Il ministro, l’amante, la moglie: i leader e quelle crisi coniugali

Il caso Conte (nel senso di Claudia) non può essere considerato una vicenda di gossip per due motivi. L’editoriale del direttore
PESCARA. Il fatto che più mi colpisce, in questa deprimente vicenda della relazione rivelata tra Claudia Conte e il ministro dell’interno Piantedosi, e che pochi abbiano dedicato un pensiero alla signora Paola Berardino, moglie del ministro, ma - soprattutto - prefetto di Grosseto. Quelli che parlano di un “fatto privato” dovrebbero, prima di tutto, preoccuparsi di questa donna, che da ieri ha cento occhi addosso, e che è stata pubblicamente esposta agli sguardi e al sarcasmo di chiunque. Il caso Conte (nel senso di Claudia) non può essere considerato una vicenda di gossip per due motivi, altrettanto gravi.
Il primo è che nel mezzo di un triangolo diventato pubblico sui media c’è questa moglie, con un ruolo pubblico importante (che renderà più faticoso il suo percorso di sofferenza e di pudore). E il secondo motivo, forse decisivo: non si tratta di un caso di gossip, ma di “auto-gossip”. Non è stato infatti qualche pettegolo, qualche giornalista rosa, o qualche terza persona, a rendere nota la relazione tra il ministro e la giornalista, ma la stessa protagonista, per di più con un artificio davvero imbarazzante, con il senno del poi.
È stata lei stessa (come ha spiegato il suo intervistatore Marco Gaetani) a rivelare il retroscena della domanda a richiesta da parte dell’intervistata: “Domandami se, come si dice, ho davvero una relazione con il ministro a Piantedosi”. Ed esattamente questo le ha chiesto Gaetani, che nella vita è anche dirigente dei giovani di Fratelli d’Italia, suscitando nell’interessata una risposta da perfetta attrice: “Se ho una relazione con il nostro Piantedosi? È una cosa che non posso negare. Però sono molto riservata nella mia vita privata”. Meno male, riservatissima.
L’operazione era studiata bene: una brava giornalista sa che anche da quel podcast apparentemente marginale, Money talks, una notizia di questo tipo sarebbe deflagrata come una bomba su qualsiasi testata nazionale. Ma sapeva anche che l’identità politica dell’intervistatore l’avrebbe protetta dal sospetto di un complotto ordito da qualche perfido giornalista di opposizione. Così è stato. Nessuno poteva dubitare che questo auto-gossip diventasse immediatamente un titolo da prima pagina, quello che gli inglesi chiamano “Outing”. Ovvero un disvelamento non voluto, di una relazione segreta, per il protagonista principale (ovvero il ministro), che da qual momento in poi diventava, come è accaduto, il bersaglio mediatico più grosso.
I retroscena ieri ci hanno spiegato che nei giorni scorsi, dopo la pubblicazione di alcune indiscrezioni su Dagospia, la Meloni aveva convocato Piantedosi e che lui aveva confermato alla presidente del Consiglio la veridicità della storia, spiegandogli che era un fatto privato, e che avrebbe risolto lui. Quindi, si presume, anticipando il chiarimento, informando la famiglia, sollevando il governo dal potere distruttiva di una notizia incontrollabile, qualora fosse deflagrata nel modo in cui poi è accaduto. Non è stato così. Non sappiamo cosa sia andando storto, e francamente non ci interessa.
Nel momento stesso in cui quella intervista “concordata” è diventata virale, il ministro Piantedosi è diventato un bersaglio, e forse la vittima di un desiderio vendicativo. E anche sua moglie è diventata la vittima collaterale. Purtroppo, quando i fatti privati diventano notizia, hanno un impatto più pericoloso se colpiscono qualcuno che ha ruoli pubblici. Una rockstar non subisce alcun danno dalla notizia di una relazione coltivata in segreto. Persino un giornalista può essere colpito, ma non deve rendere conto a nessuno. Non può essere così per un ministro che rappresenta lo Stato. E c’è di più. Un politico, e per di più un politico conservatore, che fa di quei valori un elemento della sua narrazione politica è più vulnerabile: il suo ruolo pubblico è in contrasto con tutto quello che abbiamo detto.
E c’è un curioso destino che perseguita i leader del centrodestra nel loro rapporto con la famiglia: erano separati (traumaticamente) Silvio Berlusconi e Pierferdinando Casini ed era separato (ancora più traumaticamente come sappiamo) Gianfranco Fini, Che fu addirittura accusato di aver cambiato linea perché aveva cambiato compagna. Con la nuova generazione di leader, come se fosse una maledizione le cose non sono cambiate: il cammino del governo é iniziato con l’auto-gossip di Francesco Lollobrigida alla bouvette di Montecitorio, quando il ministro andò a dire davanti ai giornalisti: “Voglio vedere chi avrà il coraggio di scrivere della storia che mi si attribuisce!” (e nessun giornale fino ad allora ne aveva parlato).
È proseguito con l’attacco di Mediaset ad Andrea Giambruno, compagno della Meloni (“Non sono ricattabile!”, disse lei) concluso con una separazione publica e drammatica per proteggere il governo dai pettegolezzi letali. Ma poi questa vicenda ha trovato un altro acuto grottesco con il caso del ministro Sangiuliano, che andò a rivelare una sua relazione in una intervista a Gianmarco Chiocci, direttore del Tg1 (la vicenda, “zoccolata” sul cranio compresa, si è chiusa con una reciproca denuncia per stalking). Adesso arriva un ennesimo caso, altrettanto drammatico. Il fatto incredibile, anche in questo scandalo, è che a rivelare tutto, come abbiamo visto, è stato uno dei protagonisti. Ancora una volta leader di mezza età e una ragazza giovane ed esuberante, che si infila nel suo entourage.
Non c’è nulla di male, e sarebbero affari loro, almeno finché non veniamo coinvolti nelle vicende personali degli altri contro la nostra volontà. Non posso non notare questo paradosso: non tanto l’incongruenza tra il predicare bene e razzolare male (che pure è un guaio), quanto il mettere al centro della narrazione politica un assoluto che poi non si riesce a mantenere, finché non diventa una promessa tradita. Non è un crimine, ma un problema: come se non si riuscisse ad essere all’altezza, né dei valori e nemmeno del popolo che in nome di quei valori si raduna. Gli elettori del centrodestra sono coerenti con l’idea della famiglia per una vita, e molto più simile alle monogamie conclamate dei Bersani, dei Prodi, dei Bertinotti.
Non è solo un fatto curioso, è una distanza che si deve accorciare, in un mondo o nell’altro: o abbandonando la predicazione ostentata della narrazione Dio-patria-famiglia (che altri più prudentemente non fanno), oppure comportandosi di conseguenza. Ed è un problema che parte da lontano, se è vero che donna Assunta Almirante raccontava ridendo di aver dato questa risposta al marito abbacchiato - nel 1974 - per la sconfitta nel referendum sul divorzio: “Lui venne da me e mi disse abbacchiato: ‘Abbiamo perso’. E io, che come è noto ero separata, gli risposi: ‘E meno male che abbiamo perso, Giorgio!”. I leader della destra italiana, quindi, hanno questo piccolo-grande problema di incoerenza: da mezzo secolo difendono con ogni mezzo l’indissolubilità del matrimonio. Quello degli altri, però.
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