Intervista a Sergio Rovasio. «Pannella soffrì la rottura, con lei incontrai Pertini»

12 Settembre 2026

Parla lo storico collaboratore del leader radicale e amico di Bonino:

«Per Andreotti era la “monella di Montecitorio”. I nostri diritti sono la sua eredità»

PESCARA

«Emma è stata la prima vera femminista “istituzionale”. Andreotti la chiamava “la monella di Montecitorio”, ma era tenace. Una volta mi mandò dal presidente Pertini vestito con jeans e giubbotto bombato. Lui sorrise e mi invitò nel suo ufficio. Fu la mezz’ora più assurda della mia vita e fu merito suo».

Sergio Rovasio ha diviso oltre trent’anni di vita con Marco Pannella e nel cammino tracciato dai Radicali le sue orme si mescolano con quelle dei suoi protagonisti più noti: di Emma Bonino ha vissuto le lacrime di gioia, la paura dei giorni del sequestro, le riunioni in cui venivano fuori le idee che hanno segnato un’epoca, attorno a quei tavoli dove «Marco», dice, «era quello esplosivo, visionario, il fantasista che tirava fuori mille proposte. Emma invece era pragmatica: alla fine delle riunioni diceva sempre “sì, ma come?”».

Rovasio, attorno a quei tavoli, insieme alle idee, sono nate anche notevoli discussioni.

«Eccome, Emma e Marco litigavano molto spesso. Una coppia classica».

Che a un certo punto si è sciolta.

«In parte, vorrei dire, proprio per quelle riunioni. Emma, negli ultimi tempi, non partecipava mai. Marco se la viveva male, convocava gli incontri ogni mattina, sul presto».

Ma c’era dell’altro.

«Divergenze politiche, sì. Non credo che ci sia un episodio decisivo. Ebbero disaccordi sulle liste da presentare alle elezioni europee, questo pochi anni prima che Marco morisse».

Poi Pannella è morto, senza che lui la vedesse da ormai due anni.

«Lui soffrì moltissimo per questo, le mandò anche un appello in radio. Non servì. Ma alla camera ardente lei si presentò e vegliò sulla bara fino all’ultimo. Quella è stata anche l’ultima volta che l’ho incontrata».

L’eredità della Bonino è la stessa di Pannella?

«Direi di sì per i diritti fondamentali che ci hanno lasciato e di cui forse neppure ci rendiamo conto: il divorzio, l’aborto, le battaglie femministe, per i diritti civili, contro il delitto d’onore. Per dire: il primo movimento gay a Torino contava 70 persone, oggi in quella stessa città se ne radunano 130mila».

Tuttavia...?

«Direi di no per le modalità. Marco era un anticonformista, Emma era istituzionale. Marco sapeva porsi in modo scandaloso, Emma rispettava la regola, la forma. È vero che Giulio Andreotti la definì la “monella” di Montecitorio, ma in realtà è stata una donna e una femminista tenace. Dialogava con tutti ed era assolutamente pragmatica. Anche per questo lei e Marco litigavano spesso».

C’era però una visione comune.

«L’idea che la politica si faccia sul lungo raggio. Oggi questa convinzione l’abbiamo persa, infatti la politica attuale è davvero mediocre».

Spieghi meglio.

«Emma ha creduto nell’Europa molto prima che l’europeismo fosse un sentire comune, o quasi. Lavorava per un progetto che si sarebbe realizzato molto dopo, anche dopo di lei. Ora si fanno leggi elettorali che servono oggi su domani. Non c’è più quella visione».

Nel 1999 ottenne lo storico risultato dell’8,5% alle europee.

«Il ricordo più dolce che conservo con lei. Quell’esplosione di gioia, le lacrime, l’abbraccio con Marco. È un’immagine storica».

E il ricordo peggiore?

«La paura nei giorni in cui venne sequestrata dai talebani».

All’epoca era commissaria europea. Era il 1997.

«Si trovava a Kabul in un ospedale femminile, per una missione umanitaria. Si trattò di un paio di giorni, ma non sapevamo cosa sarebbe successo e vivemmo tutto come una tragedia».

Oltre che delle battaglie, le è debitore di un incontro incredibile con Sandro Pertini.

«Sì, lei e Pannella mi lanciarono in un’impresa per me, all’epoca, folle».

Cioè?

«Era il 1982. Io ero appena arrivato nel mondo dei Radicali, avevo 18 anni. Andai a Roma nella sede storica di via Torre Argentina. Lei stava lavorando a una campagna contro la fame nel mondo. A un certo punto lei e Marco mi danno una busta e mi dicono: “devi portarla al Quirinale, al presidente”».

Va nel panico?

«Sì, sono vestito in jeans e giubbotto. Vado lo stesso, a bordo del mio motorino ammaccato».

La fanno entrare?

«Con fatica, alla fine è il presidente a dare disposizione e mi riceve».

A vent’anni nemmeno, in jeans e giubbotto, si ritrova davanti Pertini.

«Fu adorabile. Mi fece accomodare nel suo ufficio. Soltanto io e lui. Mi ha tenuto mezz’ora, chiacchierando mentre bevevamo aranciata».

E poi?

«Prima di andare via mi regalò tre pipe. Capisce? Tre pipe di Sandro Pertini. Anche questo è un ricordo di Emma».

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