Merlo: «Quanta goffaggine la storia Piantedosi-Conte ma sempre meglio di Salvini»

L’intervista al giornalista: «Preferisco il ministro dell’Interno con un harem al capo della Lega senza. La destra più che dai plotoni di esecuzione si guardi dai plotoni di seduzione»
ROMA. Quando si dialoga con un gigante del giornalismo come Francesco Merlo, oggi alla Repubblica dopo una lunga carriera partita dall’Ora di Palermo e che poi ha toccato La Sicilia, i settimanali Il Mondo e la Domenica del Corriere e, per 19 anni, il Corriere della Sera, siamo arcisicuri che l’intervista ci consente di comprendere in maniera compiuta cosa si nasconde dietro una notizia che sta deflagrando nel mondo della politica italiana. Il prestigio di un maître à penser serve a dipanare in maniera logica retroscena e scenari legati alla relazione tra il ministro Matteo Piantedosi, titolare del Viminale, e la giornalista Claudia Conte.
Il caso Conte-Piantedosi imperversa in ogni dove. In che misura le questioni private incidono sulla rilevanza pubblica di una notizia?
«Sai, attenderei a dire che le questioni private in politica non esistono, a meno che non siano veramente private. Qui comunque in ballo ci sono vari incarichi, e c'è un outing, come si dice no?».
Su questo non ci sono dubbi.
«C'è una signora che ha deciso di far sapere che lei è l'amante del ministro dell'Interno».
Secondo te perché l'ha fatto?
«Non lo sappiamo. Però l'ha fatto dosando i silenzi e le modalità sembrano dimostrare una sapienza comunicativa importante».
Come interpreti tutto ciò?
«Desta sospetti politici e quindi, come vedi, siamo già nella politica, perché sussiste l'eventuale coinvolgimento di Piantedosi in conflitti d'interesse tra i suoi rapporti affettivi e gli incarichi che può avere dato o come si dice assecondato».
Che aria si respira negli ambienti governativi del Viminale?
«Che se salta Pianterosi viene un altro e quest'altro potrebbe essere Salvini, per cui io naturalmente preferirei Piantedosi con tutto un suo harem di assatanate, piuttosto che un Salvini senza amanti».
Ah, ecco...
«Anzi, tenderei a lanciare il movimento libertino “Sinistra per Piantedosi”, riprendendo un po’ la sinistra del no al referendum. È chiaro il meccanismo: qui c'è una destra di governo che più che dai plotoni di esecuzione sembra essere aggredita dai plotoni di seduzione. Queste amanti sono mine vaganti, cinture esplosive».
Sembra tornati al clima di qualche governo fa...
«Molto di meno naturalmente rispetto al governo Berlusconi quando c'erano le olgettine e lo slogan era che la patonza deve girare».
Noti una differenza tra destra e sinistra su questo argomento?
«Non credo che ci sia una specificità di destra, in tutto questo, non mi pare proprio. Anzi, devo dire la verità: le relazioni extraconiugali venivano sussurrate e mormorate anche quando al governo c'era la sinistra».
Tutti uguali quindi, nessuna differenza?
«Forse, va sottolineato, però, che quelli di sinistra erano più protetti perché erano più simpatici al giornalismo e anche meno goffi».
In che senso?
«Forse perché c'è un'abitudine a sinistra più che a destra».
Scorgo una lettura antropologica della questione?
«Vedi, l'uomo di destra per eccellenza si rifà agli stereotipi dell'anarcoide, dell'avventuriero, del dannunziano, figure maschili di destra molto affascinanti, che onestamente non somigliano a Piantedosi».
E allora a chi somiglia Piantedosi?
«La dico così: al merlo maschio, all’ometto, al sottosegretario degli anni '50, quello che è cresciuto con una cultura che non è di destra né di sinistra, come era allora il democristiano in genere. Che aveva il potere e a volte lo sfruttava anche dal punto di vista sessuale».
Oggi, però, si è alzato un bel polverone.
«Perché permane un mito nazionale, che è quello del maschio italiano. Quello che seduce anche le donne degli amici, ed è tutta una cultura che ci portiamo dietro, a destra come a sinistra. Solo che la sinistra è più coperta, la destra più goffa. Ed è goffo anche il giornalismo che la segue, perché non saprei scegliere tra il sedotto e il giornalista che indaga sul sedotto».
Così non ci fa una bella figura nemmeno il giornalismo?
«Sembra tutta una parodia del giornalismo di inchiesta. L’obiettivo è vedere quanto è stata pagata la giornalista, in occasione di non so quale presentazione o se non è stata pagata e andare a indagare se ha preso la laurea, se ha finto di averla presa eccetera. Sono cose che rendono goffa tutta la storia».
Il tema della goffaggine è ricorrente.
«La goffaggine è quanto di peggio possa esistere per l'immagine di un politico o di qualcuno che comunque sia in vetrina, nel mondo pubblico».
Claudia Conte è una giornalista molto presente in convegni, presentazioni di libri, moderazione eventi. Si ritiene probabile che molti di questi impegni potrebbero essere annullati, compresa una collaborazione con Radio Uno per il programma "La mezz'ora legale", per motivi abbastanza immaginabili. Domanda secca: è giusto che alla fine magari Piantedosi rimarrà al suo posto e a rimetterci sarà solo lei?
«Io non lo so chi ci rimette e chi no. Non dimentichiamo che lei è un po’ la regista di tutta questa faccenda. Come dicevo prima la sta gestendo da manuale perché l'ha fatta partire, e non si capisce per quale ragione, l’abbia fatta partire. Adesso dice che sta zitta, però lascia capire che parlerà presto».
È difficile in effetti definirla un anello debole di questa vicenda.
«Certo, è come se ci fosse un tentativo di gestione sapiente dell'informazione. Dopo di che per me la simpatia va a lei, ma perché io sono cresciuto mettendo un po' in ridicolo questa espressione femminista – anche se io non sono femminista – della mascolinità».
Un retaggio culturale di qualche decennio fa.
«Io ho l’età giusta per ricordare le canzoni di Fausto Amodei, non so se tu le ricordi, che poverino è morto nel settembre scorso e avrebbe meritato un ricordo migliore. Erano canzoni che prendevano in giro il censore e il moralista e c'è una canzone dal titolo “Il gallo” che faceva così: “L'amor non è soltanto/ l'effimero diletto/ che provi andando a letto/ con una che ci sta. L'amore è soprattutto/ l'orgoglio e il prestigio/ di chi sa d'esser ligio/ a un mito nazional”».
Melodie e strofe d’altri tempi.
«Siamo tra fine anni ’50 e inizio anni ’60. Io sono del 1951 e me le ricordo da 15enne, 16enne. E ricordo che noi siamo cresciuti criticando questo, ma ribadisco che è una cultura nazionale che non è di destra e nemmeno di sinistra».
Ti vedo riflettere su quest’ultima affermazione.
«In effetti deve essere di sinistra, perché ricordo il film “C'eravamo tanto amati”, che è un film bellissimo che io ho fatto vedere recentemente ai miei figli. Ebbene, ci sono sono uomini di sinistra, ex partigiani (interpretati da Vittorio Gassman, Nino Manfredi e Stefano Satta Flores) e tutti e tre si tradiscono seducendo la stessa donna (Stefania Sandrelli) che vuole fare l'attrice che cerca la sua strada».
Il riferimento cinematografico apre un mondo.
«Non appartiene necessariamente all'antropologia della patonza che deve girare dell'antropologia berlusconiana. Basta vedere i personaggi che animano queste situazioni. La faccia paffuta e rotonda di Piantedosi che, ripeto, più che un ministro sembra un sottosegretario democristiano di quei film, negli anni '60 allupati di sesso, come è il merlo maschio».
Ci sono anche molte analogie con il caso Boccia-Sangiuliano, con la differenza che per loro era esplosa alla fine di un rapporto burrascoso. Stavolta sembra che sia stato reso noto per far iniziare ufficialmente una relazione alle due persone.
«Ma queste cose non le so. Io vedo la goffaggine che li unisce. Devo dire che non riesce ad appassionarmi. Io sono convinto che il gossip sia un genere del giornalismo quando può interessare noi giornalisti non specializzati in gossip».
In nessun caso?
«Può interessare come modica quantità quando è accompagnato dall'eleganza e dalla malizia diciamo così proustiane, altrimenti è un degenere. E quindi io non mi ci infilo perché qui siamo a ciò che lo rende degenere. Il maschio alla Giambruno, per dire, che si toccava in televisione, cos'ha a che fare con la seduzione e con gli affetti? Oppure la cicatrice esibita da Sangiuliano. Qui non mi sembra che ci siano contratti di collaborazione o pagamenti in amore fatti attraverso atti pubblici. Aver presentato un libro in una prefettura non mi sembra una grande corruzione».
Se fosse stato al contrario, una donna ministro e un giovane cronista?
«Dipende dall’eleganza e dallo stile, la cosa è solo estetica. Non è legato al genere maschile e femminile. Abbiamo avuto storie, nel Berlusconismo, di ogni tipo. Poi abbiamo avuto storie nell’Udc, alberghi, giochi a tre. Che il sesso sia una mina vagante lo dimostrano i files di Epstein in cui sono coinvolti tutti, destra, sinistra, ideologi della rivoluzione, professori della sovversione, francescani. Se non vengono commessi reati, allora è puramente estetica e non compete a noi che non facciamo i cacciatori, né di reati né di peccati».
Lo slogan “Dio, patria, famiglia” può diventare un boomerang per la destra?
«Ma sai, la trasgressione è stata inventata per proteggere la famiglia come istituzione. Mi spiego meglio: Indro Montanelli scrisse un pamphlet contro la legge Merlin, quella che vietò le case chiuse, perché sosteneva da destra che la famiglia italiana era salvata dal fatto che ogni tanto il padre andava a sfogarsi nei bordelli. Perché, come dice la canzone di Battiato, “le mogli imbiancano e i figli crescono”. La trasgressione è quella cosa lì, perché non è più il maledettismo di destra, perché esiste il maledettismo di destra ed è affascinantissimo».
Insomma, questi personaggi della nuova destra non hanno il physique du rôle per trasgredire.
«Ma certo che no, ci sono facce che rappresentano bene l'epoca che hanno vissuto, Pensa a Contrada, che ha rappresentato una certa epoca inquietante e terrificante dell'Italia, oppure la faccia ultrarifatta di Berlusconi, quando il trasformismo diventa travestitismo. Le facce di Piantedosi, di Giambruno, di Sangiuliano rappresentano un po' la nostra epoca».
C’è chi sostiene che la notizia sia stata favorita dal fuoco amico per attaccare il governo.
«Ma anche se non l'hanno fatto così, c'è l'eterogenesi dei fini. Anche se non è intenzionale, no? È chiaro che se salta Piantedosi viene Salvini. E allora noi facciamo il movimento “la sinistra per Piantedosi” che è un paradosso, perché Piantedosi, dal punto di vista politico, è un ministro di polizia, molto duro con i migranti, e io non gli perdonerò mai la politica dei migranti. Gli perdono tutte le Claudia Conte che vuole, ma sulla politica dei migranti io sono granitico nel mio giudizio negativo, mentre dell’altra cosa non me ne frega niente».
Il ministro si difende dicendo che per lui parla la carriera.
«Ma che c’entra la carriera con la tua amante? Sullo sfondo c'è un gossip che tra poco verrà fuori, perché è destinato a venire fuori visto che ci sono giornalisti ormai lanciati come cani da tartufo per scoprire chissà quali meraviglie del giornalismo».
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