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11 febbraio

11 Febbraio 2026

Oggi, ma nel 1926, a Milano, al civico 48 di corso Buenos Aires, Renzo Pettine, di 17 anni, assassinava, con un colpo di pistola esploso in faccia, la madre Erminia Ferrara, di 37, originaria della provincia di Padova, sostanzialmente per difendere l’onore paterno dopo averla trovata nell’abitazione con due uomini, discinti, in atteggiamenti inequivocabili. La malcapitata era separata dal marito, Giovanni Pettine, molisano di Isernia, cineasta di fama ritenuto pioniere del cinema muto durante il fascismo, con sentenza del Tribunale milanese del 12 maggio 1912, presunta amante dei notabili in orbace Roberto Farinacci e Cesare Rossi. E per questo conosciuta come una delle “Contesse del Viminale”.

Titolo ironico affibbiato alle dame che erano solite rallegrare i gerarchi nelle alcove di regime. Il fatto di sangue desterà enorme clamore mediatico non solo nella città ambrosiana, ma in tutto il Belpaese. Verrà inserito tra i casi esemplari della cronaca nera tricolore. Il matricida compirà 18 anni il 28 maggio successivo, col cadavere della malcapitata in putrefazione nascosto dentro il baule nella camera da letto. Corpo senza vita che verrà scoperto da Giovanni Pettine solo il 9 giugno. Mentre il killer verrà preso, il giorno dopo, il 10, a Desenzano del Garda, intento a spacciarsi per l’hidalgo Luis de Santo Jermano. Dopo aver detto al babbo, residente in corso Venezia 82, che la madre fosse andata a Roma.

Dal 15 al 18 marzo il giovane sicario (nella foto, particolare, immagine tratta dal fondo di Giuseppe Antonini, direttore del manicomio criminale di Mombello, il secondo medico dopo l’alienista Eugenio Bravetta, alla guida dell’istituto per malati di mente di Novara, incaricato d’effettuare la perizia psichiatrica a Renzo Pettine durante l’iter processuale, busta 7, fascicolo 5) accoglierà nella dimora dell’orrore la prostituta Carla Strunetti. E la pagherà dandole i vestiti della vittima, che farà passare per concubina, e della quale le mostrerà le foto.

Nella “Novella seconda”, racconto incompiuto dell'ingegnere meneghino Carlo Emilio Gadda, che verrà pubblicato postumo dall'editore Garzanti nel 1971, lo scrittore focalizzerà la sua attenzione su uno degli aspetti più macabri del delitto: «Il giovane compì azioni mostruose quali il fatto di continuare a “faire la noce” nell’appartamento, ove la madre morta putrefaceva in un baule. Condusse in casa ragazze e se le è "fottute" per notti intere nel letto materno, mentre il lezzo della decomposizione appestava la casa. Ma questa non è appunto un’orrida, atroce, mostruosa demenza?». Renzo Pettine, che l’11 giugno 1926 tenterà anche di buttarsi da una finestra del Palazzo di giustizia, verrà condannato, il 20 marzo 1928, a 15 anni di carcere -dei quali ne sconterà solo 10- non tenendo in considerazione le consulenze sullo stato psicologico del reo, firmate sia da Bravetta che da Antonini.