Zaccaria: «In Rai si è perso il pluralismo. Ranucci sarà reintegrato»

30 Agosto 2026

L’intervista all’ex presidente: «Il governo segue una filosofia antidemocratica»

PESCARA. Tra politica e servizio pubblico, Roberto Zaccaria ne ha viste tante. Classe 1941, in Rai ha scalato i vertici fino a diventarne il presidente, in politica è stato parlamentare per più legislature. Oggi, a guardare l’evoluzione, e soprattutto la gestione aziendale, del caso Ranucci, si dice preoccupato. È cambiata «la filosofia», spiega. «La nostra era quella dell’“aggiungi un posto a tavola”».

Zaccaria, cosa intende?

«In Rai seguivamo una politica dell’inclusività, dell’aggiungere valore senza mai sottrarlo. Non è vero quello che si sente dire in giro oggi: la Rai non è sempre stata lottizzata, in preda alle pressioni di chi governa».

La politica però ha sempre scelto i vertici aziendali.

«Vero, ma la programmazione rimaneva libera e plurale. A prescindere».

C’era più rispetto per il servizio pubblico?

«Ho vissuto stagioni in cui la politica era lontana dall’azienda e altre in cui dialogava con i vertici, ma sempre in maniera rispettosa. Capitava che il governo criticasse, ma avveniva sempre in maniera chiara e trasparente».

Senza mai momenti di tensione?

«Certo. Ricordo quando Celentano durante un programma di intrattenimento si pronunciò contro la donazione degli organi. L’allora ministro della Salute, Umberto Veronesi, si arrabbiò moltissimo».

E lei?

«Dissi la verità: io rispondo dell’equilibrio all’interno dei telegiornali, un intrattenitore può dire quello che vuole».

Tutto si concluse senza alcuna conseguenza?

«Facemmo in modo che Celentano rettificasse la sua posizione. Tutto lì. Era un’altra Rai. Chi era ai vertici aveva con sé dirigenti di grande qualità, sia di destra che di sinistra. Era un servizio pubblico veramente plurale, dove si aggiungeva e non si toglieva».

Lei della Rai è stato presidente: non è mai accaduto che facessero pressioni per allontanare personaggi “scomodi”?

«È capitato, certo. Ma ho sempre resistito, anche quando quello da cacciare ero io!».

Come, scusi?

«Nel 2001, quando Berlusconi vinse le elezioni, io ero alla presidenza. Volevano a tutti i costi che mi dimettessi».

E lei?

«Dissi che dipendevo dal Parlamento, e non da chi era al governo. Me ne andati a febbraio dell’anno successivo, alla scadenza naturale del mandato».

Ad aprile arrivò “l’editto bulgaro” con cui furono cacciati Biagi, Luttazzi, Santoro.

«Eppure, oggi i tempi sono peggiori di allora».

Addirittura?

«In quel periodo il direttore della Rai era di destra e aveva maggiori poteri, ma alla presidenza c’era Lucia Annunziata, di sinistra. Con Berlusconi premier, capisce? Esistevano delle figure di garanzia».

Oggi invece?

«Chi governa segue una sola filosofia in Rai: tutto bene per chi sta con chi ha vinto, gli altri vengono fatti fuori. Hanno bloccato la commissione Vigilanza perché vogliono avere, oltre che il direttore, anche il presidente dell’azienda. Non era mai successo».

Con Ranucci è accaduta la stessa cosa?

«Per me la vicenda ha tanto il sapore di una discriminazione per ragioni politiche. E c’è una legge, del 2003, che la vieta».

Come avrebbe gestito il caso Ranucci?

«Difendendo la libertà di espressione dei miei programmi e dei miei giornalisti».

Nonostante la posizione in cui si trova Ranucci?

«Al momento Ranucci rimane la parte lesa della vicenda. Non penso che l’amicizia con Lavitola, di per sé, sia un problema».

Naviga controcorrente.

«I giornalisti non sono magistrati: per loro non valgono gli stessi criteri di specchiata moralità».

Anche per il conduttore di Report?

«C’è una bella collezione di giornalisti illustri che, è verificato, avevano frequentazioni con Lavitola. Penso a Paolo Mieli, per esempio, uno dei giornalisti di maggiore spessore che ci sono».

Alcuni hanno insinuato che Lavitola potrebbe aver orientato o manipolato alcune sue inchieste.

«Se fosse vero, sarebbe una storia diversa. Ma, fino a ora, dalle indagini non mi sembra sia emerso qualcosa del genere».

Lei dice: Ranucci è stato allontanato a seguito di pressioni politiche, mancavano le motivazioni.

«Se io fossi il suo avvocato, mi concentrerei sul fatto che la sua rimozione è stata richiesta da esponenti di altissimo livello del centrodestra come La Russa e Mollicone, giusto per fare due nomi».

Le critiche però sono legittime.

«Si può criticare chiunque, anche il presidente della Repubblica. Ma una cosa è il diritto di critica, un’altra è la responsabilità di un dirigente d’azienda».

Non la seguo.

«Se tu sei il responsabile di uno dei programma di punta della rete, devi esserne il garante, permettere di lavorare a chi, quel programma, lo porta avanti».

Pensa che si arriverà al reintegro di Ranucci?

«Mi sembra molto probabile. È successo con Michele Santoro, con Paolo Ruffini, con Tiziana Ferrario: tutti casi conclusi con provvedimenti di un giudice che reintegrava i protagonisti nelle posizioni da cui erano stati rimossi».

Crede che ci sia una ragione di fondo dietro questo comportamento da parte della Rai?

«Sono convinto che il centrodestra volesse distruggere Report. Si ricorda quando, per delegittimarne il lavoro, hanno citato la statistica delle inchieste fatte contro FdI e il governo?».

Sì. Circa il 43%.

«Perché non hanno citato le 20 inchieste fatte su Speranza, quando lui era al governo?».

Il giornalismo come cane da guardia della democrazia.

«Mi pare evidente che se un governo di centrodestra è al potere da 4 anni è più facile che le inchieste siano rivolte contro di esso. L’inchiesta, come la satira, guardano al potere. Ha fatto caso che la satira, in Rai, non la fa più nessuno».

È finita un’epoca di servizio pubblico?

«All’inizio le parlavo di Celentano. Ho ricevuto pressioni immense per non fargli fare più monologhi. “Fatelo cantare e basta”, mi dicevano. Noi ne abbiamo fatti due di programmi con lui. E sa chi era il direttore di Rai1 allora?».

Chi era?

«Agostino Saccà, uomo vicino a Berlusconi. Ci ho lavorato benissimo».

Come sintetizzerebbe la situazione attuale?

«Che il centrodestra oggi non ha più una cultura plurale, non sa cosa è il pluralismo. Seguono una filosofia antidemocratica. Sa qual è la verità?».

Qual è?

«Che censurare è facile, mentre governare il pluralismo è molto più difficile».

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