani riti druidici alle sorgenti del fiume Po, provò con una manifestazione di migliaia di persone a costruire una secessione. Come poi, dopo di lui provarono – con meno fantasia – anche i catalani. Fu ad un passo dal traguardo, ma la spallata non riuscì.

Un giorno, in Transatlantico mi disse: «Io ho fatto di tutto, e bene, ma i partiti erano troppo forti: adesso sono messi così male che ci riuscirei ad occhi chiusi! Vuoi un chinotto? Offro io». Si inventò mille trovate: la nazionale padana, il governo del Nord, il “trota”, figlio e non erede (ricordate la laurea in Albania), i saggi di Lorenzago, i discorsi dalla casa di Ponte di Legno: e noi sempre a scrivere, come dietro al pifferaio magico. Diceva: «Senza la Lega non ci sarebbe stata Mani pulite». Forse era vero. Diceva: «D’Alema è comunista ma non è scemo». E quello ricambiava: «Bossi dopotutto è una costola della sinistra». Gli dicevi che Salvini era arrivato al 30%. E lui, scandalizzato: «Ma senza di me non sarebbe esistito Salvini!». Era impossibile seguirlo in tutto. Un giorno, nel 1996, ci trascinò alla buvette di Montecitorio e ci disse: «Tenetevi pronti: questo è l’anno del samurai, non ce n’è per nessuno». Difficile capire cosa sarebbe accaduto se non fosse stato atterrato da un brutto male. Lo dettero per morto, invece sopravvisse, senza mai abbandonare il Palazzo, dove girava sempre accompagnato dalla fida portavoce di una vita. Quasi poetica l’immagine del capo celodurista che fumava i suoi sigari sereno. Al di là del ben e del male.

La verità è che senza dubbio il bossismo ha cambiato la politica. Ma la politica ha cambiato il bossismo. La Lega, il partito più antico della politica italiana in Parlamento, è sopravvaluta a tutto, anche a dispetto del suo fondatore. Oggi Bossi ci lascia, forse è davvero l’anno del Samurai.

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