Intervista a Carlo Romeo: «Marco comunicava in tv come nessun politico della Prima Repubblica»

Parla il compagno di mille battaglie, ex giornalista di Radio Radicale e di TeleRoma56: «Infrangeva le regole, studiava, improvvisava, si truccava persino da clown»
PESCARA. Carlo Romeo, giornalista. Romano, radicale, testimone di mille avventure pannelliane. Dice: "Bisognerebbe scrivere un manuale sulla sua comunicazione”. Ascoltando le sue storie Non si può che dargli ragione.
Carlo, sei stato il padre della tivù dei radicali, conosci mille segreti del Pannella comunicatore.
«Vero. Nessuno come lui, nella prima Repubblica, capì la potenza della televisione».
Puoi raccontare qualche retroscena?
«Senti questo. Ci arrivano in sede le foto, terribili, di un brigatista torturato in carcere».
Scabrose?
«Nessun quotidiano le aveva pubblicate. C’era persino una immagine di elettrodi sui genitali».
Orrore.
«Nelle foto c’era il terrorista Cesare Di Lenardo: ma se nessuno le pubblicava, nessuno ne doveva rispondere».
E cosa decidete?
«Marco ci dice: “Montatele in un video: le mandiamo nella nostra tribuna autogestita Rai”».
Era come lanciare una bomba atomica su viale Mazzini. E tu che fai?
«Monto tutti i fotogrammi. Portiamo il video alla Rai. Marco aveva un impegno alla Camera: “Se riesco vi raggiungo”».
E poi?
«Alle Tribune guardano il video in anteprima e si mettono a urlare: “Ma siete impazziti?”».
E poi?
«Provo a tenere il punto. Allora scende Albino Longhi direttore democristiano del Tg1: “Non si discute”. Guardo nel riflesso del vetro: sta entrando Marco, come un carro armato».
Litigano.
«Longhi grida: “Marco non la possiamo mandare!”. E lui, citando il regolamento delle tribune a memoria: “Nooo! Noooo!! Solo se tecnicamente non è valido!”. Longhi: “Riprendetevi la cassetta! Ho deciso!”».
E Pannella?
«“Albino, te lo giuro!!! Io esco da qui, porto questa storia in Parlamento e vi sputtano!!!! Cadranno delle teste!”».
Come finì?
«Andò in onda senza tagli. Sì. Il giorno dopo piovvero interrogazioni parlamentari, denunce, articoli di giornale. Un poliziotto, Salvatore Genova, ammise di aver praticato quei trattamenti».
Quando inizia il vostro rapporto?
«Ho conosciuto Marco Pannella nel 1975. Io avevo appena finito di fare il servizio militare e Radio Radicale mi chiese di fare una rubrica sui soldati di leva. Era impossibile non incrociarlo, mi presentai, ma nei primi tempi non ebbi occasioni di confronto».
Nel 1979, invece?
«Loredana Lipperini, Claudia Di Giorgio, Gianni Sandrucci e io veniamo assunti come giornalisti a Radio Radicale. Poco dopo arriverà come direttore Lino Jannuzzi. Del vecchio gruppo resto solo io, e si aggiungono Marco Taradash Paolo Liguori, Massimo Bordin e Genny Roccella. Cresce il rapporto con Marco. Ma mi stupisco quando nel 1980 mi manda a fondare Teleroma56, il primo canale radicale».
Ne diventi direttore. Com’era il canale?
«Non era. Ti basti sapere che aveva il suo primo studio nel garage di Bruno Zevi, nel giardino di casa sua».
Non è strano persino per i radicali?
«Certo: ma in origine Bruno e il professor Arceri, erano partiti dall’idea di costituire una università televisiva. Il casotto nel giardino di via Nomentana andava benissimo. Ma Marco aveva in mente di fare una tv, per usarla come strumento politico».
E così nascono le sue dirette senza filtro.
«Certo tutto diventa politico. E così ci ritroviamo sempre la polizia negli studi».
Ma perché?
«Ad esempio perché un giorno – nel 1981 – con Marco decidemmo di trasmettere Ultimo Tango a Parigi di Bertolucci».
Che all’epoca era ancora sequestrato e censurato.
«Esatto. Avevamo annunciato al Messaggero che avremmo mandato in onda una intervista esclusiva a Marlon Brando e Maria Schneider».
Perché?
«Chi doveva capire capiva. E capirono in molti. Anche in questura, però».
Ma senza diritti? Senza nessun permesso?
«Figurati. Pirateria pura, l’unico modo».
E poi?
«In studio c’era Francesco Rutelli , segretario di Partito e parlamentare, che per fortuna godeva dell’immunità».
Per fortuna?
«Certo. Fecero irruzione i poliziotti, presero le generalità di Rutelli, e lo denunciarono».
E poi?
«Sequestrarono il VHS su cui avevamo il film. Per giorni qualcuno telefonava chiedendo: “E il secondo tempo?”».
Ah ah ah. Perché e quando il rapporto tra voi si stringe?
«Nel tempo. Marco da quel momento mi porta dietro in tutte le sue ospitate tv nei canali nazionali».
E tu?
«Imparo molto da lui, quasi tutto».
Guardandolo e parlandoci?
«Certo. Aveva talento televisivo, fiuto, istinto, teatralità: un genio assoluto. Ce l’aveva dentro».
Ad esempio?
«Nel 1980 si trucca da pagliaccio e si mette a fare il buttadentro del tesseramento: “Venghino siori! Venghino!”».
Aveva energia.
«Anche troppa. Una volta, da noi, mentre era in diretta scoppiò una lampada al quarzo in studio. Per fortuna non si fece male nessuno».
Da Costanzo esibiva la sua verve di polemista.
«Conoscevamo bene Valentino Tocco il cameraman del programma. Veniva dal mondo radicale».
E nella vostra tv?
«Qui immaginati la goliardia. Lui preparava minuziosamente le inquadrature. E Marco dava uno strattone al cavo per rovinarle».
Altre visite dei carabinieri?
«In diretta il sabato prima del voto, perché dicevano che noi violavamo la tregua elettorale per fare propaganda».
Ed era vero.
«Certo. Ma Marco diceva: “stiamo solo dando informazioni sulla logistica dei seggi”».
E i carabinieri?
«Protestavano, ma Marco insisteva: “È un programma di informazione”».
Mica la bevevano.
«No. Ma non potevano irrompere in diretta. Allora Marco gli diceva “Potete intervenire appena c’è la pubblicità”. E a noi scriveva: “Togliete tutti i blocchi con gli spot”. Cosi guadagnava tempo. Dopo un’ora, quando eravamo costretti a interrompere quelli erano furibondi».
Avete stabilito dei record?
«Un filo diretto durò quattro giorni di seguito. Si fermava solo per bere e andare in bagno durante la pubblicità».
Chi eravate?
«Un giovanissimo Fabio Caressa, che allora faceva il cameraman. Era l’allievo di Sandro Piccinini che da noi conduceva».
Telefamiglie sportive.
«È per questo che Marco andava persino ospite a Galagoal e nessuno capiva perché. Il conduttore, Michele Plastino amico di Piccinini e Caressa».
Dimmi una cosa che sanno in pochi.
«Che Marco nel 1962 era stato contattato da Michelangelo Antonioni».
Per cosa?
«Lo voleva come attore ne L’Eclisse».
Incredibile. E perché non accadde?
«Era tutto pronto, ma lui dovette partire per la Francia, per il Giorno».
E lo raccontava con rimpianto?
«No, forse mascherava. Ma con una battuta bellissima: “Michelangelo si è dovuto accontentare di Alain Delon”».
Impareggiabile.
«Invece te ne dico un’altra ancora più divertente».
Spara.
«Marco è in sciopero della sete, siamo in diretta a Teleroma 56».
E che succede?
«Chiamano in redazione. Sono quelli della Ferrarelle».
Non ci credo.
«Questo dirigente ci dice: “Sappiamo che prima o poi dovrà bere. Se lo farà con una nostra bottiglia siamo disposti a pagare 30 milioni”».
E lui?
«Glielo dico durante lo spot e mi dà un’occhiataccia: “No, non se ne parla”».
E tu?
«Pensavo fosse scandalizzato dall’idea e obietto: “Ma sono soldi per il partito!”».
Giusto.
«Marco mi fa una faccia delle sue: “Meno di cento milioni non se ne fa nulla”».
E la Ferrarelle?
«Dicono che non posso andare oltre i 70 milioni. Marco si indispettisce e rifiuta».
E poi?
«Era allo stremo. Finisce la diretta, è notte fonda, andiamo a caccia di un bar. Tutti chiusi».
Lo trovate alla fine?
«Sì ma la cosa divertente, è che al bar della Balduina avevano un solo tipo di acqua. La Ferrarelle!».
Studiava le sue trovate?
«Sì. Un giorno lo trovo, in un ufficio, che tira delle bottiglie contro il muro, rompendole».
Era impazzito?
«Spiega: “Senti che effetto? La lancerò alla Rai, mentre parlo, e darà un tono drammatico”».
Non ricordo questa scena.
«Perché lo fece, colpì un pannello fonoassorbente».
E che accadde?
«Si senti a malapena un “pop”: la bottiglia scivolò per terra e non si ruppe. Non lo fece mai più».
Dimmi un difetto, se hai coraggio.
«Certo. Non aveva il senso dell’umorismo, se si parlava di lui».
Per esempio?
«Siamo in macchina, tornando da Pescara, nella notte di vigilia elettorale: io, Sergio Rovasio, Marco e un giornalista greco. Pannella diceva a Sergio: accelera! Accelera! E io: ma se non hai la patente, perché parli?».
E lui?
«Non mi serve. Io guido chi guida».
Ah ah ah. Bellissima.
«Ad un certo punto la strada si stringe, Sergio ha la freddezza di frenare. Finiamo a dieci centimetri da uno strapiombo».
Terrorizzati?
«Di più. Imbarazzati. Il greco, che non aveva capito nulla, era pallido e muto».
E tu?
«Per rompere quel silenzio dico: peccato, se Sergio non si fermava, era la volta che facevano quaranta deputati».
Il martire da campagna elettorale.
«Marco si gira e mi fa: “Ma che vuol dire?”».
Viaggi imprevedibili.
«Marco decideva solo all’ultimo momento. Un giorno esco dicendo a mia moglie “Andiamo a Napoli per fare un comizio”».
Avete fatto notte?
«Sono tornato, solo dieci giorni dopo, da Bari».
Pericoli?
«Una volta, mentre raccoglievano le firme per il referendum contro la caccia, convocano una manifestazione con 100mila cacciatori al palazzetto dello Sport di Roma».
E voi che c’entrate?
«Invitano tutti i leader Marco compreso. Noi ci stiamo ridendo su, lui dice: “Andiamoci”».
Divertente?
«Lo accompagniamo in tre: io, Spadaccia e Ivan Novelli, attuale presidente di Greenpaeace. Con la Renault di mia moglie».
Entrate nel palazzetto.
«Appena ci avvistano, nel parterre, pioggia di fischi e iniziano a tirarci di tutto. Lui sembra che si diverta, lo trasciniamo via, in macchina».
Salvi?
«Macché! Ci circondano, picchiano su vetri e carrozzeria, provano a rovesciare l’R5».
Come ne uscite?
«Arriva una pattuglia di carabinieri, si levano le bandoliere bianche. Le usano per picchiare, tipo fruste».
Una scena da film.
«“Macchina quasi distrutta”, scrive il giovane cronista David Sassoli su Il Giorno».
Tua moglie?
«Ululava: “Voi siete matti!!!”».
Quanto avete speso?
«Nulla. Perché Carlo Fermariello, presidente comunista della federazione, ma soprattutto un galantuomo chiama in sede e dice: “Mandateci il conto del carrozziere, paghiamo tutto noi”».
Incredibile. E Marco, il giorno dopo?
«Felice come se fossimo amati in vacanza, ripeteva uno dei suoi motti preferiti: “Il rigore dà vigore”. Un giorno atterriamo a Catania, e lui, durante il comizio attacca per mezz’ora il direttore della Sicilia definendolo “Ladro di verità, sequestratore di democrazia, sentinella del regime”, perché la nostra manifestazione non era annunciata».
Dopodiché?
«Avevamo una cena in un ristorante, anizzata da Bruno Zevi, con diversi intellettuali, professionisti, alcune autorità, che ci aspettavano».
E poi?
«Si alza un signore che sorride a Marco, gli corre incontro, gli stringe la mano, lo chiama “maestro” e lo abbraccia, con molti salamelecchi».
Vecchio amico?
«No. Infatti Marco si gira verso di me e mi sussurra: “Ma questo chi cazzo è”?».
E chi era?
(Risata) «Il direttore de La Sicilia, per l’appunto».
Una cosa che ti stupiva?
«Il carattere. Potevo dirgli di tutto, litigarci. Lui mi diceva uno dei suoi “Non capisci un cazzo”. E ricominciavamo da capo».
Un ricordo bello?
«Era candidato alle politiche, da capolista, in Abruzzo. Mi ha fatto conoscere paesi e luoghi sconosciuti ai più e bellissimi».
Dimmene uno.
«Ad esempio Castelli. Si sposa il suo collaboratore Gianfranco Dell’Alba. E lui, felice come un bambino, annuncia: “Andiamo a prendergli un servizio di porcellane”».
E hai un bel ricordo?
«Sì. Luoghi fiabeschi, natura incontaminata. Ma anche Marco che soppesa tazzine e piatti, discetta sulle incisioni, parlando in abruzzese».
In dialetto?
«Certo. Sembrava che tornare a fare conversazione nella lingua madre della sua infanzia lo facesse tornare bambino».
E anche tu hai imparato qualche vocabolo?
«Macché. Un giorno entro in un bar, e leggo un cartello: “Vendesi Virtù”. Faccio a Marco: “Ma cos’è, un bordello?”. Lui mi fulmina come se avessi bestemmiato. Stai scherzando? È il piatto tipico della cucina teramana, a base di legumi e verdure, si fa il primo maggio. Subito dopo si era messo a ridere: “Devi studiare”».
Momenti difficili?
«A Muro Lucano, in Basilicata. Era morto un ragazzo per le percosse. Lui centra tutto il suo comizio sulla legalità – durissimo – sul tormentone: “Andate a chiedere al capomafia!”»
Con il rischio che glielo riferissero e lo venisse a sapere?
«Nessun rischio, certezza. Era in piazza a sentirlo, in prima fila. Appena Marco scende per salutare la gente arriva il tizio e gli tira un pugno puntando alla mandibola».
Colpito?
«No, perché Marco era alto e schiva il colpo».
Sospiro di sollevo vostro, immagino.
«Per nulla. Perché muovendosi Marco inciampa sul bordo dell’aiuola in cemento, cade all’indietro per terra, e tutti, non capendo, pensano che sia stato colpito e sia finito al tappeto».
Il capomafia?
«Viene bloccato, ma siamo preoccupatissimi. Arriva lo polizia. C’è grande tensione».
Anche Pannella?
«No, lui si rialza, si spolvera il vestito con nonchalance. E si mette a ridere di gusto».
Non avevate mai raccontato questi episodi.
«Dopo la morte sono usciti tanti libri su Marco. Quasi tutti scritti da ex dirigenti radicali. Talvolta severi o critici, ma il punto non è questo: è che in quelle pagine Pannella secondo me non c’è».
Come mai?
«Perché sono tutti fondati su tesi politiche. O sui retroscena. Talvolta lo mostrano come un invasato. Lui era molto diverso, come ho cercato di raccontartelo io».
L’ultima biografia, quello dal politologo Piero Ignazi, è un lavoro serio.
«Però nessun professore potrà mai raccontare un fenomeno complesso come quello di Pannella».
Dici?
«Nei saggi scritti dai professori non c’è mai Marco. Ci sono i suoi discorsi, le sue parole, ma non c’è l’uomo».
Proviamo a dire cosa manca.
«Una sua umanità incandescente: molto forte, spesso umorale e imprevedibile».
E poi?
«Il senso dello spettacolo che ho provato a raccontarti, non era una posa, era un tratto di identità».
Il primo biografo è Massimo Teodori, uno che di Pannella era amico.
«Vedi, qui c’è il problema dell’ex dirigente: Massimo ha sempre avuto un rapporto di invidia. Ha fatto tre libri su Pannella e la biografia delle Treccani. Lo riduce a macchietta».
Era spietato, come leader, sì o no?
«Vedi, Marco ha contato moltissimo per gente come me».
Che intendi?
«Io ero fuori dal gruppo dirigente, dalla politica. Lui non mi doveva niente io non gli dovevo niente».
Spiegalo meglio.
«Una volta alle politiche lui corre in Abruzzo, Elio Vito a Napoli, Emma a Roma».
E che succede?
«Emma deve optare: se sceglie Napoli passo io. Se sceglie Roma passa Elio».
E tu?
«Mi era appena nato un figlio, speravo di non diventare deputato».
Incredibile.
«Ma Marco, amante delle procedure, dice: nominiamo un comitato. E poi: “Votiamo per decidere cosa deve fare Emma”».
E tu?
«Io gli faccio: “Ma se io non accetto che cazzo votiamo, scusa?”».
Non ci credo. Tutti avrebbero voluto essere uno dei cinque eletti radicali.
«Significava lavorare da mezzanotte a mezzanotte. Io volevo avere tempo per la mia famiglia».
Come finisce?
«Che si vota, come voleva Marco, ovviamente, e che passa Elio Vito. Riaccompagno Marco e lui mi dice, scrutandomi con un sorriso: “Tu non hai votato. Hai visto che Elio si è votato da solo?”».
Ti metteva alla prova.
«E io gli rispondo: “Allora è un voto di scambio: perché mi ha promesso che se passava lui mi pagava una pizza”».
Ma non vivevi per il partito anche tu?
«Sì, ma sulle mie cose. Avevo proposto a Paolo Gentiloni, braccio destro di Rutelli sindaco, di fare la Televisione del Giubileo, con lo studio nel fungo dell’Eur. Io godevo per progetti così».
E ti arrivano offerte “da fuori”.
«Per dirti come lui capiva le cose umane. Sandro Curzi mi dice: “Vieni al Tg3”. Ero tentatissimo. Quando mi decido salgo da lui a casa: “Ho ricevuto questa proposta”».
E Pannella?
«“Sono contento. Perché ho capito che se me lo vieni a dire hai già deciso di rifiutare”. Era vero».
Però poi nel 1995, quasi dieci anni dopo, la Rai ti assume davvero. E torni da lui.
«Mi dice: “asino contentissimo” stavolta devi andare!. Devi sistemarti con uno stipendio vero e con i contributi”».
Perché da giornalista radicale eri pagato poco.
«Ovvio, ma la cosa divertente è che mi chiamo dalla Radio e mi dicono: “Marco ha fatto un comunicato a tuo favore”».
Lo vai a vedere?
«Certo. Era un lungo elenco di insulti contro la Moratti e il Cda Rai: “Partitocrati, servi di regime. Dovreste assumere solo giornalisti come Romeo. E invece siete un ricettacolo di raccomandati”».
Ho capito, voleva sabotare la cosa per tenerti in casa: come Walter Matthau in Prima Pagina di Billie Wilder, per non perdere Jack Lemmon lo denuncia.
«Non lo so. L’ho chiamato e gli ho detto: “Grazie, grazie”. E lui rideva. Hai capito questa complessità del leader? Lui era così con tutti».
Ma più spietato o più affettuoso?
«Ecco, adesso ti do la mia risposta. Il 25 agosto del 1991 siamo allo Sporting di Teramo».
Aspettavi un figlio.
«Ed era una gravidanza difficile. Marco lo sapeva. Ad un certo punto devo correre a Roma. Busso alla camera di Marco e corriamo verso Roma».
E poi?
«Lo accompagno a casa, vado in ospedale e il bambino nasce».
Bene.
«Il giorno dopo esco. Quando torno a casa mia moglie mi racconta che l’ha chiamata Marco, che lei non conosceva, e che hanno parlato per più di un’ora. Sessanta minuti di puro amore».
Quindi cosa scriviamo nella biografia che non uscirà mai?
«Che Marco era feroce ed esigente, con tutti e con sé stesso. Ma che con quelli che considerava amici era di una generosità spiazzante, sconfinata».
Era padre-padrone dei radicali?
«C’è un punto di di svolta nella storia dei radicali. La campagna contro la fame nel mondo».
Come mai?
«Tutto il vecchio gruppo dirigente era contro quella scelta».
Perché?
«Dicevano che Pannella stava portando i Radicali fuori dalla politica».
Invece?
«Li stava portando fuori dal Palazzo e lontano dalle poltrone».
Il suo antico amico Lino Jannuzzi rema contro.
«Al congresso dell’hotel parco dei Daini, nel 1985, lui lo caccia letteralmente via. Ecco la spietatezza».
La Rosa nel pugno viene listata a lutto.
«Fu veramente feroce: “Se non ti trovi bene, non sei obbligato a restare”. Io ci ripenso da anni: ora che il Mediterraneo è diventato un cimitero, quanto è attuale il suo discorso».
E la rottura con Iannuzzi?
«Glielo chiesi a Catania. Ma con Lino? “I fratelli non si scelgono”. Ecco l’umanità».
Un altro episodio.
«Ad Abidjan, in aeroporto, tornavamo dal Burkina Faso».
Che succede?
«Si addormenta su una poltrona. Una comitiva di italiani passa. Uno di loro è il tipo che deve fare sempre lo spiritoso».
E che fa?
«”Eccolo lì Pannella, l’amico di Cicciolina, guarda come ha mangiato!”».
E voi?
«Quasi ci facciamo a botte. Marco si sveglia, prende la giacca, lento. Gli va davanti e gli dice: “Caro signore lei è un emerito stronzo!”».
Cicciolina! Voluta da Pannella nel 1997 ed eletta.
«Teodori e Giovanni Negri erano contrarissimi. Marco era convinto che lei non sarebbe mai stata eletta».
E perché insiste, allora?
«Diceva ai critici: “Ma scusate perché non possiamo metterla? Perché è una pornostar?”. Di nuovo la questione di principio, a cui sacrificare tutto».
Era l’ultima in lista, fece il pieno dei voti.
Quel voto anticipa la fine della Prima Repubblica. Così come Radioparolaccia anticipa i social».
Bordin, direttore della Radio era contrario.
«Diceva: e le querele? E il discredito della radio? Ci furono polemiche furibonde. E pensa che i messaggi erano limitati a quaranta secondi».
Marco Risi mise quelle voci nel suo film, Il Branco.
«Di nuovo il fiuto di Marco. Tutto quel turpiloquio rivela un mondo, anticipa la Zanzara».
Come le pensava?
«Quando parlava con la gente, sapeva ascoltare, capire. Molte delle sue idee gli venivano da quelle chiacchierate».
Giovanni a Negri Ha scritto: oratore straordinario, ma non altrettanto quando scriveva.
«Craxi raccontò a Marco che una volta, per sentire la fine di un suo comizio mandò Martelli e un signore della reception a muovere l’antenna sul tetto del Raphael».
Chiudiamo in bellezza.
«Una volta dovevamo tornare di corsa da Foggia. Finito il filo diretto, lui scopre di avere una tribuna Rai alle dieci del mattino. Ma eravamo morti».
E che fate?
«Mi dice: “Te la senti di guidare?”».
Cinque ore di auto!
«Sotto la pioggia, risalendo dall’Abruzzo. Arrivammo alle otto del mattino».
Anche lui era stanco.
«Distrutto. Ma ha parlato ininterrottamente per tenermi sveglio. Di politica, di amore, di cose private e pubbliche….».
Una scena poetica.
«Darei qualsiasi cosa per aver registrato una cassetta di quel monologo. Un monumento di parole alla nostra amicizia».
©RIPRODUZIONE RISERVATA


