La foto della giornalista uccisa: come un Caravaggio, tutto vero

29 Agosto 2025

Un taglio di luce straziante sui corpi che si sorreggono l’un l’altro per sostenere un dolore incontenibile durante un funerale: popolazione sfinita davanti all’orrore. Botta e risposta tra la cronista Cecilia Sala e il direttore del Riformista. Open smonta l’accusa

MILANO. Foto contraffatte? Manipolazione? Scontro durissimo a colpi di intelligenza artificiale tra Cecilia Sala, giornalista di Chora, e Claudio Velardi, direttore del Riformista. Al centro del caso un’immagine drammatica da Gaza, lo scatto di Mariam Dagga, fotoreporter palestinese, che ritrae il funerale di Rashad Qasas, ucciso l’11 giugno mentre era in fila per gli aiuti. Un’immagine caravaggesca, un taglio di luce straziante sui corpi che si sorreggono l’un l’altro per sostenere un dolore incontenibile, sfiniti davanti all’orrore.

Pochi giorni dopo quello scatto, la stessa Dagga sarà uccisa nel bombardamento israeliano sull’ospedale Nasser, ripreso in diretta internazionale. Sala, il 25 agosto, decide di pubblicare quell’immagine sul suo profilo X (ex Twitter) come segno di memoria per una collega caduta e insieme un atto di solidarietà verso Gaza. Ma è proprio da lì che parte la bagarre. Tre giorni dopo, dalle colonne del quotidiano Il Riformista, Velardi firma un editoriale dal titolo al vetriolo: «Il post di Cecilia Sala, la fabbrica del falso e la morte del giornalismo». E scrive: «A un primo sguardo l’immagine può commuovere, ma a un occhio appena più attento rivela subito la sua natura: non è un documento fotografico, ma un prodotto dell’intelligenza artificiale, fabbricato per suggestionare». L’accusa diretta a una collega è devastante: Sala starebbe diffondendo un falso generato dall’AI.

La replica della giornalista romana non si fa attendere. Sala ribatte sempre dai suoi profili social: «La foto è di Associated Press, scattata da Mariam Dagga, basta cercarla su Google». E aggiunge che sotto al suo stesso post due strumenti di AI come Grok sviluppato da Musk e Gemini (ai di google), avevano già certificato che si trattava di uno scatto autentico. Ma la difesa scatena sberleffi: «I pro-Pal hanno nell’intelligenza artificiale un grande alleato. Che affidabilità!», si legge in un commento. L’attacco continua. Velardi, da X, rincara: anche se distribuita da AP, la foto «vuol dire meno di niente, perché da Gaza sono arrivati troppi episodi di staging e manipolazione». Poi aggiunge: «Questo è il tragico loop del giornalismo contemporaneo, si cerca la conferma di un artefatto ricorrendo a un artefatto superiore».

A questo punto però interviene “l’arbitro” David Puente, giornalista che per Open (il giornale online di Mentana) si occupa di verificare la veridicità delle notizie. Con metodo e fonti alla mano smonta le accuse: dimostra che esistono più foto della stessa scena, firmate da Dagga per AP e scattate da angolazioni diverse; mostra un’altra immagine diffusa dall’agenzia Anadolu e segnala due video che documentano lo stesso funerale. Conclusione: la foto è totalmente autentica, non un artefatto digitale, non una manipolazione prodotta da macchine intelligenti. Il fact-check chiude la disputa sul piano fattuale.

Davanti all’evidenza, Velardi arretra. Pubblica un lungo post di scuse: «Ho sostenuto che aveva tutte le caratteristiche di un’immagine generata dall’IA. Fatto il controllo e non risulta essere così. L’accusa a Sala cade, me ne scuso con lei». Poi riconosce: «Ho fatto come i pifferi di montagna, che andarono per suonare e furono suonati». Ringrazia Puente per le verifiche e aggiunge: «Ha fatto una ricostruzione attenta e accurata, non è plausibile che sia stata l’IA a generare quella foto». Infine un mea culpa più profondo: «Ho un pregiudizio, un bias, sul modo in cui guardo le immagini che arrivano da Gaza. È un errore mio». Una vicenda surreale dove l’intelligenza artificiale è usata come un machete per attaccare o difendere. E la deficienza naturale pure.

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