L’Abruzzo visionario a Vinitaly

Il vero festival inizia dopo le 18, quando gli allestitori stappano le bottiglie migliori e i manager in giacca blu si confessano davanti al Montepulciano
Io sono qui, il vostro inviato dove frigge la storia. Io sono qui, a Vinitaly, e purtroppo ho perso il senso del tempo perché (nel momento in cui scrivo) non sono più sobrio da almeno due ore. Voglio raccontarvi di questa giornata a Vinitaly, disperso nella fiera dei vini d’Italia, nomade nel cuore del padiglione 12 che apparentemente è il centro dei vini d’Abruzzo.
Dico apparentemente, perché appena proietti i codici della geografia concezionale sulla toponomastica della fiera, tutte le proporzioni saltano. C’è il padiglione 12 che ospita il Consorzio del Montepulciano a Verona, enorme, sontuoso, importante, che ospita le 97 cantine affiliate. Si parte con la Ciavolich (bulgari trapiantati in Abruzzo dal 1500) che ospita i compratori bulgari contemporanei (del XXI secolo). Ma poi, fuori dal padiglione 12, ci sono quelli che – negli anni – hanno messo radici in Toscana, nelle altre regioni (ad esempio la cantina di Orsogna), che sta – anche – nelle Marche, e che è sempre piena, come uno stadio nella finale di Champions: vado ad Orsogna (per la mia ricerca sugli “amaroni d’Abruzzo”, un pezzo che spero di scrivere nei prossimi giorni), ma tornando verso il padiglione 12, mi perdo per qualche ora tra i Cannonau di Dorgali, che ora sembrano dei Merlot (Sardegna, mia terra natia). Infine mi ritrovo, per il gran finale, nello stand della cantina Citra Vini. E qui devo dirvi che si tratta di un consorzio, che da solo cuba la metà della produzione di tutto il consorzio del Montepulciano. E beviamo il vino di punta di una cantina che ha ambizioni enormi: produrre, cioè, dalla Fiat Panda alla Maserati delle uve, dal vino di tutti, al vino dei pochi. Citra ha tre stand enormi, sta nelle Marche e sta anche in Abruzzo, che alla fiera di Verona, curiosamente, è al confine con la Calabria. Ufficialmente la fiera di Vinitaly chiude alle 18 spaccate. Ma il primo segreto di questo evento è che la fiera underground, quella vera, inizia solo quando gli allestitori sono liberi dalle incombenze dei visitatori, bevono le bottiglie migliori delle loro cantine e davanti al loro vino è come se si confessassero. I manager di Citra sono tutti brillanti, tutti in giacca blu, sono tutti laureati.
Ma è bello incontrarli a quest’ora, quando sono ubriachi, e quando decantano il loro Laus vitae, etichetta nera ruvida, con versetti in filigrana lucida, e al centro una lancia d’oro. In realtà non è una lancia, ma un pennino a rilievo d’oro, sono 15 gradi. Siamo tutti obnubilati dall’alcol, che qui corre a fiumi, senza companatico. Tuttavia siamo tutti lucidi e visionari, come solo i brilli possono essere: Laus è un Montepulciano riserva. È una bestia che non ha unghia nel calice, come un mosto rosso amarena cupo. Potrei dirvi di cosa abbiamo parlato: la musica tecno dello stand della Calabria, a palla, il pennino con i versi del vate D’Annunzio, la ricchezza di una cantina popolare che si può permettere di chiamare l’enologo Riccardo Cotarella per costruire la sua bottiglia Ferrari. Abbiamo parlato di giovani e vecchi, di vini e di spritz, di bottiglie numerate; abbiamo brindato tre volte, con i manager della Citra, con il neoassunto del Centro, ma la verità è che non ricordo più nulla. Ovunque siate, oggi, venite anche voi. Allo stand della Citra. Ovviamente dopo le 18. Il meglio lo diamo, nel padiglione numero 12, di sera. Come nei peggiori bar di Caracas.
