scenari internazionali

Crisi Iran. Perché Donald Trump (per ora) è rimasto solo

18 Marzo 2026

Il presidente Usa non riesce a costruire la coalizione per liberare lo stretto di Hormuz

Trump non riesce a costruire la coalizione per liberare lo stretto di Hormuz: tanto i leader europei che quelli di Teheran hanno interesse a vederlo fallire. E c’è il precedente degli Houthi. Tutte le parti più coinvolte, esclusi gli Stati Uniti, stanno combattendo una lotta che percepiscono come esistenziale.

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E questo, ovviamente, cambia le carte in tavola, perché quando un attore combatte una lotta esistenziale aumentano le possibilità che possa compiere azioni irrazionali e, al contempo, si compattano società che altrimenti sarebbero molto più frammentate.

A parte lo spagnolo Pedro Sanchez, nessuno dei principali leader europei ha condannato l’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran. Questo può aver dato al presidente americano Donald Trump l’impressione di poter contare su un contributo attivo dei Paesi alleati per condividere i costi e gli sforzi militari della guerra. Un’altra delle tante valutazioni sbagliate di Trump. La Francia di Emmanuel Macron ha già perso un soldato negli attacchi alla base di Erbil, in Iraq, e non ha alcuna intenzione di farsi coinvolgere.

In Gran Bretagna il premier Keir Starmer diffonde un messaggio che connette il rifiuto di impegnarsi a supporto degli Stati Uniti con il grande errore del Labour party di Tony Blair nel 2003, con l’appoggio all’invasione dell’Iraq: «Non ci faremo trascinare in una guerra più ampia». Il governo di Starmer è disposto a fare il necessario per affrontare i costi di breve periodo sul fronte dell’energia - con sconti fiscali e misure di emergenza - e indica già di voler negoziare un nuovo assetto con l’Iran dopo la fine delle ostilità.

La Germania di Friedrich Merz dice che «questa non è una guerra della Nato», quindi anche da Berlino nessun sostegno alla coalizione che Trump vorrebbe costruire per liberare lo stretto di Hormuz dalle ingerenze dell’Iran e sbloccare il flusso del petrolio.

La nettezza di Merz indica, in realtà, una possibile via per una cooperazione con Trump: questa non è una guerra della Nato. Per ora. Ma se lo diventasse, tutti i Paesi europei che oggi fanno resistenza faticherebbero a negare un supporto. Sarebbero loro, gli europei, a far venir meno il legame di solidarietà transatlantica su cui si fonda l’alleanza militare che spesso Trump è sembrato sul punto di affossare.

Che succederebbe se Trump chiedesse un coinvolgimento formale della Nato? Al Financial Times il presidente americano ha detto che ai partner dell’alleanza aspetta «un futuro molto brutto» se non lo sostengono adesso.

È un gioco rischioso per Trump: gli Stati Uniti non possono chiedere l’intervento di un’alleanza che nella narrazione trumpiana è classificata come parassitaria. Sarebbe come ammettere che non riescono a gestire da soli la guerra che hanno scatenato.

Dopo l’11 settembre 2001, la Nato ha usato per l’unica volta nella sua storia la clausola dell’articolo 5 per la difesa collettiva, e l’ha fatto a supporto degli Stati Uniti ma su iniziativa degli altri membri. Questa volta, però, non sembra esserci alcuno slancio del genere, anzi.

Perfino l’Italia di Giorgia Meloni (sempre comprensiva verso le richieste del presidente americano), non vuole essere coinvolta: la premier ha promesso di restare fuori dalla guerra e ha detto che in caso di richiesta di usare le basi militari Nato in Italia per azioni offensive, il governo rimetterà la decisione al Parlamento, così da coinvolgere anche l’opposizione.

Intanto l’Iran cerca, con un qualche successo, di costruire le proprie alleanze: tutti gli Stati della regione che permettono attacchi contro la Repubblica islamica saranno considerati nemici e bersagli, mentre tutta la comunità islamica dovrebbe compattarsi contro l’aggressore.

Fino a quando gli Emirati Arabi Uniti potranno tollerare missili e droni su Dubai, dove i voli internazionali sono di nuovo sospesi? Ogni giorno che passa diventa più chiaro che gli Stati Uniti non hanno un piano per gestire la leadership iraniana che pensavano sarebbe collassata dopo i primi attacchi, e invece resiste.

Oltre ai rapporti tesi tra Paesi europei e Stati Uniti, c’è un secondo elemento che spiega la difficoltà di costruire una coalizione per proteggere le navi che ora non riescono a passare da Hormuz. Ed è il fallimento di una simile operazione nell’altro stretto, quello di Bab-el-Mandeb, tra Yemen, Eritrea e Gibuti.

Nel 2024, con ancora Joe Biden alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno cercato di distruggere i ribelli Houthi in Yemen, finanziati proprio dall’Iran, che con i loro razzi e assalti rendevano sempre più rischioso il transito dallo stretto di Bab-el-Mandeb. La Francia e l’Italia si sono subito attivate a sostegno di Washington, l’Unione europea ha varato la missione Eunavfor Aspides con pattugliatori. Una missione difensiva, ma autorizzata all’uso della forza. Poi Trump è tornato alla Casa Bianca e, a maggio scorso, ha dichiarato chiusa la guerra con gli Houthi, costata almeno 7 miliardi di dollari di bombardamenti. Non è stata però una vittoria. Il traffico nello stretto non è mai tornato ai livelli del 2023. A fine 2025 era ancora dimezzato rispetto a due anni prima. E gli Houthi non sono stati sconfitti, ora restano calmi, forse pronti a dare il colpo finale per conto dell’Iran alle economie occidentali. Chissà.

Di sicuro la vicenda dello stretto di Bab-el-Mandeb suggerisce che è illusorio pensare che ci siano soluzioni a breve per lo stretto di Hormuz. I talebani in Afghanistan dicevano agli invasori americani “voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo”. E in vent’anni hanno vinto.

All’Iran basta resistere un mese o due con il petrolio sopra i 100 dollari per infliggere alle economie occidentali un danno incompatibile con la pace sociale. E le elezioni legislative negli Stati Uniti di novembre non sono poi così lontane. Sia agli europei che agli iraniani, in fondo, serve la stessa cosa: indebolire Donald Trump e impedirgli di fare altri danni.

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