11 GIUGNO

10 Giugno 2023

Oggi, ma nel 1905, a Roma, Papa Pio X, promulgava la lettera enciclica “Il fermo proposito”, diretta ai vescovi italiani, che regolamentava lo sviluppo dell’Azione cattolica, associazione laica, fondata da Mario Fani e Giovanni Acquaderni, approvata, il 2 maggio 1868, dal pontefice Pio IX, con il Breve apostolico “Dum filii Belial”. L’Ac, nelle intenzioni del Santo padre Giuseppe Sarto-, di Riese, in provincia di Treviso, classe 1835, eletto sul soglio di san Pietro il 4 agosto 1903- avrebbe dovuto collaborare maggiormente con le gerarchie ecclesiastiche, inserendosi meglio nel contesto storico di quel torno di tempo. Viepiù per un maggior impegno politico ed elettorale.

Con tale mossa Pio X (nella foto, particolare, intento a licenziare il suo documento) si ricollegava alla enciclica, detta sociale, del 15 maggio 1891, di Leone XIII, “Rerum novarum”, letteralmente “Delle cose nuove”. Quella era stata fondamentale perché, per la prima volta, il Vaticano aveva assunto posizione netta verso le questioni sociali, dando in tal senso origine alla “dottrina sociale” della Chiesa.

“Il fermo proposito” tentava di scavallare la spinosa situazione creatasi per la “questione romana”, dopo la presa di Roma del 20 settembre 1870, attraverso la Breccia di Porta Pia. Il 18 giugno 1874 Pio IX, nel discorso alle Opere cattoliche, aveva formulato il “Non expedit”, ovvero “Non conviene”, con il quale la Santa sede aveva bollato come inaccettabile la partecipazione dei cattolici all’appuntamento con le urne per il rinnovo della Camera dei deputati del regno d’Italia, dell’8 e 15 novembre di quel 1874.

Conseguentemente ciò aveva tagliato fuori i cattolici dall’agone politico della neonata Italia unificata. Spingendo sull’agire dell’Azione cattolica, Pio X mirava a stemperare la frattura tra i fedeli osservanti e la realtà socio-politica nella quale si trovavano immersi una volta usciti dai luoghi di culto.