Referendum giustizia, Weber: «È la vittoria del conservatorismo»

24 Marzo 2026

Il sondaggista dopo il trionfo del No: «Momento di instabilità internazionale, gli italiani non hanno voluto modificare la Carta»

ROMA. Roberto Weber era stato il primo a rilevare la rimonta del No. Poi gli altri sondaggisti lo hanno seguito. Il presidente dell’istituto Ixè lo aveva rivelato a questo giornale quasi due mesi fa e oggi che il referendum è alle spalle e la riforma della giustizia è stata bocciata dagli italiani, è tempo di tirare le somme.

La domanda che si pone Weber riguarda un punto principale: la correlazione tra affluenza e forza del fronte del Sì. Per tutti gli istituti il rapporto era direttamente proporzionale, lui è stato l’unico a bollare la percentuale di cittadini al voto come una variabile indipendente rispetto all’esito del referendum. «Ma com’è possibile che quasi tutti abbiano detto che con l’affluenza alta sarebbe cambiato tutto?», si chiede il sondaggista, «è difficile che non fossero a disposizione gli stessi dati in mano a Ixè: noi siamo un piccolo istituto». Una valutazione generalmente condivisa da quasi il settore che però si è rivelata infondata. «Una dinamica che ci impone una domanda: in una democrazia in cui i dati hanno un peso sempre più importante, come distinguiamo quelli veri da quelli falsi?», continua Weber.

C’è, poi, una domanda di tipo politico che emerge da questo referendum: «Alle ultime elezioni in Lombardia, una delle regioni più ricche d’Europa, i voti validi sono stati il 37% sul totale degli aventi diritto. Per questo referendum, invece, l’affluenza è stata di oltre il 60%. Com’è possibile?». Secondo Weber, non basta guardare al voto come un giudizio politico sul governo Meloni, perché è più «complesso»: «Questa è stata la vittoria del conservatorismo. In un momento come questo, tra instabilità internazionale, un fronte aperto in Medio Oriente e la ridefinizione di chi sono gli amici e chi i nemici dell’Europa, gli italiani non si sono sentiti di modificare la Carta costituzionale, con cui hanno ancora un legame. La verità è che questo non è un tempo di cambiamento».

Quindi la sinistra farebbe male a intestarsi la vittoria, perché ci sono una serie di fattori che hanno inciso sul voto. È possibile pesarne singolarmente gli effetti? «Difficile, ma sicuramente il fatto di avere Trump al governo degli Usa e i suoi rapporti ambigui con Meloni hanno influito. Oggi la fiducia degli italiani verso gli Stati Uniti è del 22%, un valore più basso di quella nei confronti della Cina. Farsi credere vicini a Trump in un contesto del genere, senza poi poterlo dimostrare effettivamente, è un problema». E non sono solo i dazi e l’Iran il problema: «Il sostanziale silenzio sulla Palestina è un altro aspetto problematico per Meloni. Tra le migliaia di persone che sono scese in piazza non c’erano soltanto comunisti e filopalestinesi, ma anche tante persone che credono in alcuni principi di diritto umanitario, come quello per cui non si bombardano i civili».

L’ultimo elemento riguarda la Costituzione: la vera vincitrice della battaglia referendaria, perché è per evitare che fosse modificata che così tanti italiani sono scesi in piazza: «Tolti i pochi tifosi nei due schieramenti, abbiamo assistito a una risposta positiva del popolo al voto. Ma chi era chiamato a interpretare la volontà degli italiani lo ha fatto nel peggiore dei modi, da entrambi gli schieramenti. È stato un voto di coscienza civica delle persone in alcun modo alimentato da chi le rappresenta. Alla fine», conclude Weber, «le risposte più serie sono arrivate dalla società civile».

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