L’intervista a Crepet: «Feste come gare di sfoggio, vacanze, macchinette: così non si desidera più nulla»

Lo psichiatra: «Abbiamo fatto di tutto perché i bimbi diventassero grandi in fretta. Si può lavorare solo sulla scuola, dove ci si forma, ma oggi è sotto il tiro dei genitori»
PESCARA. Propaganda, istigazione a delinquere per discriminazione razziale, detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Troppo per essere opera solo di un gruppo di ragazzini. Paolo Crepet, psichiatra, sociologo e opinionista italiano, ne è convinto. Dietro c’è di più. Il caso del 17enne di Pescara con simpatie neonaziste, che progettava una strage a scuola, è lo specchio di una filosofia malata che corre veloce in rete, spesso fuori controllo.
Professor Crepet, da dove iniziamo?
«Ci sono in atto delle indagini che chiariranno i contorni di questa vicenda. Ma credo che non si tratti di un caso singolo; penso ci siano delle reti governate non so da chi. Non sarei così sicuro che sia tutto nato all’interno di un circolo ristretto, tra minorenni. C’è qualcosa di diverso».
Cosa glielo fa pensare?
«Scindiamo le due anime: una ideologica, l’altra terroristica. Quella ideologica non cita attentati, ma si rifà a teorie di supremazia ed è molto diffusa in vari Paesi europei. Ci sono partiti che inneggiano a questo tipo di formazione politica. Non so di cosa ci si meravigli, in Germania addirittura sfiorano il 20%. I confini sono molti labili, ma l’idea di supremazia della cosiddetta razza bianca, che poi è una vecchia storia per l’Europa, non porta nulla di nuovo. Se non che ci siano proseliti in varie aree dell’Europa, Polonia, Francia, Germania, Italia: formazioni neonaziste che proclamano cose molto simili a ciò che è stato rilevato».
E la seconda anima?
«Tutta la parte terroristica è cosa diversa, anche come pericolo. Pensiamo alle armi che girano e possono essere costruite con stampanti a 3D. Pistole monocolpo, semiautomatiche di piccolo calibro, fucili a pompa. Tutto molto assurdo».
Da dove nascono questi fenomeni?
«Dalla frustrazione personale, dalla totale mancanza di futuro. I ragazzi sono come noi adulti, forse più sensibili. Pensiamoci: siamo con Sigonella che ha appena negato l’atterraggio dei B52. La guerra è vicinissima, alle porte ed è agitata in senso ideologico. Dietro i conflitti ci sono urla, mica solo la conquista di terreno. Tutto si riduce a un discorso di supremazie e potere e i ragazzi vedono questo, si abituano a questo. Non siamo certo in un momento pacifico e pacificante della nostra storia repubblicana».
Sarà mica solo colpa della guerra?
«Se, poi, ci mettiamo un grande isolamento, perché tutto questo avviene in un clima di grande aridità di contatti umani, che non esistono più, sostituiti dalla rete, ecco che il danno è fatto».
Esiste un modo, a suo avviso, per spezzare questa catena del male?
«È questo uno dei motivi per cui c’è chi propone, e forse dovremmo ascoltarlo, di ragionare sul rapporto tra educazione e crescita delle giovani generazioni».
Si riferisce al ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara?
«Valditara mi sembra un po’ solo in tutto questo dibattito. Cosa ne pensano il governo e l’opposizione? Non si sono sbilanciati più di tanto, anzi non ne hanno parlato affatto. Non ho sentito dichiarazioni in tal senso».
Quanto è pericolosa la Rete?
«La Rete è uno strumento, dipende da cosa fai circolare. Se fai girare i testi di Giacomo Leopardi siamo tutti molto contenti, ma se circolano idee neonaziste che prevedono violenze e sopraffazioni nei confronti degli altri, c’è da essere preoccupati. Non sono dell’idea di sottovalutare questi segnali».
Il compito di intercettarli a chi spetta, ai genitori?
«I genitori mi sembrano abbastanza assenti, spesso non sanno nemmeno cosa accade ai loro figli. Ed è il marcio che avanza. Non prestano attenzione alle loro esigenze, alle problematiche, ai comportamenti anomali. Ed è un fenomeno diffuso su cui un ragionamento andrebbe fatto».
Sul ruolo della genitorialità?
«Sì, che si sta perdendo sempre di più».
A vantaggio di cosa?
«Di niente. Questo frammento di generazione non ha un grande futuro, anche dal punto di vista economico. Il Paese perde possibilità di crescita e di sviluppo. Abbiamo una crescita demografica pari a zero, se poi un pezzo di questa gioventù, per varie ragioni, non potrà dare un contributo, è chiaro che tra dieci anni la macchina si fermerà. Non sono il primo a dirlo».
E il ruolo della scuola dove lo mettiamo?
«L’unica cosa su cui possiamo lavorare è proprio la scuola, il luogo in cui ci si forma, anche caratterialmente. Il luogo dove si potrebbero intercettare i vari malesseri dei giovani, che oggi è sotto tiro da parte dei genitori. Se interroghi non va bene, se rimproveri neanche. Se metti una nota sono guai. Ne va dell’autorevolezza e del prestigio dell’istituzione scolastica che stanno venendo meno».
Ce l’ha un po’ con tutti. Con chi non fa nulla?
«I genitori per primi educano male i figli, li tirano su nel modo sbagliato. Li riempiono di roba, ma guai a dire un no. Madri e padri assenti, che hanno sempre altro da fare. Fuori da casa, mai tra le mura domestiche. L’altra agenzia educativa più importante è rappresentata dalla scuola, dove però i ragazzi non trovano risposte. Vivono un disagio sociale dato dalla mancanza di prospettive e, non ricevendo soluzioni negli ambienti in cui dovrebbero averle, si ritrovano in una condizione di frustrazione che fa scattare la rivolta. Non vedono futuro e si perdono».
La violenza tra è una curva esponenziale, perché?
«Tutti questi episodi, di varia natura, che riguardano i giovani sono episodi. Quello che manca alla società è mettere insieme questi accadimenti per non trattarli come casi isolati, perché non lo sono».
Sono sintomo di un malessere diffuso?
«La solita minimizzazione che si fa in questi casi non giova. Certo, un episodio non rappresenta una generazione intera, neanche due o tre. Ma è ora di cominciare a pensare che tutto questo riflette un disagio più profondo e diffuso».
Ma ce l’avranno una responsabilità anche questi giovani?
«Parto da lontano: dagli errori di tanti genitori che vestono il bimbo griffato già a 5 anni e fanno feste di compleanno che si trasformano in gare di sfoggio e competizione. Regalano l’ultimo modello di cellulare, a 14 anni il motorino, poi la macchinetta prima della patente dei 18 anni. Potrei citare tanto altro».
Lo faccia...
«La paghetta alle superiori da centinaia di euro, la vacanza pagata con gli amici, la carta di credito prestata da papà per uscire con gli amici. Non desiderano più nulla. Da qui la frustrazione che, spesso, sfocia nell’alcol, nella droga. Dietro l’angolo c’è sempre la violenza».
Un modello culturale disastroso?
«A dir poco. E lo stesso accade dall’altra parte, quella delle istituzioni. Negli ultimi 30 anni è cambiato il mondo ma la nostra scuola no. I tredicenni di oggi non sono come lo eravamo noi a quell’età. Abbiamo fatto di tutto perché i bambini diventassero grandi in fretta, sbagliando».
E i social come si incastrano in questo meccanismo perverso?
«Chi ha inventato i social, chi vende l’alcol, chi campa di pubblicità e di consumismo esasperato. Tutti a guadagnare sulla pelle dei giovani. I social, poi, sono la negazione della personalità».
La Norvegia ne ha vietato l’uso sotto i 13 anni...
«E perché l’Italia non lo fa? Molti adulti non sanno nemmeno leggere i sottotitoli di un film: mi sembra un grande grido di allarme. Stiamo parlando dell’Europa: se uno Stato ragiona su questo, prende posizione, opera delle scelte, forse arriva a una soluzione. Ma in Italia neanche ne parliamo. Gli effetti dei social sui giovani norvegesi sono gli stessi anche in Italia. È ovvio. La media dell’utilizzo delle piattaforme a quell’età è di 7-8 ore sottratte alla cultura, allo studio, alla socializzazione vera».
È un invito ad abbandonare i cellulari e prendere in mano un buon libro?
«Dovrebbe essere scontato. Però, poi, viene fuori che un 25enne non sa neanche seguire un film perché non ce la fa dal punto di vista cognitivo».
Addirittura...
«Per molti giovani, il livello è questo. Bisognerebbe puntare su una formazione che prenda in considerazione la fantasia, già da bambini. La cultura, la musica, il disegno: questa è la scuola. Ma tutto viene cancellato».
Lei ha proposto di abbassare la maggiore età a 16 anni per responsabilizzare prima i ragazzi?
«Abbiamo precocemente adultizzato i figli: è giusto quindi che rispondano di ciò che fanno, nel male e nel bene. Tu Stato devi metterli fin dai 16 anni nella condizione di avere più diritti e più doveri. E di rispondere personalmente quando, ad esempio, vanno in giro armati e compiono reati».
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