L’EDITORIALE

DANY, CAMBIA PARTITI COME LA PELLE DI UN PITONE. MA PER FARE LA MINISTRA NON BASTA CREDERE IN DIOR

LA PITONESSA
26 Marzo 2026

L’editoriale del Direttore sulle dimissioni della ministra del turismo

Ora che Daniela Santanchè abbandona la sua carica di ministro, adesso che la Pitonessa ritorna lucertola, possiamo rendere l’onore delle armi alla ex ministra, raccontandola senza filtro, ma anche spiegare perché Giorgia Meloni ha fatto bene ad allontanarla dal governo.

È un fatto positivo, infatti, che la vittoria a sorpresa del No al referendum abbia prodotto un “restyling” di immagine intonato alla Questione morale. Daniela, “Dany”, Garnero Santanchè era (e rimarrà) una protagonista della politica nazionale. Sicuramente più libera senza lo scudo della sua livrea ministeriale, mentre è ancora sotto indagine. Esattamente da un quarto di secolo, infatti, questa ragazza di Cuneo è entrata nella prima fila della ribalta, eletta in Parlamento, nel 2001, con Alleanza Nazionale. Era come se l’Italia avesse scoperto il secondo tempo di un film di successo senza aver mai visto il primo: ovvero la dura gavetta della ragazza di provincia che da Cuneo sale i gradini di un lungo cammino fino a conquistarsi una postazione nella storia animando un vivace salotto milanese. Lo slogan di quella campagna fu immortalato in un celebre articolo di Aldo Cazzullo: «Entro nelle stalle lombarde, per la campagna elettorale, con i miei tacchi a spillo!”. Il mélange funzionò e – anche grazie all’aiuto del suo Pigmalione, Ignazio La Russa – la “Santadeché”, come la chiama Dagospia, fu trionfalmente eletta nelle campagne del collegio Lombardia Tre. Ma il primo salto lo aveva fatto prima: grazie al sodalizio con l’amico di una vita, Flavio Briatore, e grazie al matrimonio con l’ex marito, il chirurgo Paolo Santanché. Un bell’incastro l’incrocio di questi destini: lui la portò all’altare, lei gli strappò per sempre il cognome. Un po’ come una Ursula von Der Leyen sabauda. Dopo il divorzio, infatti, Dany andò a combattere in tribunale con il chirurgo, che voleva obbligarla a ritornare al suo cognome da ragazza. Lei mi spiegò la sua linea difensiva in una intervista: «Non capisco cosa voglia, oggi sono io che faccio pubblicità a lui. Santanchè è un brand, ma è il mio brand, quello con cui io sono diventata famosa. Lui è fortunato, beneficia di questa notorietà». Pensavo che fosse un bellissimo paradosso, invece vinse lei. Un genio.

Anche sul soprannome “Pitonessa” si sono sommate diverse leggende. Daniela raccontava a volte che era frutto di una parodia dell’ex marito: da un lato richiamava l’immagine della “pizia” o indovina, alludendo al suo ruolo di “oracolo” politico di Berlusconi nella prima ora, dall’altro indicava un carattere aggressivo e spietato. Ma altre volte lei stessa citava un’altra origine: «Merito dello mie scarpe in pelle di rettile». Dopo la causa con l’ex Carlo Verdelli mi chiede di intervistarla per Vanity Fair. E lei mi spiegò che la sua squadra era composta da due persone straordinariamente brillanti, lei e se stessa: «La Garnero dà la linea, la Santanchè tiene relazioni pubbliche».

A volte spiegava che lei da giovane era stata «il biglietto da visita per il lavoro di mio marito». Ma un’altra volta mi disse: «Non è vero nulla. Non mi ha mai toccata con il bisturi, quello che mi vedete addosso è tutto mio». Quando in piena pandemia, nel 2021, apparve una nuova Santanchè, senza neanche una ruga in viso, con un celebre maglioncino rosso, in un primo piano che fece gridare Dagospia al “miracolo della vasca smaltata”, ancora una volta lei negò: «Non ho mai fatto nessun trattamento». E mostrando una grande capacità di incassatrice scherzò sulla proliferazione delle battute: «Mi diverte quella in cui dicono che ho fatto un fotoshop con il Napalm». Davvero? Chiedevo io. E lei: «Ancora più bello è quel meme con ovuli e spermatozoi, e sotto la scritta: ecco l’ultimo selfie della Santanchè».

Se faccio questa digressione sulla fenomenologia plastica e i cognomi è solo per spiegare due cose: Daniela ha scolpito la sua carriera politica esattamente come ha fatto con il proprio corpo. Da un lato clonando la lezione da Re taumaturgo di Silvio Berlusconi. Dall’altro cambiando la pelle, come il rettile a cui aveva rubato il suo nome di battaglia. Ecco perché dopo la prima “muta” aennina, la Santanchè diventava front woman della Destra di Francesco Storace insultando il Cavaliere («Lui vuole le donne a novanta gradi!»), ma dopo il voto, mancato il quorum, nuova muta e si arruolava senza problemi proprio in Forza Italia, accolta a braccia aperte da Berlusconi. Camaleontica, ma senza gli appesantimenti novecenteschi, senza visitare la categoria drammatica del “tradimento”: la pitonessa cambiava i partiti come le dame si cambiano d’abito. E infatti dopo quattro anni ecco un’altra muta, e nel 2017 era già tornata più a destra, arruolata da Giorgia Meloni in Fratelli d’Italia. Ho sempre pensato che quello, per lei, fosse un matrimonio “di interesse”, ma onesto.

La pitonessa, donna così diversa, portava in dote alla Meloni tutto quello che Giorgia non aveva, nei primi tempi eroici dei Fratelli: il tono glamour, i tacchi a spillo, la mondanità, la visibilità. Oltre ovviamente al suo carattere e alla sua voglia di arrivare. Memorabile la parodia metamorfica con cui Paola Cortellesi riassunse il senso di una vita. Lei vestita di nero, con una chilometrica coda di cavallo, partendo dallo slogan ideato ai tempi della Destra, Io credo. E Paola-Daniela gridava: «Io credo in Céline, credo in Louis Vuitton, credo in Yves Saint Laurent. Io credo in… Dior!!!». Cult. Ma sul campo questa Daniela era un caterpillar. Un giorno fui mandato dal mio direttore a raccontare l’apertura di stagione del Billionaire: il locale che la Pitonessa aveva aperto in Costa Smeralda insieme al fedelissimo Flavio Briatore. Mi ritrovai la sera, a tavola, tra Marco De Benedetti, Paola Ferrari, conduttrice della Domenica Sportiva e Naomi Campbell. A Roma deputata, in Sardegna regina del Billionaire, a Forte dei Marmi con uno storico cappello da cowboy bianco immortalata in costume da bagno. Ma poco dopo divenne autrice anti-Islam, in stile Oriana Fallaci (e finisce anche sotto scorta). Le case sempre più lussuose, la vita sociale, l’attività di imprenditrice diventa una concessionaria pubblicitaria, Visibilia, il fidanzato il direttore di Libero, Alessandro Sallusti.

E poi il principale cliente di Visibilia diventa Libero, e quando Sallusti passa alla guida del Giornale, Visibilia si prende anche il Giornale. E quando il sodalizio finisce lo perde. Nessun confine tra pubblico e privato. Ma anche Sallusti, sottoposto alla “cura Dani” era rifiorito, passando in tv dai completi Oviesse ai maglioncino girocollo nero stile esistenzialista, collegato da Forte dei Marmi con inquadrati alle spalle strani animaletti.

Mentre la Pitonessa ringiovaniva nelle immagini, era come se ad ognuna di queste vite facesse invecchiare la Santanchè nel casellario giudiziario: della stagione fallaciana la denuncia per aver strappato il velo a delle donne islamiche (condanna per manifestazione illecita a quattro giorni e 1.100 euro di ammenda).

Della vita da pubblicitaria un pignoramento immobiliare («Era per un immobile ereditato con una ipoteca», spiegò). Della stagione da editrice l’indagine per truffa all’Inps denunciata dalle ex dipendenti spinte a lavorare in cassa integrazione.

Nel frattempo, a sorpresa, la Santanchè aveva lasciato Sallusti e si era messa con un nuovo compagno che tutti immaginavano nobile: il principe Dimitri Kunz d’Asburgo, marito di una cara amica. Il fatto strano non fu che Sallusti si fosse fidanzato con l’ex amica. Ma scoprire che, grazie ad una operazione (possibile) all’anagrafe di San Marino, quello di “principe” non era un titolo. Ma parte di questo meraviglioso nome di battesimo: “Principe Dimitri Kunz d’Asburgo Lorena Piast Bielitz Bielice Belluno Spalia Rasponi Spinelli Romano, Miesko Leopoldo”. La casata d’Asburgo diffuse un comunicato per precisare che non c’era nessuna parentela. Incredibile.

Siamo agli ultimi capitoli del romanzo: la Pitonessa diventa ministro. Ma finisce in una doppia inchiesta in cui viene rinviata a giudizio. A inizio luglio 2024 la Procura di Milano chiede il processo per la Santanchè e altre 16 persone. I reati? «La falsificazione dei bilanci di esercizio dal 2016 al 2022 per Visibilia Editore, dal 2016 al 2020 per Visibilia S.R.L. e dal 2021 al 2022 per Visibilia Editrice». E poi un’altra vicenda choc: il 12 gennaio 2023, Dimitri Kunz, compagno di Daniela Santanchè, e Laura De Cicco, moglie di Ignazio La Russa, acquistano una villa a Forte dei Marmi per 450.000 euro, rivendendola dopo soli 58 minuti a 1,45 milioni di euro. L’operazione ha generato una plusvalenza di un milione di euro. Solo un buon affare? La Procura di Milano apre un’indagine per presunto riciclaggio, che si chiude con una richiesta di archiviazione. La villa era del sociologo Francesco Alberoni, già responsabile cultura di Fratelli d’Italia. Tanti affari, tante indagini, quelle di Milano ancora in corso.

A chi si riferisce la Santanchè quando dice «sono abituata a pagare i miei conti, e spesso quelli degli altri?». Lettera di dimissioni avvincente e nuovo mistero. La Santanchè è convinta, come molti politici, di essere vittima di una persecuzione giudiziaria. E invece, più semplicemente, neanche lei capisce la differenza tra testo e contesto: quello che va bene per una Pitonessa è insostenibile per un ministro che rappresenta lo Stato. Si può avere il più straordinario talento metamorfico, perfetto per una carriera da artista. Ma per rispettare il giuramento di fedeltà alla Costituzione – con dignità e onore – non basta credere in Dior.

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