IL COLPO DI SCENA DI GIORGIA. LA “PITONESSA” MESSA ALLA PORTA

La testa di Daniela Santanchè sul “patibolo”. Non era mai accaduto che un premier prendesse una posizione così netta
Il colpo di scena di Giorgia. Doveva essere il referendum che avrebbe imposto la separazione delle carriere (dei magistrati), è diventato quello che ha prodotto la conclusione delle carriere (degli anti-magistrati). Due sono già saltati, una terza ha già la testa sul patibolo. Si tratta della ministra Daniela Santanchè.
C’è un segnale politico enorme nella cortese (ma algida) nota stampa con cui, ieri sera, Palazzo Chigi ha messo nero su bianco l’addio delle due figure che per motivi diversi avevano imposto la loro faccia, sia nella campagna referendaria che nella incredibile vicenda della Bisteccheria d’Italia: «Il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni», si legge nella nota, «esprime apprezzamento per la scelta del Sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e del Capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi, di rimettere gli incarichi finora ricoperti, e li ringrazia per il lavoro svolto con dedizione». Delmastro è stato travolto dalla vicenda della società di ristorazione aperta con la figlia di un boss, la Bartolozzi, oltre al caso Almasri per cui è sotto processo, si era incredibilmente ritrovata anche in una foto nell’ormai famigerato ristorante romano.
Dopodiché, la nota si conclude con un colpo di scena, che aggiunge un terzo nome – a sorpresa – alla coppia Bartolozzi Delmastro. Ed è un nome pesantissimo: «Il Presidente del consiglio auspica che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal Ministro del Turismo Daniela Santanchè».
Fate attenzione alle parole: mai era accaduto che un presidente del Consiglio mettesse nero su bianco in una nota una richiesta di addio così esplicita e così perentoria. Ricordo il caso clamoroso del guardasigilli Filippo Mancuso, che dopo aver chiesto ispezioni contro il Pool di Mani pulite, nel 1995, fu cacciato dal governo di Lamberto Dini, ma con un voto parlamentare. Era l’ottobre del 1995 e, per la prima volta nella storia della Repubblica, una mozione di maggioranza ad personam, chiese la sfiducia nei confronti del solo ministro della giustizia. La mozione fu approvata, Mancuso tuonò in Aula contro il presidente della Repubblica Scalfaro (un discorso in cui misteriosamente l’audio saltava quando parlava del presidente della Repubblica). Ma, dopo poche ore, il ribelle si arrese.
Ci fu poi il caso del ministro berlusconiano Aldo Brancher, che lasciò l’incarico dopo la bufera giudiziaria prodotta dal suo tentativo di invocare il “legittimo impedimento” al processo Antonveneta (era il 2010). Giorni di polemiche, e – anche in questo caso – dimissioni dopo una settimana e rinuncia al legittimo impedimento. Questo per dire che gli addii alle poltrone ministeriali non sono mai indolori.
In questo caso, però, è la Meloni che con la sua nota, di fatto, intima lo sfratto alla ministra sotto processo, come per dirle: «Vattene».
La mossa della presidente del Consiglio va interpretata così: se ne va la Bartolozzi, inquisita per il caso Almasri (di area Forza Italia), se ne va Delmastro, condannato per il caso Cospito (fedelissimo della premier), e allora, per “par condicio” giudiziaria, se ne deve andare dal governo anche la Santanchè, indagata a Milano per la bancarotta fraudolenta di diverse società. La Santanchè – anche lei di Fratelli d’Italia, ma legatissima al presidente Ignazio La Russa – ieri sera non si era ancora dimessa. È un percorso tipico dei ministri colpiti: la prova di forza, il desiderio di non mollare. Un braccio di ferro che – fino ad oggi – si è sempre concluso con il rito dell’amaro calice delle dimissioni.
Detto questo, a parte il tentativo di estrema resistenza, è interessante capire la mossa della Meloni. Nessuno, neanche gli addetti ai lavori, poteva ipotizzare, fino a ieri, una risposta così netta e rapida alla sconfitta referendaria. La vittoria del No ha avuto l’effetto di compattare e riattivare il Campo Largo. Ha prodotto, la sera stessa, l’intervista con cui Giuseppe Conte ha lanciato la propria candidatura alle primarie del centrosinistra dopo aver rotto un lungo indugio. Accetta formalmente la consultazione, e lo fa in modo non concordato e – per così dire – competitivo. Una mossa che Elly Schlein aspettava da tempo, dicendo di non aver nessun timore dei sondaggi che indicano come molto popolare (e in alcuni casi addirittura in testa) la candidatura di Conte. «Il Pd è in splendida forma», spiegava ai suoi, «con questa segreteria stiamo crescendo per iscritti e per sezioni: non ho nessuna paura».
La leader di Fratelli d’Italia, dunque, ha capito che le primarie (come già accaduto più volte nel centrosinistra) potevamo diventare un processo di rafforzamento della leadership avversaria. Ha letto la bocciatura della riforma Nordio come un dato clamoroso (il sorpasso tra i due schieramenti in voti assoluti), ha interpretato la sconfitta come una segnale di allarme per il consenso del governo, e di disagio per “la questione morale” aperta dai tanti procedimenti che riguardavano esponenti di destra. Mentre qualcuno la dipingeva come scossa e incerta, la Meloni ha repentinamente mutato strategia: via tutti gli esponenti di maggioranza di prima linea coinvolti in inchieste, e subito un cambio di passo. Una mossa decisa e non priva di rischi: la Bartolozzi, Infatti, senza lo “scudo” legale offerto dall’incarico di governo, rischia il rinvio a giudizio (e potrebbe travolgere anche il suo “datore di lavoro”, il ministro Nordio). Il Guardasigilli, ieri, aveva passato la giornata a spiegare seraficamente che non vedeva motivi per cui non restare al suo posto. Il cambio di passo del governo, dunque, verrà messo subito alla prova, dalla resistenza della ministra che Dagospia ha ribattezzato “Pitonessa”, e dai contraccolpi della caduta della cosiddetta “zarina” di via Arenula. Tutto si muove – dunque – in entrambe le coalizioni, ed è questo il bello della democrazia, la prova che nulla è scritto, e che ogni voto conta. Sedetevi in poltrona insieme a noi, dunque, e prendetevi i popcorn.



