Ranucci: «Sto pagando le mie inchieste ma non mi faccio da parte»

Il giornalista: «Non sono un puro, sarei andato a cena anche con Totò Riina»
CERVETERI
«Potrebbe essere il mio ultimo spettacolo come conduttore di Report». Mancano pochi minuti alle dieci della sera. Sigfrido Ranucci, camicia bianca e jeans, sale sul palco del Parco della Legnara, a Cerveteri, accolto dagli applausi, per lo spettacolo “Diario di un trapezista”. La sua gente (sono 1.100 i biglietti venduti) gli urla di non mollare. Ma prima di raccontare la sua storia e ripercorrere le inchieste più significative della sua carriera, il giornalista – vittima dell’attentato dinamitardo organizzato dal suo amico fraterno Valter Lavitola – accetta di rispondere alle domande.
Ranucci, perché non vuole parlare della vicenda giudiziaria?
«Perché la bomba l’hanno messa sotto casa mia, dove c’era mia figlia. Io ho interesse che la giustizia vada avanti e vada in fondo. Quindi, non do informazioni che riguardano un’inchiesta in corso».
A chi, in queste ore, sta parlando di “metodo Report” cosa risponde?
«Che il metodo Report è il metodo della migliore trasmissione della storia della Rai».
Il suo spostamento da Report pare ormai scontato?
«Mi sembra che siano decisi, no? Non è la prima volta che tentano di mandarmi via. Hanno chiesto il mio licenziamento nel 2000, quando ritrovai l’intervista di Borsellino. Hanno tentato di farlo con l’inchiesta su Fallujah nel 2005 e quando c’è stata la storia dell’autogrill (la vicenda Renzi, ndr). Adesso ci riprovano».
Ha un appuntamento con i dirigenti della Rai? Le hanno già fatto sapere qualcosa?
«No, io le notizie le leggo dalle agenzie».
È preoccupato?
«No, io sono tranquillissimo perché ho la coscienza a posto. Sono 35 anni che sto in Rai, sono nato come assistente al programma, non ho avuto sponsor politici, né di sindacato. Ho fatto il mio percorso grazie a persone che ho incontrato sulla mia strada come Roberto Morrione e Milena Gabanelli. Sono stato inviato, sono stato caporedattore, ho condotto e sono stato autore di varie trasmissioni, fra cui la migliore della storia del giornalismo d’inchiesta italiano. Report è la trasmissione più premiata. Io sono il giornalista più premiato della storia della Rai. Ho attraversato indenne oltre 240 tra atti di citazione, querele e mediazioni. Ho tenuto alto l’onore della Rai, e tutto questo mettendo a repentaglio la mia vita, quella dei miei cari e anche dei miei inviati. Io ho la coscienza a posto. Non so se ce l’hanno gli altri».
C’è ancora spazio per una sua permanenza alla conduzione di Report?
«No, non credo che sia questa la loro intenzione (della Rai, ndr)».
La squadra di Report è sempre con lei?
«C’è una coincidenza di interessi. Abbiamo sempre lavorato con forti scambi di opinioni, come in tutte le redazioni. Poi, per forza di cose, c’è uno che decide. Penso di aver valorizzato tutti, anche quando non condividevo alcune inchieste. E le sto pagando tutte queste inchieste, anche quelle che non ho condotto io».
Ma lei è pronto a valutare un’altra collocazione nell’azienda?
«Ho sentito varie proposte. Una era alle testate, ma per me è un tornare indietro».
E la possibile direzione della scuola di giornalismo di Perugia?
«Ma mi chiedo: se tu sposti Sigfrido Ranucci perché non lo ritieni consono per una trasmissione d’inchiesta, che fai? Vai a formare altri cento Sigfrido Ranucci? E poi li sposti dopo che li hai formati? Non ha senso una proposta del genere».
Ha altre idee?
«Io ne ho tantissime».
Idee che guardano magari ad altre reti? O comunque il suo futuro lo vede in Rai?
«Io sono nato in Rai e il mio sogno sarebbe stato quello di finire in Rai, continuando a condurre e, soprattutto, continuando a far crescere una squadra che ha già delle qualità importanti. Non vedo perché bisognerebbe ricorrere a figure esterne, oltretutto che non hanno la memoria di Report. Condurre Report non è solo avere un volto».
Ci faccia capire meglio.
«Condurre Report significa avere memoria, avere capacità di individuare argomenti che reggono dopo 3-4 mesi, avere la capacità di conoscere il palinsesto e il confronto in prima serata che è uno scenario competitivo molto, molto difficoltoso. Avere la capacità di gestire una squadra di 30-40 persone con le loro anime, con le diversità, rispettando le loro sensibilità che non sono sempre le mie. Però a me sembra di aver condotto delle inchieste anche quando non le condividevo dal punto di vista dello spirito e dell’approccio, come se fossero la cosa migliore da vedere nel rispetto dell’autore che l’aveva confezionata. Cosa c’è meglio di Report? Uno spazio informativo dentro Sanremo?».
Come vede il suo futuro?
«Una cosa è certa: non torno indietro. Lo devo alla mia storia, lo devo alla mia famiglia, a tutto quello che ha sopportato e a tutto quello, compresa la bomba, che ho dovuto subire per il tipo di lavoro che ho fatto. Quindi, faccio le mie valutazioni. Penso di averne diritto».
Perché rivendica l’amicizia con una persona, Lavitola, che le ha fatto mettere una bomba sotto casa?
«Ma è la verità. Se non l’avessi ammesso, sarebbero usciti gli atti e sarebbe emersa l’amicizia. Io non sono puro, io sono abituato a guardare le grandi città, le più belle città, dalle grate di un tombino, perché faccio questo. Se potessi andare a cena con Totò Riina, io ci andrei».
Perché non ha mai riferito agli inquirenti il fatto che Lavitola gli aveva detto che c’era un rischio per lei?
«Questa roba la spiego agli inquirenti. Se avessi percepito un rischio vero dalle parole di Lavitola, l’avrei denunciato, come ho sempre fatto, ma non c’erano elementi precisi».
È rimasta forte la solidarietà del Movimento 5 Stelle. Da parte del Pd, invece?
«Io personalmente ho ricevuto solidarietà da tanta di quella gente che non avete idea».
In Rai, invece, si sente isolato?
«Ho tanti amici clandestini che mi scrivono. Hanno paura».
Ha parlato di un accanimento mediatico nei suoi confronti.
«Abbiamo superato i 2.800 articoli in due mesi dedicati al sottoscritto e alla famiglia. Sono andati a rovistare ovunque. Credo che non abbiano trovato neppure uno scontrino fiscale non pagato».
Che cosa le ha fatto più male?
«Quando, per colpire me, toccano le persone che sono più care. Raccogliere il dolore dei miei figli ogni giorno, che sono in attesa di vedere la rassegna stampa, e vedere quello che scrivono i giornali è un dolore grande perché non so come fermarlo».
Ha pensato di farsi da parte?
«Probabilmente per fermarlo dovrei decidere di mettermi da parte. Ma, siccome è quello che vogliono, non lo faccio. Se hanno la coscienza pulita mi spostano, mi mandano ovunque credono. “Non escludo un mio ritorno”, ha scritto Franco Califano sulla sua tomba. E io non lo escludo, anche da morto».
C’è qualcosa di cui si pente in tutta questa vicenda?
«Di essere stato troppo buono e troppo generoso».
Con chi?
«Con tutti».
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